CAPITOLO QUATTRO
Sotto il segno di Venere
Avete presente la disperazione di Rossella O’Hara in Via col vento, quando vede quel merluzzo di Ashley baciare Melania, un attimo dopo che gli ha confessato il suo amore?
Bene, ieri sera mi sono sentita allo stesso modo per non più di cinque minuti, pressappoco il tempo che ha impiegato l’automobile di Daniele per scomparire in fondo alla strada.
Dopo aver sorpreso i due piccioncini tubare, sarebbe stato logico trascinarmi a casa tra i singhiozzi per rimanere in stato catatonico fino all’alba. La mia notte doveva essere terribile, popolata di incubi e bruschi risvegli, e soltanto una provvidenziale doppia dose di Valium avrebbe placato i miei tormenti.
Invece non è successo niente. Anzi, ho dormito per dieci ore filate e mi sono svegliata fresca e riposata come una rosa di maggio.
Studio il mio viso riflesso nello specchio. Ho lo sguardo lucente, le guance colorite e, se non temessi di suonare ridicola, direi che il mio naso un po’ a patata si è rimpicciolito.
È ovvio, la tresca di Daniele e Titti non mi lascia indifferente, ma è come se avessi sepolto il dolore e lo sconforto sotto gli strati più profondi della mia coscienza.
Saranno gli effetti del corso di yoga che ho seguito lo scorso anno.
Mi è costato un occhio della testa, ma sono stati soldi ben spesi.
Come diceva il guru Francesco, lasciate andare i pensieri ed elevatevi al di sopra della vostra essenza materiale.
E così è stato. Anche se, a pensarci bene, di lezioni ne ho seguite solo tre, ma non era colpa mia se si tenevano il giovedì, quando Daniele era libero dagli impegni universitari e veniva a dormire a casa mia.
Accendo il cellulare con un sorriso soddisfatto e mi accorgo di aver ricevuto un sms da un numero che non conosco.
Mio malgrado, sento la speranza riaccendersi. È Daniele. Deve essere Daniele. Mi vuole far sapere che ci ha ripensato ed è pronto a tornare da me. Soprattutto ora che ha capito che Titti non è la ragazza per lui.
Un momento. E se mi avesse inviato un messaggio per chiudere definitivamente la nostra storia e comunicarmi che d’ora in poi parleremo solo attraverso i nostri avvocati?
È terribile. Non credo che riuscirei a tollerarlo. Comunque non c’è bisogno di arrivare a tanto, non avendo ancora divorziato.
Ah, già. Dimenticavo che non ho ricevuto neanche l’anello di fidanzamento.
Scruto diffidente il piccolo schermo luminoso e leggo velocemente il testo.
“Ciao, Carla! Sono stato felice di rivederti. Sei molto più carina di quanto ricordassi. Ti auguro una buona giornata. Michele.”
Tiro un sospiro di sollievo.
Michele? Chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe disturbato a scrivermi? Ci sono un mucchio di casalinghe gelose che lo seguono fedelmente quando recita in tv e che potrebbero uccidermi solo per questo.
Magari, dopo la débâcle con Daniele, è lui la soluzione a tutti i miei problemi. Per di più crede che sia diventata più carina.
Okay, considerando che i nostri ultimi contatti risalgono alla seconda metà degli anni Novanta, quando andavo in giro con gli occhiali da talpa e le extension blu, non è questa gran cosa.
Poco dopo sento suonare il campanello d’ingresso.
«Come stai, cucciola? L’altra sera mi hai fatto preoccupare.» Mamma mi getta le braccia al collo, stritolandomi contro il pelo della sua pelliccia di visone, che mi provoca da sempre un attacco allergico in piena regola.
«Basta, mi stai soffocando!» Tento di sottrarmi, sputacchiando e tossendo. «Sto benissimo» rispondo, glissando sull’averla abbandonata durante il debutto ufficiale come lettrice delle rime pietrose di Marika Nicoletti.
Lorena fa capolino dietro di lei. «Mio marito mi ha prestato il Suv. Ti accompagniamo al museo.»
Si sfila il cappotto e inizia ad aggirarsi tra cucina e bagno, storcendo il naso. «Ma che hai combinato? C’è una puzza, qui dentro!» Si sporge per annusarmi. «Anche tu emani uno strano odore.»
«Sarà il miele che ho aggiunto all’acqua del bagno. Insieme al latte scremato» commento con indifferenza.
Spalanca le palpebre. «Hai aggiunto cosa?»
«Un litro di latte mescolato al miele, come facevano gli antichi. Rende la pelle liscia come il velluto.»
Benché, a dire il vero, non usassero il latte confezionato della centrale, ma quello appena munto dalle capre. Il che mi ha sempre fatto impressione, ma non è questo il punto.
«Hai mai sentito parlare di ricette della nonna?» la interrogo con un cipiglio da maestra.
«Questa è un’altra delle tue fissazioni.» Si tocca la tempia con la punta dell’indice per alludere alla mia presunta follia, e mi lancia un’occhiata indagatrice dall’alto del suo tacco dodici completo di plateau. «Come mai sei vestita da donna, oggi?»
Arrossisco imbarazzata e indico la gonnellina a pieghe che indosso. «L’ho ripescata dall’armadio. Erano anni che non la mettevo.»
Un urlo disumano mi perfora i timpani. «Caluuuuuuù, stai benissimo!»
È mia madre che esprime tutto il suo apprezzamento.
In auto, mi rendo conto che aggirarsi con il Suv per le viuzze del centro storico è un’impresa che costringerebbe chiunque a sfidare, senza vincere, le leggi della fisica.
All’ennesimo stridio di pneumatici, con mia sorella che inchioda l’auto nel bel mezzo di un incrocio intasatissimo di vetture, serro le palpebre e mi raccomando all’Onnipotente.
Finché, dopo interminabili manovre e grazie a una plausibile intercessione divina, riesce a condurre la portaerei in prossimità del museo.
Riapro gli occhi e scorgo in lontananza Simona passeggiare a braccetto con Giulio.
Balzo giù dalla macchina e li raggiungo. «Ciao, cari, come è andato lo shopping all’Ikea?»
«Abbiamo comprato una camera da letto bianca e blu. Tutta di legno massiccio. E c’era anche il piumino in tinta e due paia di lenzuola a quadretti» mi spiega Simona con le stelline negli occhi. «Diglielo anche tu» si rivolge al promesso sposo, che oggi ha l’aria più secchiona che mai con il parka verde militare da attivista sfigato e gli occhialetti alla John Lennon sul naso.
«Non saprei davvero, non credo che…» farfuglia lui, stranamente a corto di parole. Intanto mi osserva stranito. «Hai un aspetto fulgido, stamane, Carla.»
Aspetto fulgido? Bleah, che razza di complimento!
«Grazie» rispondo a disagio. Davvero, non ci sono abituata. Di solito è così concentrato nell’impartirmi i suoi principi di filosofia universale che gli sfuggirebbe perfino se fossi viva o morta.
Simona si è rabbuiata, tanto più che Giulio continua a sorridermi con aria ebete. «Allora, mi stavi raccontando delle lenzuola!» le chiedo, con un tono di voce un po’ troppo alto.
«Sono uguali a quelle di Julia Roberts, nel film in cui curava un miliardario malato e poi se ne innamorava» replica, senza perdere di vista il fidanzato. «Te ne ricordi, amore?» Si interrompe e gli tira un pizzicotto sul polso. «Ehi, mi stai ascoltando?»
Lui non risponde, perso nella contemplazione di un punto al centro delle mie sopracciglia.
Mi copro la fronte con il palmo, infastidita. «Giulio, ti ha fatto una domanda!»
Lui scuote la testa, come se non gli interessasse, e mi afferra una mano portandosela alle labbra. «Carla, che ne pensi di unirti a noi in questa salutare passeggiata?»
Ritiro la mano con forza e sbotto: «Mi dispiace, ma sono impegnata».
Insomma, si rende conto? Sta facendo il cascamorto sotto gli occhi della sua fidanzata, nonché mia amica del cuore.
Mette il muso. «È davvero un peccato, ne sarei stato lieto.»
Io no! Ma questo lo tengo per me. Tento di ignorare l’occhiata con cui mi fulmina Simona e concludo: «Bene, io vado, e tanti auguri di buon Natale».
Volto velocemente le spalle a entrambi e mi avvio a passi risoluti verso l’ingresso del museo, dove mi aspetta mia madre.
«Lorena è rimasta in auto perché non ha trovato parcheggio.» Liscia con le dita un ciuffo di capelli che le si increspa sull’orecchio. «Però c’è qualcosa che mi sfugge, Calù. Hai sempre detestato il...