Essere me era uno schifo. Esserlo proprio in una sera bellissima come quella, poi, con la neve che si accumulava silenziosamente in mucchi di mezzo metro fuori dalla finestra della mia stanza, era uno schifo anche doppio. Se ci mettete il fatto che era il giorno di Natale, lo schifo diventava triplo. Per non parlare della triste, dolorosa, devastante assenza di Jeb… e ding-ding-ding! La campanella sulla punta dello schifometro squillava all’impazzata.
Altro che jingle bells e campanellini di Natale. Per me solo campane a morto. Che allegria.
Speravo tanto che Dorrie e Tegan si spicciassero a venire. Mi sentivo come un piatto di figgy pudding natalizio, che non so nemmeno con che è fatto ma che comunque è quella cosa che sta a guardarti da un angolo del buffet, intatta e abbandonata a se stessa perché nessuno la vuole. Ecco, quella ero io. Fredda, sola e già un po’ indurita.
Grrr. Odiavo commiserarmi, ed è per questo che avevo chiamato Tegan e Dorrie, supplicandole di venire da me. Ma loro non erano ancora arrivate e, comunque, commiserarmi era l’unica cosa che mi andava di fare.
Perché Jeb mi mancava da morire.
Perché se ci eravamo lasciati – da appena una settimana, per cui la ferita era ancora aperta e sanguinava di brutto – era tutta colpa mia, stupida che non sono altro.
Perché avevo scritto a Jeb una (patetica?) mail in cui gli chiedevo per favore per favore per favore se potevamo vederci da Starbucks per parlare il giorno dopo, ovvero la Vigilia. E lui non si era fatto vedere. Non aveva nemmeno chiamato.
E poi perché, dopo aver aspettato da Starbucks per quasi due ore, avevo odiato me stessa e la mia vita talmente tanto che mi ero trascinata dall’altra parte del parcheggio ed ero entrata dritta da Fantastic Sam’s, dove singhiozzando avevo chiesto alla parrucchiera di farmi un bel taglio netto e tingere di rosa quel poco che sarebbe rimasto. E lei lo aveva fatto, perché cosa le importava se avevo deciso di commettere un suicidio estetico?
Per forza mi commiseravo: ormai non ero altro che un pollo spennato tutto rosa che aveva il cuore infranto e odiava se stesso.
«Addie, accidenti!» era stato il commento di mia mamma quel pomeriggio, quando infine ero tornata a casa. «È un taglio… impegnativo, diciamo. E li hai anche colorati… i tuoi capelli biondi, così belli.»
Le avevo lanciato il mio sguardo del tipo “Per caso vuoi anche uccidermi, già che ci sei?”, al quale lei aveva risposto piegando la testa di lato, un segnale di avvertimento che diceva “Stai attenta, tesoro, lo so che qualcosa non va, ma questo non ti autorizza a prendertela con me”.
«Già, peccato» mi ero limitata a dire. «Mi ci devo abituare.»
«Oddio, non sarà facilissimo… Ma perché l’hai fatto?»
«Non so… avevo bisogno di un cambiamento, credo.»
Lei aveva posato le fruste. Stava preparando il Cherries Jubilee, che a casa mia è il dessert tradizionale del cenone, e l’odore piuttosto forte delle ciliegie mi pizzicava gli occhi.
«Per caso ha a che fare con quello che è successo alla festa di Charlie sabato scorso?» aveva domandato.
Avevo sentito le guance accendersi. «Non so di cosa parli» avevo risposto sbattendo nervosamente le palpebre. «E comunque, tu che ne sai di cosa è successo alla festa di Charlie?»
«Be’, tesoro, da allora sei andata a dormire piangendo tutte le sere…»
«Non è vero.»
«E poi sei stata al telefono con Dorrie o Tegan praticamente 24/7.»
«Quindi hai origliato le mie telefonate?» le avevo gridato. «Hai spiato tua figlia?»
«Be’, non si chiama origliare se non hai altra scelta.»
La guardavo a bocca aperta. Cercava di sembrare materna, con quel grembiulone e il dolce alle ciliegie fatto secondo la vecchia ricetta di famiglia, ma in realtà era… era… Be’, non sapevo cosa fosse, sapevo solo che era scorretto e immorale ascoltare di nascosto le conversazioni altrui.
«E non dire 24/7. Sei troppo vecchia per dirlo così.»
La mamma si era messa a ridere, il che mi aveva fatto incazzare anche di più, visto che dopo aver cercato di reprimere l’ilarità, mi aveva guardato con la faccia da “È un’adolescente, poverina, la fase cuore spezzato le tocca”.
«Oh, Addie» aveva esclamato. «Per caso stavi cercando di punirti, tesoro?»
«Dio santo!» avevo risposto. «Questa è troppo la cosa sbagliata da dire a una che si è appena fatta un nuovo taglio di capelli!» E a quel punto ero corsa in camera mia per disperarmi in privato.
Ventiquattr’ore dopo ero ancora lì. Ero sgattaiolata fuori solo per il dolce alle ciliegie la sera prima, e al mattino per l’apertura dei regali, ma senza godermi nulla. Di certo non sentivo dentro di me la gioia e la magia del Natale. A dirla tutta, non ero sicura di crederci più, alla gioia e alla magia del Natale.
Mi sono girata nel letto per prendere l’iPod dal comodino. Ho selezionato la playlist “giorni bui”, fatta di tutte le canzoni tristi che siano mai esistite, e ho schiacciato Play. Il mio iPenguin collegato all’iPod ha iniziato subito a muovere malinconicamente le ali al ritmo di Fools in Love che si diffondeva dal suo corpicino di plastica.
Poi sono tornata sul menu generale e ho fatto scorrere lo schermo finché non ho trovato la cartella “foto”. Sapevo che mi stavo addentrando in un territorio pericoloso, ma non m’importava. Ho selezionato l’album che volevo sfogliare e ho premuto.
Subito è apparsa la prima foto che avessi mai scattato a Jeb, fatta di nascosto col cellulare poco più di un anno prima. Anche quel giorno nevicava, e nella foto si vedevano piccoli fiocchi di neve tra i capelli neri di Jeb. Indossava una giacca di jeans anche se fuori si gelava, e ricordo di essermi chiesta se per caso lui e sua madre non avessero qualche problema di soldi. Avevo sentito dire che si erano trasferiti a Gracetown dalla riserva Cherokee, che è a centocinquanta chilometri da qui. Lì per lì avevo pensato che fosse intrigante. Mi sembrava così esotico…
Comunque seguivamo tutti e due il corso di Inglese II, e lui con quella coda di cavallo nerissima e gli occhi grigio fumo era bello da fermarti il cuore. Però era anche un tipo superserio, un tratto del tutto anomalo per una con la tendenza al cazzeggio come me. A ogni lezione lo vedevo chino sul banco a prendere appunti, e continuavo a lanciargli di nascosto un’occhiata dopo l’altra, estasiata da quei capelli così lucidi e da quegli zigomi che mi sembravano la cosa più bella che avessi mai visto. Ma lui era riservato fin quasi all’indifferenza, anche quando mi mostravo più spumeggiante che mai.
Quando avevo affrontato la spinosa questione con Dorrie e Tegan, Dorrie mi aveva suggerito che forse Jeb non si sentiva molto a suo agio in questa cittadina di montagna dove sono tutti del Sud, cattolici e bianchi.
«Non c’è niente di male in nessuna di queste tre cose» avevo risposto sulla difensiva, visto che anch’io corrispondevo alla descrizione.
«Lo so» fece Dorrie. «Dico solo che può darsi che lui si senta un po’ escluso, tutto qui.» Essendo una dei due – dico due di numero – studenti ebrei della scuola, immagino che Dorrie sapesse bene di cosa stava parlando.
E così cominciai a chiedermi se per caso Jeb non si sentisse davvero un escluso. Forse era per questo che pranzava sempre con Nathan Krugle, il più escluso di tutti, con quella sua eterna collezione di magliette di Star Trek? Forse era per questo che al mattino, prima che si aprissero i cancelli della scuola, se ne stava appoggiato al muro con le mani in tasca, da solo, invece di unirsi a noi e dire la sua sull’ultima puntata di American Idol? E forse era per questo che non aveva ceduto al mio fascino durante la lezione: perché si sentiva troppo a disagio per aprirsi?
Più ci pensavo, più ero preoccupata. Nessuno dovrebbe sentirsi escluso nella propria scuola, soprattutto chi è adorabile come Jeb, e soprattutto se i suoi compagni di classe sono simpatici e carini come noi.
Be’, di sicuro Dorrie, Tegan e le altre nostre amiche lo erano. Anzi, eravamo fin troppo simpatiche e carine con lui. Il gruppo dei fattoni non lo era altrettanto. Loro erano molto poco gentili. E nemmeno Nathan Krugle lo era, perché era uno sfigato inacidito. Anzi, a dire il vero non mi allettava molto l’idea che Nathan avesse modo di seminare nella testa di Jeb le sue idee malate.
E poi un giorno, mentre prendevo in esame per la millesima volta tutti questi elementi, passai dalla preoccupazione a una specie di irritazione, perché… insomma! Per quale motivo al mondo Jeb doveva scegliere di passare tutto il suo tempo con uno come Nathan invece che con… me?!
E così quel giorno in classe gli lanciai una penna, dicendo: «Santo cielo, Jeb, ma sorridere, una volta?».
Lui fece un salto dallo spavento e un libro gli cadde in terra. Mi sentii un mostro. Pensai: Brava Addie, sempre delicata. La prossima volta perché non gli fai uno squillo di tromba nelle orecchie?
Ma in quel momento le labbra di Jeb si distesero, e un accenno di divertimento gli balenò negli occhi. Insieme a qualcos’altro: qualcosa che mi fece battere il cuore più forte. Il sangue gli affluì al viso, e lui si chinò in fretta per prendere il libro.
Oh, capii con una fitta al cuore. È solo timido.
Appoggiata al cuscino, guardavo la foto sull’iPod senza staccare un attimo gli occhi, finché il dolore non è diventato insopportabile.
Allora ho premuto il tasto centrale ed è comparsa la foto successiva. Era uno scatto della Grande Battaglia dell’Hollyhock, avvenuta il giorno della vigilia di Natale dell’anno scorso; a pensarci, appena un paio di settimane d...