Capitolo 1
Bologna, 1987, campo della Pescarola, quinta giornata del campionato Allievi. La squadra in cui gioco, la Lame, è sotto 1-0, ma il tempo per rimediare c’è. A partire da adesso, mentre supero in dribbling l’ultimo difensore avversario e mi involo verso la porta. Sto già pensando a dove angolare il tiro quando in un attimo mi ritrovo a terra, falciato alle spalle da un disperato tentativo di recupero.
Sollevo la testa e sopra di me c’è l’arbitro. Ha ancora il fischietto in bocca, cadendo non ho sentito niente.
«E allora?» urlo.
«Allora cosa?» risponde.
«Dico, solo punizione? A momenti mi stacca una gamba! Come fa a essere solo fallo?» Ho appena sedici anni, ma in campo la voglia di polemizzare non mi manca.
«Esagerato, voleva prendere la palla. Sei stato più veloce a spostarla. La punizione basta.»
«Stai scherzando? Non sapeva neppure dov’era, la palla. Come fa a non essere almeno ammonizione? Va buttato fuori! E poi vorrei capire…»
Sto ancora parlando quando mi ritrovo il cartellino giallo in faccia.
«Ora basta, alla prossima parola ci vai tu negli spogliatoi.»
E così mi prendo il giallo, non posso fare altro. Mi allontano guardando male l’arbitro e mentre lo faccio lui rincara la dose: «Pensa a giocare!».
Certo che penso a giocare, il calcio è stato la mia culla, è il mio orizzonte. Mio, dei miei migliori amici Alberto (per tutti Bebo), Andrea, Ciccio, di mio fratello Lele. Sono anni che ci ritroviamo ogni giorno al campetto sotto casa, anche con tre metri di neve, anche con il caldo che toglie il respiro. Bologna è il nostro stadio all’aperto, nel quartiere ci conoscono tutti, organizziamo partite dovunque una palla possa rotolare.
«Non sai nulla del regolamento e vuoi dare lezioni…» sentenzia definitivamente l’arbitro.
Eccolo lì. Ogni volta che discuto con uno di loro, a un certo punto viene fuori la storia delle regole. Che poi, cosa saranno mai queste regole… Un fallo è un fallo, non è che ci sia molto da dire. Sì, c’è il fuorigioco, ma se non sei cieco lo vedi se uno è davanti a tutti o no. La verità è che gli arbitri vogliono decidere senza dover spiegare quello che fanno. Questo è.
Quel giallo immeritato, però, mi resta impresso nell’orgoglio e anche un po’ sulla caviglia, così il giorno dopo all’intervallo vado dritto da Simone, un mio compagno di classe che arbitra da un paio d’anni, per raccontargli l’accaduto.
«Insomma non è che mi aspettassi il rosso diretto, però mi ha sgambettato da dietro, stavo andando in porta… Almeno un giallo poteva darglielo, no?»
Con Bebo e Simone spesso commentiamo gli episodi e le decisioni arbitrali del giorno prima, anche se il più delle volte c’è poco da dire perché alla fine sbatti contro un muro: se non conosci bene il regolamento, hanno sempre ragione gli altri.
«Vieni anche tu a fare l’arbitro, scusa, vieni a provare! Così poi vediamo se ti sembra ancora facile come dici. Chiama qui» chiude il discorso Simone, scrivendomi un numero di telefono su un foglietto.
E lì mi scatta una molla. Mi è sempre piaciuto imparare cose nuove: potrei provare a studiare bene il regolamento, perché no? E mi piace l’idea di mettermi alla prova.
«Bebo, ma sai che io ci vado davvero? Proviamo? Così la prossima volta potrò rispondere che il regolamento lo conosco perché ho fatto il corso anch’io!»
Ragiono da calciatore. A me interessa giocare e basta, non saprei citare il nome di un arbitro di Serie A nemmeno per sbaglio. I giocatori invece sì, quelli li conosco quasi tutti.
Bebo mi guarda, si guarda intorno, prende tempo. Sta per dire qualcosa. Vuole essere sicuro che non lo stia prendendo in giro. Riguarda il foglietto con il numero di telefono della sezione arbitri di Bologna.
«Chiamiamo?» sussurra.
«Chiamiamo» rispondo. «Se non ci piace, molliamo e torniamo solo a giocare.»
Sono gli anni d’oro della Samp e dei Gemelli del goal Vialli-Mancini: il primo amore è il Bologna ma la Sampdoria ha una maglia bellissima e un gioco d’attacco spettacolare. Anche Bebo e io ci sentiamo Gemelli del goal, abbiamo pure messo a punto un nostro schema segreto, lo chiamiamo “teoria Vialli”. Applicarlo è facile: basta tirare in porta tutte le volte che è possibile. Lo stesso Vialli lo aveva spiegato in un’intervista alla vigilia di un match importante: più tiri più aumenti le possibilità di segnare. Noi lo abbiamo fatto nostro: se non riusciamo a sbloccare una partita, basta un’occhiata e… «teoria Vialli!», iniziamo a tirare da qualunque posizione.
E così, dopo quella telefonata, noi Gemelli del goal ci mettiamo lì a cercare di capire cosa si deve fare per essere ammessi al corso da arbitri. Una delle prime cose che scopro è che per frequentarlo bisogna presentare un sacco di documenti, tra i quali l’autorizzazione dei genitori – dato che siamo ancora minorenni – e la fedina penale, che deve essere pulita. Fedina penale… e io che non sapevo neppure di averla! A sedici anni andare in tribunale a richiedere la certificazione mi sembra una cosa da grandi, da adulti.
Burocrazia a parte, diventare arbitro sembra facile, dovremo rispondere alla convocazione presentandoci alla sezione di Bologna e là ci daranno tutto il necessario: regolamento, divisa, fischietto, cartellini e anche la magica tessera che permette di entrare gratis in tutti gli stadi d’Italia. Roba di lusso, sono gli anni in cui, tranne rari casi, l’unico mezzo per “vedere” i goal e le azioni in tempo reale è la radio.
Quando andiamo in sezione per la prima lezione, Bebo e io restiamo affascinati. Sulle pareti sono appesi tanti gagliardetti e tante fotografie di match “veri”, altro che campetti e cortili. Abbiamo la sensazione di trovarci in un posto pieno di storia. È bellissimo: la sala destinata al corso è talmente grande che sembra un cinema. E poi ci sono gli uffici al piano di sopra, un piccolo bar a quello di sotto e soprattutto, fuori, un campo da calcetto che permette di organizzare dei bei tornei. “Così potrò continuare a giocare” penso.
Innanzitutto ci viene consegnato un questionario conoscitivo: nome e cognome, come sei venuto a conoscenza del corso, fino a che categoria pensi di poter arrivare… Come “arrivare”, dobbiamo ancora partire e già mi chiedono conto del traguardo? Sono un po’ spiazzato, ma qualcosa va scritto e non c’è tutta la sera per pensarci. Sul foglio leggo un sacco di sigle incomprensibili: Otp, Otr, Can-D, Can-C, Can-B e Can-A… “Cos’è, uno scioglilingua?”
Mentre cerco di capirci qualcosa alzo lo sguardo e vedo accanto a me uno dei responsabili che ci ha accolto, Ermanno. Capisce il mio imbarazzo e prova a spiegarmi il significato di quelle sigle, ma perdo il filo quasi subito.
«Qual è il primo livello da arbitro nazionale?» gli domando.
«Can-D.»
Dai Nicola, un po’ di presunzione non guasta. Non dico Serie A, neppure Serie B, ma forse se m’impegno in Can-D ci posso arrivare… Fatto. Crocetta su Can-D. Il campionato interregionale mi sembra un ottimo obiettivo. Mi piace l’idea di dovermi impegnare, di dover fare fatica per raggiungere un risultato concreto. Quel foglietto sarà il mio totem, Can-D il mio traguardo.
In aula siamo circa un centinaio di ragazzi, ognuno diverso dall’altro. Li passo in rassegna tutti con lo sguardo, mi chiedo chi diventerà un arbitro “vero”, chi riuscirà a raggiungere l’obiettivo minimo che mi sono dato anch’io, chi mollerà alle prime difficoltà. Nel frattempo Roberto Armienti, il presidente di sezione responsabile del corso, ha iniziato la sua lezione mostrandoci il disegno di un re seduto sul trono con tante persone intorno pronte ad ascoltarlo e a obbedire alle sue disposizioni.
«Secondo voi perché vi sto facendo vedere questa vignetta?» chiede.
Vengono fuori le ipotesi più disparate, poi si torna seri e Armienti riprende in mano la situazione. «Ve lo dico io perché: per spiegarvi che quando arriverete al campo saranno tutti gentili con voi e disposti a esaudire le vostre richieste. “Prego signor arbitro”, “Certo signor arbitro”… Vi tratteranno come un re, insomma. Ma poi…»
Ci mostra un altro disegno che ribalta tutto: l’ex re sta lasciando il campo con la sua borsa in spalla, in solitudine e nell’indifferenza generale. Anzi: a ben vedere, qualcuno tra il pubblico lo punta col dito e ride, qualcun altro ha un’espressione minacciosa. Essendo ottimista di natura, cancello la seconda immagine dalla memoria e scelgo la prima come ricordo della serata da portarmi a casa.
Già, a casa. Mio padre guarda a distanza la scelta di frequentare il corso per arbitri, non è un grande appassionato di sport e per lui arbitro o calciatore non fa molta differenza. Si è limitato a dirmi: «È giusto che tu faccia le tue esperienze, che cammini da solo con le tue gambe». Mia madre invece si è mostrata decisamente più preoccupata, dei “rischi del mestiere” non sa granché ma questo non le impedisce di essere apprensiva e di guardare con ansia alla mia nuova avventura. Del resto, quando si tratta dei suoi figli tranquilla non riesce proprio a stare. Ciononostante, il primo giorno di corso non ho visto solo preoccupazione nei suoi occhi, un po’ le piace l’idea di vedere un ragazzino così deciso di una scelta. E io deciso lo sono eccome.
Emanuele, mio fratello, tre anni più grande di me, è il mio opposto. È da sempre il mio riferimento e allo stesso tempo il “rivale” da battere soprattutto nei giochi. Non so chi dei due sia più competitivo. Battagliamo su tutto e ci prendiamo in giro per qualunque cosa, ma nei momenti importanti so di poter contare su di lui: è il primo a cui racconto di essermi iscritto al corso per arbitri.
«Ma che cavolo ti passa per la testa? Che gusto c’è a fare l’arbitro? Vuoi mettere quanto è più divertente giocare?»
Lele non perde occasione per prendermi in giro ma so che mi appoggia. È un punto fermo e un supporto fondamentale, anche perché se non ci fosse lui ad accompagnarmi in macchina alle lezioni non potrei frequentare il corso. E poi in quel tragitto in macchina abbiamo tempo per stare assieme.
Così è iniziata: due sere alla settimana per due mesi e mezzo, ogni volta una regola diversa. Da memorizzare, capire, imparare ad applicare.
Fino all’esame conclusivo.
Fino alla partita di esordio.
«Sono sicuro che farai schifo…» mi sussurra Lele ancora mezzo addormentato, prima di voltarsi dall’altra parte e riprendere a dormire. È domenica mattina, è presto, dalla strada si levano pochi rumori.
«Grazie, buona giornata anche a te.»
Un’ultima occhiata alla borsa, poi chiudo la zip ed esco dalla stanza in punta di piedi. Anche la casa è avvolta nel silenzio e io voglio uscire senza svegliare mamma e papà. Loro non sanno niente, non sanno che è la mattina del mio debutto. Meglio risparmiare loro la tensione, e poi così sono più tranquillo anch’io. Con Lele abbiamo concordato una balla a prova di indagini.
Sergio mi aspetta in macchina davanti al portone, a motore spento. Lui è il mio tutor, il mio angelo custode, la mia ombra. È la procedura per ogni esordio. Mi accompagnerà al campo, resterà nello spogliatoio con me, si accerterà che non faccia casino con la chiama dei giocatori, con il controllo dei documenti eccetera. Metto la borsa nel baule, salgo accanto a lui.
«Sei pronto, Nicola?»
Faccio un bel respiro.
«Pronto.»
Sergio mi guarda, accenna un sorriso e mette in moto. Si va.
«Dormito bene?» mi domanda.
«Sì sì, benissimo.» Ed è la verità. Forse più che tranquillità è inc...