Il mio inverno a Zerolandia
eBook - ePub

Il mio inverno a Zerolandia

  1. 240 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il mio inverno a Zerolandia

Informazioni su questo libro

Alessandra ha diciassette anni quando la madre muore dopo una lunga malattia. Rimasta sola con la nonna, torna a scuola decisa a respingere le attenzioni dei compagni che sente estranei, impegnata com'è nella manutenzione del suo dolore. Per questo cambia banco e prende posto vicino a Gabriele, detto Zero, la nullità della classe. Ma Zero è più interessante di quanto sembra. Ha un vero talento per il disegno; nella sua apparente noncuranza è attento e sensibile; è lui a soccorrere Ale sbucando inaspettato al suo fianco quando lei ha bisogno di aiuto. Piano piano un sentimento indefinibile prende forma tra le pareti della classe e la spiaggia d'inverno, grigi fondali di una storia semplice e complicata insieme: perché Alessandra è tanto lucida nel rivisitare il ricordo della madre quanto confusa nel prendere le misure di se stessa e di ciò che prova. E Gabriele è abilissimo a sparire proprio quando lei scopre di volerlo vicino. È la voce di Ale, ruvida nel dare conto del presente, dolcissima nell'evocare il passato, a raccontarci la storia di una perdita e una goffa, incerta storia d'amore. Il mio inverno a Zerolandia è tutto questo. E dimostra che la somma di due zeri non è zero, ma molto, molto di più.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2015
Print ISBN
9788817075060
eBook ISBN
9788858682456
Il mio inverno a Zerolandia
a mia madre,
tutti i giorni della mia vita
La spiaggia, vuota, infinita. Non è più nemmeno uno spazio, ma il piano inclinato del tempo dove la memoria scivola.
Appaiono frammenti di cose, di persone, l’inquadratura cambia di continuo, spesso fuori fuoco. Una ragazza che cammina con una bambina in braccio. La ragazza carezza dolcemente i capelli scuri della bambina, poi le dà un bacio sulla tempia. Il volto della bambina, poi quello della ragazza. Il vento le spinge i capelli davanti al viso. Sorride, muove le labbra. Sta dicendo qualcosa alla bambina, ma il sonoro non c’è: solo silenzio. E tempo. Tutto appare e scompare su quello spazio obliquo, lontano, irraggiungibile. La spiaggia, le nuvole, la ragazza che cammina. All’improvviso non si vede più niente.

Mia madre

Ricordo ancora il giorno che mi sorpresero a rubare. Avevo otto, forse nove anni, e il supermercato era uno di quelli piccoli, di quartiere, dove dalle casse riesci a tenere d’occhio tutte le corsie. Nel reparto cancelleria avevo visto una gomma rosa a forma di cuore e non avevo saputo resistere. Arrivò una delle cassiere e mi disse di tirare fuori subito quello che avevo preso, che tanto lei mi aveva vista. Senza nemmeno guardarla negli occhi le restituii la gomma e scappai via.
La paura è come la ricordo quel giorno. Il cuore che comincia a battere forte, un rumore assordante che dal petto ti arriva fin dentro le orecchie e non senti più nemmeno le tue stesse parole. Tutto all’improvviso è così reale da non sembrare vero. Di quel momento ho chiaro ogni dettaglio. La cassiera portava una gonna rosso scuro e dei mocassini neri. Vicino alle gomme a forma di cuore c’erano degli astucci di tela blu. La gente che faceva la fila alle casse si voltò a guardarmi. Corsi via con il cuore gonfio di spavento. Nel tempo che impiegai per arrivare a casa la paura si tramutò in vergogna e decisi che non l’avrei mai raccontato a nessuno.
Quando a mia madre dissero che aveva un cancro al rene la paura arrivò puntuale come quella volta: mi afferrò la gola e si mescolò al sangue e quando arrivò al cuore lo sbranò. Aveva trentasette anni, si chiamava Anna. Due anni dopo è morta.
Vivere nella paura, adesso lo so, è il peggiore degli incubi, ed è così che è vissuta mia madre per tutto quel tempo, con quel pensiero di morte giorno dopo giorno, ora dopo ora. Prese l’abitudine di tenere accesa la piccola lampada sul comodino per tutta la notte e di non chiudere più gli scuri. Cominciò a dire che la nostra casa era buia, che dalle finestre non entrava abbastanza luce. Iniziò la sua battaglia contro l’oscurità facendo togliere le tende dal soggiorno, e proprio lei che aveva sempre amato la notte iniziò a odiarla.
La mia non è mai stata una famiglia tradizionale, papà mamma fratelli sorelle. Mia madre e mia nonna sono tutta la famiglia che ho avuto. Mio nonno è morto che ero ancora piccola e mio padre non l’ho mai conosciuto. Se ne andò quando mia madre rimase incinta. Adesso siamo rimaste in due e pensare al futuro mi spaventa.
Tra le cose che conservo di quando ero piccola c’è il video che mio nonno fece il giorno del mio terzo compleanno, quando festeggiammo anche la laurea in lettere di mia madre. È nella libreria in camera mia. Dopo la sua morte l’ho rivisto un sacco di volte. C’è un momento, quando sto per soffiare sulle candeline: si vede mia madre alle mie spalle e sul tavolo davanti a noi c’è una torta enorme. Io sono in piedi sulla sedia e lei mi cinge la vita con le braccia. Mi sta dicendo qualcosa all’orecchio, una di quelle cose che si dicono ai bambini, tipo guarda che bella torta, l’audio è pessimo, non si riesce a sentire e purtroppo non ci si può fare niente, così mi ha detto il tecnico del negozio dove l’ho portato. Io alzo una mano e le tocco una guancia mentre fisso la torta davanti a me. So che può sembrare impossibile, ma io quel momento me lo ricordo. Ogni volta che mi rivedo penso la stessa cosa: che il tempo non è mai passato, io sono ancora lì, con la voce di mia madre che mi carezza la guancia. Ed è la sola cosa che vorrei. Tornare indietro. Fermare il tempo.
Dopo la diagnosi la operarono d’urgenza e cominciò subito le terapie, ma tutti i medici che la visitarono e che lessero la sua cartella clinica ci dissero che non c’erano speranze, le rimaneva poco da vivere. Nessuno poteva dire quanto, alcuni dissero mesi, altri tacquero. Continuarono a curarla perché era ancora giovane. Mia madre volle sapere fin dall’inizio, e quando tutti sapemmo di sapere fu come stare sulle montagne russe senza conoscere il tempo della corsa. Come sentirsi afferrare dal cuore.
A dirmelo fu mia nonna. Il giorno dopo non andai a scuola – avevo sedici anni e frequentavo la terza liceo – e neppure quello dopo ancora. Quando Sonia e Barbara, le mie compagne di classe, mi chiamarono, inventai una scusa e dissi loro di avvisare gli insegnanti che stavo male ma sarei tornata presto. Non dissi niente del cancro di mia madre, non volevo rispondere alle loro domande e soprattutto non volevo che lo sapessero tutti. In quel momento capii che avevo fatto la prima cosa da grande: avevo taciuto per proteggerla e perché avevo bisogno di stare da sola, lontano dalle cose stupide che si dicono in certi momenti, lontano dal chiacchiericcio inutile, per capire davvero quello che stava accadendo. Dopo nonna, anche mia madre mi chiamò e mi disse come stavano le cose, e in quel momento sperai solo che non si vedesse la mia paura. Anche lei faceva di tutto per sembrare tranquilla, ma le occhiaie e la pelle tesa del viso mostravano il contrario. Mi ripeté quello che mi aveva detto nonna, ma quando sentii la parola cancro pronunciata da lei mi si riempirono gli occhi di lacrime. Mia madre allora mi abbracciò forte e mi disse che c’erano delle cure, che insieme a me ce l’avrebbe fatta. In quel momento io diventò noi, il suo cancro il mio. Lo sapevo, era una cosa spaventosa, il padre di un mio amico ne era morto solo qualche anno prima. In quei giorni la testa mi si riempì di domande: i sintomi? Possibile che non se ne fosse accorta? Qual era stato il momento in cui tutto era cominciato? Perché nessuno aveva dato peso a quel suo improvviso dimagramento? Perché lei quando si trattava di me si accorgeva sempre di tutto, e io, che pure l’amavo, non avevo pensato a niente? Se ami qualcuno dovresti prendertene cura. Forse non l’avevo amata abbastanza, se il mio amore era stato così irresponsabile?
Io e mia madre non abbiamo mai parlato molto, e non cambiammo nemmeno nel periodo della sua malattia, ma cominciammo a cercarci con gli sguardi, a stringerci le mani mentre guardavamo un film insieme, a sorriderci silenziose, sorrisi caldi, pieni della speranza che nessuno ci aveva dato. Testimone di tutto fu mia nonna, che assecondò ogni decisione di mia madre sulla terapia e, alla fine, le sue ultime volontà. In due anni non ho mai visto mia nonna piangere. In certi momenti mi sembrava addirittura un’altra. La sua era una forza che si era temprata in altri silenzi, in un tempo lontano e giovane di cui nessuno sapeva nulla, e che all’improvviso tornava.
Pochi giorni prima dell’operazione non riuscii più a trattenermi e lo raccontai alle mie amiche di scuola. Il giorno che mia madre si operò ricevetti una marea di sms e di mail, anche da parte di ragazze e ragazzi che non sentivo da una vita. A nessuno avevo detto che non si trattava di un intervento risolutivo e quindi tutti quei messaggi pieni di fiducia e di vita mi fecero l’effetto contrario, e ogni volta che ne arrivava uno nuovo dovevo reprimere l’impulso di scagliare il cellulare contro il muro. Quando tornai a scuola qualche giorno più tardi l’effetto novità aveva già cominciato a scemare. Tutti mi chiesero come era andato l’intervento, come stava mia madre, e poi basta. Più avanti, quando mi capitò di non andare a scuola, nessuno mi domandò più nulla. Le mie amiche smisero di venire a casa mia e io di andare da loro. Con la scusa che in queste situazioni è meglio non chiedere e non disturbare, attorno a me si fece il vuoto. I due anni che seguirono li passai come dentro un’ombra. Compiti in classe, interrogazioni, qualche sabato in discoteca, piscina, passeggiate in centro, ma in ogni cosa che facevo c’era mia madre che stava morendo. La sua morte era ovunque: nello zaino tra i libri di scuola, nell’aria rosa e tersa delle sere di primavera, ma soprattutto nei suoi occhi consapevoli e rassegnati. Ricordo di aver desiderato ogni giorno che ce la facesse contro ogni previsione: sì, avremmo avuto tempo, ancora, e avremmo imparato a non sprecarlo, quel tempo, a non attendere chissà quale futuro per le parole importanti.
Se qualcuno mi chiedesse cosa ricordo di quei due anni, risponderei niente di particolare, a parte i gesti, i sorrisi, le piccole cose di tutti i giorni – la vita è questa, adesso l’ho capito, sono gli istanti che contano, non le cose. Credo che sia cambiato anche il mio modo di respirare: posso dire di aver imparato a trattenere il fiato, come se tutto quel tempo lo avessi passato sott’acqua, in attesa di prendere aria di nuovo. Per tutto quel tempo ho avuto solo paura.
Ricordo un film con una donna che prima di morire chiama le figlie a sé e una alla volta fa loro una specie di discorso d’addio. Mia madre non fece niente di tutto questo. L’unica cosa che mi disse fino alla fine, che non si stancò mai di ripetermi, fu che mi voleva bene e che ero stata la cosa più bella della sua vita. Quando stavamo insieme mi faceva parlare molto: della scuola, delle mie amiche, delle cose che volevo fare. E poi, verso la fine, quando cominciò a essere molto stanca, mi chiedeva semplicemente di sedermi accanto a lei, sul letto. Allora io mi stendevo al suo fianco e le prendevo la mano, o lei mi posava la sua sui capelli, e dormivamo un po’ così, come a scavare altro tempo nel tempo, a creare anse, vie di fuga.
È morta una mattina che ero a scuola. Già da qualche giorno non si alzava più. Il dottore aveva aumentato la dose di morfina e lei dormiva quasi sempre. Parlava pochissimo, e se le tenevo la mano non la stringeva più come prima. Non volevo andare a scuola quel giorno ma mia nonna mi costrinse. Diceva che dovevo distrarmi almeno per qualche ora, che nel caso mi avrebbe chiamato subito. Quando il mio cellulare vibrò e lessi il nome della nonna sul display sapevo già quello che avrei sentito. Dissi all’insegnante che dovevo andare subito a casa e corsi via senza guardare nessuno. Ancora mi maledico per non essere rimasta a casa quel giorno. Per non esserci stata. Corsi come una pazza con il mio scooter, pensando che non poteva essere vero, e mi resi conto che non avevo mai creduto fino in fondo che quel momento sarebbe arrivato. In quei due lunghi anni mi ero abituata a vederla malata e alla fine mi ero convinta che sarebbe stato per sempre così, non che potesse finire. Quando la vidi immobile, la bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, la paura fece di nuovo il suo giro e alla fine della corsa mi ritrovai come svuotata. C’erano stati giorni, certo, che avevo pensato a come sarebbe stato vederla morta, ma anche in quel momento, con la sua morte davanti ai miei occhi, semplice e terrificante, continuavo a non crederci. Mi avvicinai e trattenendo il respiro fissai il suo volto immobile, poi le presi le mani e le strinsi con forza, la chiamai, mi chinai a baciarla e appoggiai la mia fronte sulla sua. Mia nonna, in piedi vicino alla porta, sussurrò non c’è più con un sorriso di lacrime. Non c’era più. Mi mancò la terra sotto i piedi e ancora la paura mi strinse al suo petto e respirai solo l’aria velenosa dei suoi polmoni. Mia madre non c’era più.
Quando la seppellirono, a parte io e mia nonna c’erano anche Angela e Claudia, le amiche storiche di mia madre. La fotografia che avevo scelto gliel’avevo fatta io il giorno del mio ultimo compleanno: mi sorrideva e una ciocca di folti capelli scuri le ricadeva sulla fronte. Era bellissima quando sorrideva. Era una giornata d’autunno e i raggi di sole del tardo pomeriggio rendevano tutto più triste. Tutta quella luce dorata. Io e mia nonna non riuscivamo a guardarci negli occhi. Ci sentivamo frastornate, esposte. Avevamo stretto troppe mani, respirato l’odore denso di tutti quei fiori. Della chiesa ricordo gli scricchiolii delle panche, il sommesso bisbiglio e una confusione di volti dietro le lacrime e gli occhiali scuri, nient’altro. Quando fu tutto finito, presi mia nonna sottobraccio e ci avviammo piano verso l’uscita del cimitero senza dire una parola.
Nei giorni che seguirono cercammo di sistemare le sue cose, anche se ce ne mancava il coraggio. Tutti gli abiti che erano rimasti per mesi sulle sponde delle poltroncine in camera da letto vennero lavati, ripiegati e infine sistemati dentro il suo armadio. Il letto venne disfatto e rifatto, le imposte accostate. Mia nonna chiamò una signora a darci una mano. In realtà non ci serviva, ma credo che lo avesse fatto perché nel momento in cui mise piede nella stanza di mamma tutto il dolore di quei due anni le si riversò addosso. La signora Rosa sembrava non aver fatto altro che assistere famiglie fresche di lutto. Fece tutto in silenzio. Preparò un tè caldo a mia nonna e con una scusa la fece stendere sul divano, a guardare un po’ di televisione. Per tutto il tempo non le domandò mai come sistemare le cose di mia madre, ma si rivolse a lei solo per questioni tipo: le piante grasse non era meglio spostarle dove c’era più sole? Voleva che lo sbattesse, il tappetino all’ingresso? Prima di rifare il letto in camera di mamma mi sussurrò che era meglio fargli prendere un po’ d’aria. Me lo disse stringendomi una mano tra le sue, guardandomi con sincera comprensione, lo sguardo di chi non teme la tristezza degli altri. Subito la stanza si riempì di freddo, ma quell’odore di medicine e di morte io lo sento ancora. Mia nonna rimase di là, il viso contratto, lo sguardo fisso verso la cima del faggio che si vede da una delle finestre del soggiorno. Diedi a Rosa tutte le indicazioni per riporre le cose al loro posto, fui io la sacerdotessa che si occupò del tempio, in silenzio, come temendo che se avessi parlato a voce troppo alta io e mia nonna ci saremmo potute svegliare e accorgere che mia madre era morta.
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Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Il mio inverno a Zerolandia