52 LIRICHE PER UN ANNO
1 All’origine della lirica moderna
Francesco Petrarca
dal Canzoniere, sonetto 272
La vita fugge e non s’arresta un’ora,
e la morte vien dietro a gran giornate,
e le cose presenti e le passate
mi danno guerra, e le future ancora;
e il rimembrare e l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sì che in veritate,
se non ch’io ho di me stesso pietate,
io sarei già di questi pensier fòra.
Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe il cor tristo; e poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i venti;
veggio fortuna in porto, e stanco omai
il mio nocchiero, e rotte àrbore e sarte,
e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.
1353-1356
Non è un sonetto perfetto e questo commuove in un poeta che è stato modello di perfezione per alcuni secoli. “In veritate” è superfluo, è quello che in un poeta mediocre si chiamerebbe una zeppa. “Or quinci or quindi”, “e poi da l’altra parte” sono precisazioni pesanti; nei primi cinque versi si ripete per sette volte la congiunzione “e”, il ritmo si trascina, tutùm tutùm, le due quartine replicano monotone una cantilena binaria. Quando si sta troppo male anche la forma passa in secondo piano e non si bada alle contraddizioni. Si parte da un luogo comune della letteratura classica, il lamento sulla brevità della vita, per trasformarlo dopo due versi in un amaro bilancio personale. L’immagine è militaresca: la morte insegue la vita come un esercito che si affretti a marce forzate per incalzare il nemico che fugge; in mezzo c’è l’io, desolato campo di battaglia, offeso in ogni direzione, dal passato come dal futuro per non parlare del presente. Niente gli sorride, né il ricordo né la speranza, anzi tutto gli dà dolore tanto che medita il suicidio. “Io mi sarei già tirato fuori da questi cupi pensieri, se non fosse che ho pietà di me stesso.” I suicidi secondo i cattolici vanno all’inferno e Petrarca ci credeva, dunque vuole risparmiare a se stesso quella fine – ma se uno sta così male che vuole suicidarsi, perché si lamenta della brevità della vita?
La depressione non è un’esclusiva dell’uomo contemporaneo: anche gli antichi conoscevano quel velo nero che scende improvvisamente sull’anima e ci fa odiare il mondo, e vedere di ogni cosa il lato peggiore – e odiare il nostro stesso odio e contemporaneamente crogiolarci in esso come se la mancanza di volontà fosse diventata il nostro centro d’equilibrio. Solo che non la chiamavano depressione e non la curavano con gli psicofarmaci: la definivano accidia ed era uno dei sette peccati capitali. Qui Petrarca ha pietà di se stesso anche nel senso che si compiange, come è tipico dei depressi; come fanno i depressi, invece di ovviare alla contraddizione ribadisce il già detto con puntigliosa insistenza: “mi tornano in mente le eventuali gioie che il mio povero cuore ha potuto godere nel passato, e vedo che tutto è contrario alla mia navigazione futura” – altro stereotipo letterario, l’io come nave e il mondo come tempesta.
Quando un po’ d’anni prima ha immaginato di dialogare con sant’Agostino1, Petrarca dichiarava di voler spezzare il laccio del desiderio per rifugiarsi in un porto di salvezza: ma ora la tempesta (il “fortunale”) è entrata fin dentro al porto, non ci si salva più; e la ragione (il nocchiere) è stanca di lottare, la forza di volontà (l’albero maestro) è spezzata, la voglia di relazioni (le sartie, i cordami) è logora. Nel sonetto che precede immediatamente questo, il 271, e anche nella canzone 270, Petrarca ci ha parlato della tentazione di un flirt per una donna diversa da Laura; rivolgendosi ad Amore gli ha detto francamente: “sono troppo vecchio ormai, se vuoi prendermi al laccio un’altra volta dovresti resuscitare Laura”. Il ciceroniano chiodo-scaccia-chiodo non lo convince: a cinquant’anni allora si era vecchi, il nuovo amore non sarebbe che un surrogato. Per un gioco fatale del caso anche questa seconda donna è poi morta. Qui, nell’ultimo verso del nostro sonetto, gli “occhi belli” sono certamente quelli di Laura, essi soltanto erano come stelle che potevano illuminare il cammino e adesso sono spenti. “Soglio” per la lingua trecentesca può funzionare da imperfetto, equivale a “solevo”; ma funziona anche, eccome, da presente: “gli occhi che ero solito guardare e che continuo a guardare nonostante tutto”. E che magari ogni tanto cerco nei surrogati. Ecco il nodo, l’io non smette di desiderare nonostante l’età, il desiderio si configura come un’ossessione senza uscita.
Sant’Agostino gliel’aveva pur detto, che gli occhi di Laura l’avevano rovinato deviandolo dal Creatore alla creatura e spingendolo in un “bellissimo baratro” – se è così, perché continuare a evocarli e a rimpiangerli? L’ossessione se ne frega delle contraddizioni morali come di quelle logiche, e desiderare di non desiderare è pur sempre un desiderio. Sant’Agostino alla fine del dialogo aveva allargato le braccia, sconfortato. Dante no, lui incontrando Beatrice in Purgatorio al desiderio ci ha dato un taglio veramente, gli occhi che vede ormai sono “occhi santi”, illuminati da una ultrabellezza non più umana. Si è pentito, convertito, ha bevuto l’acqua che fa dimenticare. Altro clima culturale e altra tempra: l’accidia per Dante è un borbottare sotto il fango facendo le bolle come i pesci, medievale spettacolo comico e grottesco2. Petrarca invece è l’inventore della lirica moderna, quella che afferma e nega allo stesso tempo cullandosi nel circolo vizioso dei propri paradossi. Il ritmo accelera nelle terzine, si spezza, accumula metafore fino a un ultimo singulto finale, “spenti”, che è quasi un orgasmo. L’estrema disperazione è anche un possesso. La bellezza sconfigge la verità: il perfetto corpo femminile che lo ha ossessionato per tutta la vita non è nemmeno nominato, eppure c’è quello all’origine della depressione – altro che gli occhi della Vergine alla fine del Canzoniere: di Laura non si fa il nome ma l’alloro poetico è il “lauro”. La lirica moderna prende il posto della religione e del sesso, abituandoci a ingannare noi stessi con una parola che è canto.
1 Nel Secretum, del 1347-1350.
2 “Tristi fummo / ne l'aere dolce che dal sol s'allegra, / portando dentro accidÏoso fummo” (Inferno VII, 121-123).
2 Via da tutto
Emily Dickinson
dalle Poesie complete, III 34
What if I say I shall not wait?
What if I burst the fleshly gate
and pass, escaped, to thee?
What if I file this mortal off,
see where it hurt me, – that’s enough –
and wade in liberty?
They cannot take me any more, –
dungeons may call, and guns implore;
unmeaning now, to me,
as laughter was an hour ago,
or laces, or a travelling show,
or who died yesterday!
1862
E se dicessi che non aspetto più?
Se sfondassi il cancello di carne
ed evasa mi rifugiassi in te?
E se mi sfilassi dalla spoglia mortale,
guarda dove mi fa male – basta! –
e guadassi verso la libertà?
Loro non possono più prendermi, –
le prigioni possono chiamare, e i fucili implorare;
senza significato adesso, per me,
come chi rideva un’ora fa,
o i pizzi, o un circo viaggiante,
o chi è morto ieri!
Alcuni interpreti sostengono che gli interrogativi delle prime due terzine richiamano le domande famose di Amleto nel monologo Essere o non essere3? Il “mortal” del quarto verso riprenderebbe il “mortal coil” (tumulto, o groviglio, mortale) a cui fa riferimento Amleto chiedendosi quali sogni possano visitarci nel sonno eterno. La poesia parlerebbe dunque di una voglia di suicidio. È probabile, Shakespeare era tra le sue letture fondamentali; ma è una citazione impaziente e sbrigativa - Emily non è un sofisticato filosofo del dubbio, è una donna che ha fatto un solo anno al college e della correttezza grammaticale le importa poco. Che succederebbe se mi liberassi di “questo mortale”, cioè del corpo, e mi rifugiassi da te? I suoi “what” ripetuti sembrano una sfida, non (come per il principe danese) una riflessione accademica. Il “tu”, naturalmente, sarebbe Dio. E tutto il testo rappresenterebbe una preghiera a Dio di accoglierla finalmente nella libertà, liberandola dal dolore. Guarda dove mi fa male, basta. Il tono è confidenziale, lei verso Dio e la religione non usa mai formalismi o riverenze; una delle cose belle del testo è che pur avendo una struttura metrica impeccabile (in ogni strofa due versi a rima baciata di quattro piedi giambici, più un verso di tre piedi con la stessa rima, o quasi-rima, in ogni strofa) sembra buttato giù all’impronta, con una lingua ra...