Mio padre in una scatola da scarpe
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Mio padre in una scatola da scarpe

  1. 288 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Mio padre in una scatola da scarpe

Informazioni su questo libro

"SE MI AVESSERO CHIESTO UN ROMANZO CIVILE, ECCO, IO AVREI SCRITTO QUESTO LIBRO QUI." - GIULIO CAVALLI Michele Landa non è un eroe, e neppure un criminale. Tutto ciò che desidera è coltivare il suo orto e godersi la famiglia; vuole guardarsi allo specchio e vederci dentro una persona pulita. Ma a Mondragone serve coraggio anche per vivere tranquilli: chi non cerca guai è costretto a confrontarsi ogni giorno con gli spari e le minacce dei Torre e con l'omertà dei compaesani. Michele conosce la posta in gioco, ha perso il lavoro e molti amici, ma è convinto, nonostante tutto, che in quel deserto si possa costruire qualcosa di bello e provare a essere felici. Al suo fianco c'è Rosalba, "la silenziosa": dopo quarant'anni si amano come il primo giorno, sono diventati genitori e nonni, sognano una casa grande e un albero di mele. Ma si può immaginare una vita diversa, in una terra paralizzata dalla paura? Con una scrittura avvolgente e il piglio di un autentico cantastorie, Giulio Cavalli racconta un'Italia dimenticata e indifesa, ricordandoci che non serve fare rumore per diventare eroi delle piccole cose.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2015
Print ISBN
9788817083027
eBook ISBN
9788858682210
DOPO

16

Il matrimonio quarant’anni dopo

Da destra a sinistra guardando l’altare c’è ancora l’insieme di fiori, fiori vivaci, giovani e pieni di polpa. Rosalba li ha scelti con sua figlia Angela, tutte e due insieme, come Rosalba era stata insieme a sua madre per i fiori quarant’anni prima.
Rosalba i fiori ha passato tutto un pomeriggio a sceglierli da Angela, che sua figlia si è fatta una casetta bellissima e curata in via Bologna, abitazione con giardino e un terrazzo dove tutti insieme ci stanno perfettamente, al completo. E poi Angela ci tiene a questo secondo matrimonio tra mamma e papà, come se fosse cosa sua: un anniversario da lucidare come si fa per gli ori di casa, una fede nell’amore dei nonni per tutti i nipoti.
I fiori stanno lunghi nei vasi a recinto dell’altare, con i petali giovani e in mezzo qualche rosso: papà Michele l’ha voluto, ovvio, il rosso e l’ha voluto comunque anche se ancora oggi a Mondragone il rosso è troppo acceso e troppo rosso. Ma lui niente, si è messo di traverso con tutti i suoi quattro figli per difendere un’idea che comunque non porta mica male a nessuno, dice così quando difende strenuamente un’idea e ripete per tutto il giorno che non fa mica male a nessuno. Solo Andrea, il figlio maggiore dei quattro, aveva voluto cavalcare la polemica per un paio di giorni, ma giusto per il gusto di scornarsi con papà; e intanto Angela come sempre a mediare per tenere più morbidi i toni e Andrea, al solito, tutto concentrato a volere essere l’uomo di casa a protezione dell’universomondo. I fiori rossi brillano tra le nuvole di bianco con tutta la forza della disputa maschile, issati come un inno, e ora Angela li sistema con una carezza con dentro tutti i padri e tutti i fratelli maggiori di tutto il mondo.
I drappi poi, i drappi sono bianchi e questa volta almeno sono tutti di seta, tutti, perché li ha voluti pagare Giovanni come regalo per questo secondo matrimonio di mamma e papà. Giovanni lavora in Germania da tre anni, pendolare tra l’Europa e Mondragone come se fosse la strada dalla piazza al mare. Ha le rughe giovani, quelle dei viaggiatori, è un figlio buono e silenzioso ed è tutto suo padre per la propensione alla mediazione e, se serve, piuttosto anche al silenzio. Mica il silenzio omertoso, per carità, Michele non lo permetterebbe a nessuno della sua famiglia, però Giovanni ha sempre avuto fin da bambino il fiuto per i silenzi quando occorrono per chiudere una diatriba o smorzare un inizio di incendio: insomma, Giovanni è il bagnasciuga perfetto per le nevrosi famigliari. Sta piantato in prima fila al banco dei parenti in questa chiesa vestita da matrimonio, e ha la mano nella mano di sua moglie che tiene la figlioletta bambina con la corona di fiori: si è costruito una bella famiglia, anche lui.
Al suo fianco c’è Antonio, il più piccolo dei quattro figli, tutto magro dentro un abito che sembra di tre taglie troppo grande con le maniche strozzate in un risvolto a palloncino e i pantaloni stretti a gola di sacco dalla cintura nuova di zecca. Antonio ha il pregio di essere il più piccolo, ed è un pregio che ti tieni anche a cent’anni, fatto di attenzioni che non si ha più voglia di domare per l’ultimo figlio: si è potuto svegliare quando la mattina era già piena, si è goduto le libertà erose metodicamente dai suoi fratelli maggiori, ha avuto vestiti nuovi per davvero, ha studiato con indolenza e oggi tiene una famiglia che senza mamma e papà proprio non avrebbe idea di come mantenere. In cambio, però, Antonio ha una gratitudine che ogni tanto fa quasi malinconia.
I drappi drappeggiano come non si vedeva da tempo qui a Mondragone: tra le persone normali, quelle che sono come tutti, difficilmente si sono visti matrimoni con drappi come questi. Sotto l’ostensorio dell’altare ci stanno gli inginocchiatoi, come quarant’anni fa, ma questa volta Michele ha voluto inginocchiarsi su quello dei suoi genitori. Ha fatto pace con il presente e con il passato: i figli sono la strada più veloce per reinnamorarsi dei propri genitori.
Nonno non c’è più. Nonno è morto una settimana esatta dopo il matrimonio di Michele e Rosalba, mentre loro erano ancora in viaggio di nozze a Napoli, trovato al mattino nel letto con un sorriso luminosissimo che gli faceva il giro intorno a tutta la faccia e con le mani giunte; forse preoccupato di non disturbare nemmeno da morto, nonno quando l’hanno trovato i vicini indossava già il completo elegante che ha sempre voluto indossare per il proprio funerale. Qualcuna tra le anziane aveva parlato di un brutto presagio maledetto e stregone, riferendosi a quel morto preparatosi da solo, ma Michele e Rosalba si ricordano bene come non l’avevano mai visto così sereno. E dolce. Sereno e dolce, e solo poi anche morto. Quarant’anni fa, il giorno dopo il matrimonio di suo nipote, Nonno gli aveva confessato che la loro cerimonia era stata un’emozione così forte e così bella che sicuramente gli avrebbe consumato il cuore e aveva chiesto a Michele di non seppellire per odio gli oggetti della loro famiglia, inginocchiatoio incluso: per questo adesso l’inginocchiatoio è qui, sull’altare, e chissà Nonno come sorride.
Ora è tutto pronto, la chiesa è apparecchiata e Angela si rilassa sistemandosi lo scialle di seta e tirando un respiro profondo: “Tutto a posto”, sembra dire con gli occhi alla prima fila. L’organo inizia a bisbigliare la marcia nuziale, l’ingresso della chiesa si adombra: è Michele al braccio con suo figlio Andrea. Avanzano tentando senza successo di sembrare alteri, come fanno i padri e i figli, e fissando l’altare.
Andrea è un testa calda, emozionalmente anarchico per chissà quale gene venuto strabico, spettinato nella sostanza nonostante la forma e sempre con quell’ansia rabbiosa e preoccupata da cacciatore; è il figlio maggiore e Michele sa bene come questo ragazzo venuto per primo abbia dovuto sperimentare la gioventù e l’inesperienza di loro, da genitori; è nato poco dopo il matrimonio, festeggiato come un’apparizione e coccolato come i primi per diventare poi troppo presto il più grande. Eppure Andrea ha nel cuore un inquieto senso di giustizia, delle regole che vanno rispettate a costo di avere il coraggio di rivendicarle, tanto che Michele non riesce a non sentirsi vicino a quella ribellione, che lo riporta indietro nel tempo a se stesso, in questa stessa Mondragone, decenni fa. Litigano, urlano, strepitano e tutti e due a rinfacciarsi di avere troppo poco coraggio. Durante una delle cene di famiglia tutti insieme, figli e nipoti, sarà stata un paio di mesi fa, Andrea aveva preso il padre per le guance con i palmi della mano e gli aveva detto quasi strillando: «Papà, dove sei finito tu che ci insegnavi a far rispettare le regole, pensi di poter mollare perché invecchi?». E lui, Michele, si era sentito vecchio davvero, come se da quell’istante fosse invecchiato di dieci anni in ogni secondo successivo, gli aveva preso le mani nelle sue, sulle guance, e gli aveva detto che aveva ragione, sì, e che non si può spostare l’asticella dei valori in nome della stanchezza. E poi quella sera stessa gli aveva chiesto di essere con lui all’entrata in chiesa per l’anniversario e adesso sono qui, tutti e due, arrivati all’altare come due litigiosi cronici sempre in attesa di firmare il prossimo amorevole armistizio.
“Eccomi qui” si dice Michele, “eccomi qui che sono passati quarant’anni. Eccomi qui con il vestito buono.” Dentro il cuore ha la stessa felicità di quel tuffo al mare lui, Rosalba e Massimiliano. Invecchiando, almeno, ha imparato a essere felice. Almeno questo.
Rosalba, be’, Rosalba è bella della sua stessa bellezza di quando era ragazza, sorridente di un sorriso pulito come un neonato e con il mare calmo delle mamme nei suoi passi. Mentre attraversa il fondo della chiesa senza rinunciare al vezzo di essere femmina è la Grande Madre nutrice e salvatrice che si fa incoronare dai figli. Ci tiene moltissimo a questo giorno, più per rinnovare la promessa che per la festa: per dire davanti a dio che, nonostante i modi di dire tra la gente, nonostante l’età che certo non consola, nonostante tutto lei non tornerebbe indietro, no, non rinuncerebbe a nessuno dei momenti vissuti fino a qui, dolori inclusi, perché la sua famiglia è un’opera titanica e artistica che la riempie di fierezza e di orgoglio. Quando ancora le chiedono come sta, cosa fa, al mercato o alla piazza di Mondragone, lei risponde: «La madre». E risponde con dentro una traversata oceanica, un giro del mondo in mongolfiera e una vittoria olimpica. La madre. Senza perifrasi, incertezze: la madre. “Mamma Rosalba” è diventato il centro dolce di una tribù che si scalda ogni sera sotto il suo manto, anche se in giro per il mondo. Ha insistito per entrare da sola in chiesa, Rosalba, per percorrere questo corridoio che adesso la porta dal marito e padre. «Non c’è nessuno a cui dare il braccio se non al mio Michele» ha detto mentre in casa si organizzava la cerimonia. «Me ne vado sola a prendermelo all’altare, allora.» E nessuno ha osato nemmeno porgere un dubbio o un’osservazione, perché quella frase in fondo è la loro fede nuziale. Mica fedele, no: fede, sostantivo, mica aggettivo. Quando lei arriva davanti all’altare, Rosalba e Michele si prendono per mano. Tutti e due. Intorno, i loro quattro figli e i nipoti, le nuore, gli amici, i colleghi: è la conta degli affetti e degli amori. Una cerimonia perfetta.
Angela coordina con lo sguardo per prevenire ogni disguido, e intanto si commuove stretta al marito. Cronologicamente perfetta anche nelle gioie, si vede proprio che è una maestra. Sì.
Andrea si sforza. Non deve piangere, no, mica può perdere il profilo del fratello maggiore, no. Ma si vede lontano un chilometro che gli occhi gli gocciolano comunque di gioia, dentro.
Giovanni stringe le palpebre per fotografare questo momento, nitido e chiaro, da portare in tasca per tutte le prossime trasferte di lavoro.
Antonio pensa a quanto in famiglia siano già tutti adulti, invecchiati mamma e papà. Lui così spaventosamente responsabile e sua moglie che sembra una bambina nella sua meraviglia felice. E si commuovono acerbi e stretti.
«Sei sempre elegante, Michele.»
«Sei più bella di allora.»
Chissà com’è felice se ci vede dall’alto, il Nonno. Chissà come avrebbe pianto con il naso Massimiliano. Chissà Giulio. Quarant’anni passano partorendo figli e buchi, figli e buchi, figli e buchi.

17

Alle sette Andrea

Alle sette Andrea suona sotto ca...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prima
  4. Dopo
  5. Indice