Il corpo segreto
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Il corpo segreto

  1. 320 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il corpo segreto

Informazioni su questo libro

Cosa succede quando il malato è un grande psichiatra abituato a occuparsi delle sofferenze altrui? È ciò che Vittorino Andreoli racconta in questo libro coraggioso: dalla scoperta di un mondo, il proprio, improvvisamente travolto dall'emergenza e dalla malattia, fino alla guarigione raggiunta con forza e fatica. Tutto comincia quando si accorge di essere preda di un'imponente emorragia vescicale proprio pochi minuti dopo aver concluso una conferenza sul "corpo malato". Inizia così un cammino in cui Andreoli si trova costretto a parlare della propria prostata impazzita ai medici, agli infermieri e poi ai familiari, con i quali si impone un rovesciamento delle regole ordinarie dell'esistenza. Il racconto autentico dello stupore e del terrore di fronte alla fugacità della vita, in un romanzo autobiografico che sorprende per l'immediatezza del linguaggio, e per l'ironia che i luoghi di cura suscitano accanto al clima di tragedia. Una testimonianza lucida, senza retorica, sulla fragilità del corpo e sul coraggio di ricominciare a vivere.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2015
Print ISBN
9788817083942
eBook ISBN
9788858682586

Seconda parte

L’emergenza

Finita la conferenza ed esaurito il bisogno di attorniare il relatore o di fare capannello tra gli amici che si trovavano nel parterre, era stata organizzata una cena romana, che, ero sicuro, si sarebbe tenuta in una di quelle terrazze nel cuore della città che corredano da sempre gli appartamenti patrizi. Sono i luoghi del conversare, dell’incontrarsi tra amici e dell’esibizione della propria personale eleganza. Una tavola preparata con la sapienza di chi non ha mai propriamente lavorato, perché questo è il primo indice dell’appartenenza a una nobiltà vera o inventata.
Non dubitavo che sarei stato l’ospite d’onore e che anche qualche ambasciatore o console o deputato della Repubblica, che certo contava di più sul piano sociale e sulla scala del potere, sarebbe stato presente rivestendo in qualche modo anche me della sua importanza. In fondo capita anche a teatro: se un attore recita Re Lear di Shakespeare con stile regale, fosse anche presente il presidente della Repubblica, questi riverserebbe la propria alta dignità sull’attore protagonista.
Ero pienamente consapevole che la cena, in piedi davanti al buffet, sarebbe stata un prolungamento dell’evento che si era consumato nella sala conferenze dell’Ara Pacis Augustae. E se avessi detto che non ero contento o che addirittura consideravo una seccatura simili liturgie sociali, avrei mentito a me stesso. Speravo anzi che l’occasione servisse a sottolineare ancor più il mio valore come conferenziere, perché non si pensasse che a chiunque piaccia parlare spetti un così lungo applauso, e prima ancora l’invito a tenere una conferenza in un luogo, almeno storicamente, tanto prezioso.
A conferma della posizione di rilievo che avrei continuato a occupare, una gentile signora, che doveva far parte del comitato organizzativo, mi informò che avrei trovato ad aspettarmi una macchina con l’autista e, per aiutarmi a riconoscerla, en passant, precisò che si trattava di una Mercedes 500 blu. Roba da primi ministri. Subito si disse pronta ad accompagnarmi. Pareva molto consapevole del ruolo che stava svolgendo, e con un grande sorriso disse che lei era a mia disposizione per qualsiasi necessità. Precisò anche che il luogo della cena era nei pressi di piazza di Spagna, e per indicarmi chi mi avrebbe ospitato pronunciò un nome che non ricordo, preceduto però da un titolo nobiliare che ricordo bene: marchesa…
Poiché ero stato piacevolmente colpito dall’attenzione che mi veniva rivolta e dal prestigio che mi era riconosciuto, volli fingere di non essere attento a queste sciocchezze e in una sorta di gioco, per contrapposizione, le chiesi con un filo di voce: «Signora, mi può indicare quel luogo che di solito si trova in fondo a destra?».
Non le parve una frase sibillina e, decisa, mi accompagnò lungo un corridoio dove vidi io stesso l’indicazione che, a dire il vero, era per me piuttosto importante, anzi necessaria, perché dalla fine dell’applauso avvertivo uno stimolo incontenibile a fare pipì, tanto che ero stato costretto a concentrarmi e a usare tutte le mie forze per trattenerlo.
Entrai finalmente in bagno e lo feci quasi di corsa, non ebbi nemmeno il tempo di ringraziare la mia accompagnatrice, la quale mi disse che sarebbe stata ad aspettarmi, come se occupasse un posto nella confraternita del buon costume.
Ebbi la visione del water. Non appena chiusi a chiave la porta e attaccai alla maniglia la borsa vuota, avvertii uno stimolo fortissimo, come se la mia vescica esercitasse una pressione straordinaria per il bisogno fisiologico di svuotarsi avendo raccolto una quantità di liquido che la distendeva totalmente.
Mi venne automatico calare i pantaloni e non usare quindi, come accade ai più, la patta, portando alla «finestra» l’organo della evacuazione, quel tubo idraulico che avrebbe risolto quella strana emergenza. Non ebbi nemmeno il tempo di fare un calcolo, sia pure rapido, ma se lo avessi fatto mi sarei reso conto che era almeno da mezzogiorno che non entravo in un luogo tanto misero, al confronto dei miei compiti elevati del pomeriggio. E dunque tutto mi sarebbe risultato chiaro, e persino logico, conseguenza dell’essermi dimenticato di un bisogno primordiale che dovevo aver soggiogato con la forza degli impegni, tutti concentrati nella mia testa.
Mentre quel sipario si era aperto, accumulando gli indumenti per terra, mi trovai di fronte a una situazione che mi parve subito strana, ma dopo un poco mi resi conto che invece era drammatica. Cercavo di collaborare a quella funzione, e quindi impartivo ordini per espellere l’urina, che doveva essersi raccolta in eccesso in uno spazio troppo stretto, tanto da provare un dolore cupo che interpretavo come segnale per portare a termine, anzi per iniziare, quell’operazione così banale compiuta sino a quel giorno senza preoccupazione e senza alcuna difficoltà.
La constatazione era semplice quanto folle: non usciva nulla, nonostante l’impellenza, nonostante il dolore, nonostante ne avvertissi un bisogno tale da farmi dimenticare ogni altra cosa, non solo legata al mio corpo, ma anche a quelle manifestazioni del sapere che avevo espresso nella conferenza sul corpo malato. Mi ero persino curvato per guardare con gli occhi spalancati che cosa stesse mai succedendo e decisi, ignorando il dolore che si era fatto fortissimo, di dare una spinta che pensavo potesse aprire anche le porte dell’inferno. A quel punto mi accorsi che erano uscite alcune gocce rosse: erano gocce di sangue. Ma quel tubo era completamente chiuso.
Ero confuso, in preda al dolore che si mescolava alla disperazione. E non ero certo nella condizione di poter distinguere quanto fosse da attribuire alla vescica e quanto alla disperazione del mio Io. Devo confessare che, se avessi dovuto compilare fino a quel momento una gerarchia degli organi del mio corpo, all’ultimo posto avrei messo la vescica. Certamente dopo le unghie, persino a distanza dei padiglioni auricolari e del mio seno, che mi è sempre parso ridicolo, una inutile e stupida presenza. Tutt’altro ordine avrei dato invece in quell’istante, poiché stavo vivendo una vera tragedia di Euripide, consumata e rappresentata in un cesso.
In qualsiasi altra circostanza, parlando di vescica, mi sarei ricordato della guerra, di quando a partire dal settembre del ’43 la mia famiglia era sfollata in campagna per sfuggire ai bombardamenti che stavano massacrando la città, dopo che i potenti alleati tedeschi, divenuti da un giorno all’altro nemici, avevano iniziato a ritirarsi dall’Italia distruggendo tutto, in particolare i ponti che a Verona attraversavano l’Adige. Pensavano in questo modo di rallentare la corsa dei nuovi alleati angloamericani che erano sbarcati in Sicilia e nel Sud dell’Italia e che salivano per poterli attaccare e sconfiggere.
Avevo quattro anni e dalla mia memoria di bambino riemerge un evento che per la civiltà della campagna aveva il sapore di una celebrazione. E c’entrava la vescica.
Mio zio, un omone che ricordava i giganti di terracotta o i Dioscuri di Agrigento, quella mattina aveva affrontato con un lungo pugnale il maiale chiuso nella porcilaia. Un’autentica lotta che certo mancava della dignità – e forse anche del divertimento – di quelle che si svolgevano al Colosseo tra gladiatori e leoni. Tuttavia, anche in questo caso, si arrivava a trafiggere il cuore del maiale per raccoglierne poi il sangue in un vaso appositamente preparato. Ne seguì una festa di tutta la famiglia allargata, che comprendeva i nonni, gli zii – i fratelli di mia madre – e noi bambini, sia pure di varie età, che costituivamo la terza generazione, i rappresentanti di un futuro incerto che non sarebbe nemmeno apparso se fossimo morti in guerra, benché lontani dal fronte e dalle sue trincee.
Fu una vera festa in cui non mancava la fisarmonica alla Piazzolla, suonata da zio Novello, l’ottavo figlio dei nonni. Una musica che trascinava alle danze, ai canti, alla voglia di dimenticare le bombe lanciate dalla Wehrmacht. E tutto avveniva mentre quel maiale era squarciato e suddiviso in parti che avrebbero garantito la nostra sopravvivenza almeno per un po’.
«Del maiale non si butta nulla» recitava un’antica sentenza. Ricordo che si era giunti a una fase avanzata di quella macellazione quando lo zio chiamò me e gli altri bambini per farci un dono. Aveva levato la vescica del maiale, la stava insufflando e, una volta diventata bella rotonda, la chiuse a livello dell’orifizio e poi ce la lanciò invitandoci a giocare. Per qualche giorno ci fu un gran daffare a rincorrerla, a passarla da un bambino a un altro, senza che toccasse terra; giocammo persino a pallavolo, dopo che una zia ci suggerì di usare il filo su cui stendeva la biancheria come rete per dividere le squadre.
Ne avevo dedotto che la vescica non serviva alla nutrizione, ma era un gingillo destinato a divertire bambini in guerra, che non possedevano nemmeno uno di quei giochi di pezza che le nonne sapevano confezionare ma per i quali, in quel tempo sciagurato, non riuscivano a trovare l’ispirazione. Sembrava uno di quei palloncini che si vendevano al luna park e che talvolta, sfuggiti di mano, volavano in alto fino a raggiungere un punto in cui scoppiavano. I piccoli correvano allora per cercare di impossessarsi almeno dei resti di quella strana deflagrazione in cielo.
Di questa storia vi era solo un punto che richiamava il gabinetto del polo museale dell’Ara Pacis: la guerra.
Mi scoprii impotente di fronte a qualcosa che avvertivo pieno di pericoli e immaginai che anche la mia vescica rischiasse di rompersi, perché non feci fatica a capire che, oltre all’urina che l’organismo produce in continuità goccia dopo goccia e che quindi aumenta inesorabilmente, doveva essere alimentata da un’emorragia, e stava quindi raccogliendo sangue, e quelle gocce cadute sul bianco del water ne erano una tragica testimonianza.
Fui assalito da un pensiero drammatico, perché era come se mi riempissi di sangue e di urina e quindi come se il mio corpo, diventato un grande otre, prima o dopo dovesse scoppiare. Un’immagine di distruzione sconvolgente, poiché mi pareva di essermi ridotto a una grande vescica, che entro poco sarebbe deflagrata. Come una bomba.
Ecco l’associazione con la guerra che mi vedeva sfollato da bambino nella campagna dei nonni materni.
All’improvviso fui colto da una strana calma, quando invece mi sarei aspettato di veder crescere la mia agitazione. Sollevai mutande e calzoni, mi misi in ordine, chiusi la patta, dedicandoci un poco di tempo, perché aveva i bottoni, non una zip. E anche se non sbagliai asola, l’operazione richiese attenzione. Mi guardai nello specchio e uscii con un sorriso, pronto a donarlo alla signora che, come aveva promesso, mi aveva atteso. E anche lei aveva stampato sul volto un sorriso per accogliermi.
Mi pareva che il dolore si fosse fatto più lontano, di certo non aveva l’acuzie suscitata quando avevo cercato di aprire le tubature, spingendo con tutta la mia forza. Credo di avere impresso ai miei passi un’andatura sicura, quasi da marcia militare, non funebre, poiché so che in questo caso è lenta.
Stranamente, e credo per antitesi, nella mia mente passava quella stupenda composizione funebre che Purcell aveva scritto per la morte della Regina Mary. Rispetto a quel ritmo, io volavo, tant’è che raggiunsi l’uscita e l’auto con grande rapidità.
La signora mi aprì la porta, ma non salì con me adducendo come giustificazione che doveva assicurarsi che tutti gli invitati che avevano assistito alla conferenza – in verità disse «alla sua magnifica conferenza» – trovassero posto sui mezzi che li dovevano condurre al luogo della cena. L’autista sapeva dove portarmi, anche se io non ero affatto convinto che quella fosse la destinazione giusta per me. Mi informò di essere al mio completo servizio. Quindi dopo la cena mi avrebbe anche accompagnato alla Residenza Paolo VI, dove sognavo di trascorrere la notte nella suite Raffaello.
Decisi, senza una vera motivazione, di salire in quella casa e pregai l’autista di parcheggiare di fronte e di aspettarmi, anche perché non escludevo di fermarmi soltanto poco e, come sempre in questi casi, dissi che dovevo preparare per il giorno dopo il testo di un’altra conferenza.
Non era vero, perché avevo acquistato un biglietto Roma-Milano su quel nuovo treno, il Frecciarossa, che disponeva di vagoni di gran lusso, adatti a persone che, viaggiando a bordo di un mezzo che percorreva quel tragitto senza mai fermarsi a una media di duecentocinquanta chilometri l’ora, potevano esprimere tutta la loro grandezza.
L’appartamento era principesco e, del resto, eravamo alle spalle di piazza di Spagna, sulla stessa strada in cui è situato il famosissimo Hassler Hotel. Venni accolto con tutta l’attenzione – e direi anche devozione – che la mia notorietà e le voci che dovevano essere giunte sulla conferenza meritavano. Mi tallonavano soprattutto coloro che non avevano potuto assistere, naturalmente per impegni di enorme importanza, ma io non riuscivo nemmeno a ricordare i loro nomi perché ero tutto attento alla mia vescica. Credo che, se avessi prodotto un pensiero, di sicuro sarebbe risultato fatto di urina e di sangue.
Questo aspetto del disastro che si stava consumando nel mio corpo mi sembrava particolarmente intrigante e la calma che mi aveva preso mi permise perfino di non chiedermi perché fossi stato tanto colpito da quel sangue che gocciolava, a fatica, dal mio pene.
Non ero certo mai stato spaventato dal sangue, non soffrivo di questa fobia, eppure quella sera la sua vista aveva avuto su di me un effetto del tutto eccezionale. Forse dovrei vergognarmi, ma mi pareva che stesse a indicare un processo di femminilizzazione, e non è difficile capire il perché: le donne periodicamente perdono sangue attraverso il canale vaginale. Oggi questo evento fisiologico è ritenuto banale, nel passato era invece considerato un segno di impurità e addirittura una condizione che poteva contaminare le altre persone, a partire dal marito e dai figli. Perciò la donna alla presenza del sangue doveva nascondersi. Durante un mio viaggio in Africa, per esempio, scoprii che ogni villaggio aveva una casa delle donne destinata ad accoglierle per tutto il periodo di quelle perdite rosse. Un’abitudine che non appartiene solo alla cultura africana, ma si estende anche al mondo ebraico e islamico, e che ha fortemente contribuito a considerare la donna un essere inferiore, impuro. Anche se la mia formazione non ha nulla da spartire con queste teorie, l’idea della femminilizzazione mi aveva molto colpito, anzi turbato, e quel sangue che usciva dagli organi della mia sessualità maschile mi sembrava avesse un significato non solo fisico, organico, ma persino simbolico, con tutto ciò che vi si può riconoscere sul piano dei significati e delle paure ancestrali. Insomma è probabile che anche questi fossero pensieri fatti di urina e di sangue.
Non mi sentivo in grado di conversare con tutta quella gente, forse per la consapevolezza che si trattava di ritualità vuote e inutili. Mi rivolsi quindi alla padrona di casa, una signora di mezza età, vestita in lungo con un poco di seno poggiato su una balaustra che richiamava le cattedrali barocche, e con una grande naturalezza la pregai di indicarmi quel luogo che è di solito in fondo a destra.
Lei si mise a ridere e mi rispose precisando che in quella casa era certamente in fondo, ma a sinistra. Colsi questa sottolineatura non solo per la sua utilità, ma anche per l’allusione al suo essere un cesso ideologicamente di sinistra, con ogni probabilità nel suo stretto significato politico.
Così mi ritrovai di nuovo solo, dentro un cesso. E di nuovo lasciai cadere tutto per terra.
Rividi quel monumento sanguinante, come se fosse stato bombardato. Ricordava le statue abbattute a Villa Borghese dai giovani della contestazione che non volevano salvare nulla del passato, come se tutto fosse da ricostruire, convinti che non ci fosse alcun monumento da innalzare alla storia ormai consumata.
Non avevo il coraggio di toccarmi, come se davvero pensassi di portare il male che dominava quella zona dappertutto, contaminandomi. Con la stessa paura di chi vive vicino a una centrale atomica in cui si sia spaccato il reattore e aperta la camera dell’uranio arricchito. Mi avvicinai con la mano lentamente, quasi temessi di svelare una condizione oltre il dramma che avevo percepito e che era sostenuto anche da quel mio pessimismo che giungeva fino a percepire la morte.
Mi fermai sul basso ventre e premendo un poco risvegliai un dolore acutissimo; non fu difficile attribuirlo alla vescica così dilatata da aver occupato parte dell’addome e quell’area che io avevo premuto. Ebbi appena il tempo di accorgermi della grandiosità e della bellezza di quella salle de bain molto diversa dal gabinetto situato nel corridoio dell’Ara Pacis. Una vasca idromassaggio gigantesca che doveva essere stata progettata in paradiso. Gli specchi erano dappertutto e notai che uno si rifletteva nell’altro, come se essi stessi avessero voglia di vedersi e di creare di sé immagini che si perdevano in un mondo del sembrare.
Anche in questo scenario ciò che pareva impiccarsi al pube era miserevole. Un’appendice inutile che non sapeva più nemmeno adempiere una funzione idraulica, quella che persino un tubo di plastica svolge in maniera egregia. Forse era tutto da buttare, ma il problema era che in quel momento, se non fossi riuscito a sbloccare quel maledetto scarico, potevo morire. E l’immagine della guerra ritornava a mostrarmi che la parete di quel pallone era sottile dovendo rispondere a esigenze contrapposte: dilatarsi e nello stesso tempo garantire una certa resistenza. Perciò non poteva essere spessa, muscolosa, proprio perché sarebbe stata incapace, come un recipiente di vetro, di farsi più spaziosa.
Mi sembrava incredibile non riuscire a sturare quella specie di lavandino intasato.
Mi appoggiai le mani sul ventre e, cercando di tenerlo unito e di arginare il dolore che si faceva straziante, mi misi a spingere come dovessi partorire. Con la stessa percezione di un gesto che poteva portare a una vita oppure generare un morto. E, mentre spingevo, spontaneamente emisi uno di quei gridi che sanno di disperazione e pur tuttavia servono a darsi anche coraggio. Sudavo come se mi trovassi chiuso in una miniera e non trovassi la forza per respirare. Il dolore fu atroce.
Uscirono tre gocce di sangue che sporcarono quel bagno concepito per essere un luogo di gioia e di amore.
Alzai di nuovo il sipario, chiusi tutto e, uscendo con il viso ormai trasfigurato, ritornai dalla padrona di casa. Le domandai se tra i suoi ospiti vi fosse un medico. Mi presentò subito al direttore della clinica cardiologica della Prima Università di Roma. Sembrava felice di conoscermi. Gli chiesi se poteva indicarmi un urologo. Mi disse di essere amico del primario dello stesso ospedal...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Prima parte
  5. Seconda parte
  6. Terza parte