L'ozio come stile di vita
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L'ozio come stile di vita

  1. 320 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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L'ozio come stile di vita

Informazioni su questo libro

IL MANIFESTO La religione dell'industria ha trasformato gli esseri umani in robot del lavoro Gioia e saggezza sono stati rimpiazzati da lavoro e preoccupazione Dobbiamo difendere il nostro diritto di essere pigri Il lavoro ci ruba il tempo Produttività e Progresso hanno generato ansia e disagio La carriera è un fantasma Il denaro è una costruzione mentale Possiamo crearci il paradiso Non c'è nulla che deve essere fatto per forza Sii buono con te stesso Resta a letto L'inazione è la fonte della creazione Arte, persone, vita Pane, pancetta, birra Non legarti a niente Prima vivere poi lavorare Non sapere niente Il tempo non è denaro Smetti di spendere Lascia il lavoro Studia l'arte di vivere Chi vive piano muore vecchio Non fare niente

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817011389
eBook ISBN
9788858660379

8 A.M.

Svegliarsi è dura

illustrazione
Dobbiamo esser pigri in ogni cosa eccetto che nell’amare e nel bere,
eccetto che nell’essere pigri.
GOTTHOLD EPHRAIM LESSING (1729-1781)
Mi chiedo se quel razionalista americano gran lavoratore e agente dell’industria che fu Benjamin Franklin sapesse quanta infelicità avrebbe causato nel mondo quando, nel lontano 1757, invasato da zelo puritano, rese popolare e propagandò l’aforisma trito e palesemente falso secondo cui «presto a letto e presto alzato fan l’uomo sano, ricco e assennato».
È triste che fin dalla prima infanzia subiamo la tirannide del mito morale secondo cui è giusto, buono e bello balzar fuori dal letto non appena svegli per approntarci il più velocemente e gioiosamente possibile a compiere qualche attività utile. Nel mio caso, ricordo in modo molto chiaro che era mia madre a urlarmi di uscire dal letto ogni mattina. Mentre giacevo lì in uno stato di beato benessere, gli occhi chiusi, cercando di rimanere aggrappato a un sogno in dissolvimento, facendo ogni sforzo per ignorare le sue urla, mi mettevo a calcolare il tempo minimo che mi ci sarebbe voluto per alzarmi, far colazione, andare a scuola e riuscire ad arrivare qualche secondo prima dell’appello. Tutta questa creatività e fatica mentali le spendevo per godere di pochi istanti di sonno in più. È così che l’ozioso inizia ad apprendere la sua arte.
I genitori cominciano il lavaggio del cervello e poi è la scuola che subentra con un accanimento ancora maggiore per indottrinarci sulla necessità di alzarsi presto. Il mio personale senso di colpa continuò a perseguitarmi ben oltre i vent’anni. Lottai a lungo contro i sentimenti di profonda vergogna che accompagnavano la mia svogliatezza mattutina. Mi ripromettevo di alzarmi alle otto. Da studente elaborai complicati sistemi per svegliarmi. Acquistai un temporizzatore elettrico e lo regolai in modo che accendesse la macchina del caffè e il giradischi, su cui avevo piazzato il mio lp più chiassoso, It’s Alive dei Ramones. Le sette e cinquanta erano l’ora stabilita. Avevo fatto in modo che il disco partisse a un volume assordante. Essendo una registrazione dal vivo, il primo brano si apriva con il clamore del pubblico. Le acclamazioni e le grida mi avrebbero svegliato e avrei avuto pochi secondi per saltar giù dal letto e abbassare il volume prima che Dee Dee Ramone grugnisse «one — two — three — four» e i miei coinquilini e io venissimo investiti dagli accordi introduttivi di Rockaway Beach sparati a mille. L’idea era che a quel punto avrei bevuto li caffè e mi sarei ritrovato d’improvviso perfettamente sveglio. Funzionava a metà. Quando sentivo la folla vociare, balzavo giù dal letto e barcollavo per qualche istante. Ma poi, ovviamente, abbassavo il volume al minimo, ignoravo il caffè e tornavo a rannicchiarmi nel caldo abbraccio del mio piumone. Riprendevo lentamente conoscenza verso le dieci e mezzo, dormicchiavo fino a mezzogiorno e finalmente, in preda a un accesso di disgusto per me stesso, mi alzavo barcollando. A quei tempi ero un vero moralista: appesi persino un poster alla mia parete con scritto: «L’edificazione prima, dopo il divertimento». D’accordo, era una cosa alla moda, considerato che si trattava di una citazione dal testo di un brano dei Bad Brains, una band di hardcore punk, ma il messaggio, penso che ne converrete, è di quelli deprimenti. Oggi faccio esattamente l’opposto.
Fu soltanto molti anni più tardi che appresi di non essere solo nella mia indolenza mattutina, né a provare i sentimenti contrastanti di piacere e colpa che l’accompagnano. Esiste una ricca letteratura sull’argomento. E a produrla sono in genere gli scrittori migliori, i più divertenti e godibili. Nel 1889 l’umorista vittoriano Jerome K. Jerome pubblicò una raccolta di saggi intitolata I pensieri oziosi di un ozioso. Immaginate come mi sentii sollevato quando lessi il passo seguente, in cui Jerome riflette sul piacere di sonnecchiare:
Ah! Com’è delizioso voltarsi dall’altra parte e tornare a dormire: «Proprio solo per cinque minuti». Io mi domando: esiste un essere umano, a prescindere dall’eroe del «racconto per ragazzi» delle scuole domenicali, che si alzi sempre volentieri? Ci sono delle persone per le quali alzarsi all’ora giusta è assolutamente impossibile. Se per caso devono alzarsi alle otto precise, allora se ne stanno fra le coperte fino alle otto e mezzo. Se le circostanze cambiano, e alzarsi alle otto e mezzo diviene relativamente presto per loro, allora devono suonare le nove prima che possano buttar giù le gambe dal letto: sono come l’uomo politico del quale si diceva che era sempre puntuale con mezz’ora di ritardo. Tentano tutti i sistemi possibili. Comperano sveglie (ingegnosi apparati che suonano all’ora sbagliata e svegliano le persone che non c’entrano) […]. Ho conosciuto un tale che arrivava fino ad alzarsi e a fare un bagno freddo, ma nemmeno questo gli serviva, poiché un minuto dopo saltava di nuovo nel letto, per riscaldarsi.
Sull’«Idler», la rivista che dirigo, il dormiglione confesso Louis Theroux descrive uno di questi stratagemmi, elaborato dal suo amico Ken. «Funziona più o meno così: si tengono una gran tazza di caffè freddo e due pillole di Pro Plus accanto al letto. Si regola la sveglia alle otto e venti — mezz’ora prima dell’ora a cui ci si vuole alzare — e quando la sveglia parte, nell’istante di lucidità che l’allarme scatena, si buttano giù il caffè e le pillole, dopodiché si torna a dormire. Mezz’ora dopo ci si ritrova svegli di botto, in preda a un’imponente ondata di caffeina.»
Il sonno è un seduttore straordinario, e questo spiega la macchina terrificante che abbiamo inventato per combatterlo. Intendo la sveglia. Santo Cielo! Quale genio malvagio ha riunito questi due nemici giurati dell’ozio — l’orologio e l’allarme — in un unico dispositivo? Ogni mattina, in tutto il mondo occidentale, persone che sognano felici vengono rudemente strappate al sonno da uno squillo che spacca i timpani o da un insistente bip elettronico. La sveglia è il primo stadio dell’orribile metamorfosi che ci costringiamo a sopportare la mattina, da spensierati sognatori in beatitudine a sgobboni tormentati dall’ansia, oppressi da responsabilità e doveri. Ma la cosa davvero incredibile è che compriamo le sveglie di nostra volontà. Non è assurdo spendere i soldi che ci siamo guadagnati con fatica per uno strumento che fa cominciare ogni giorno della nostra vita nel modo più spiacevole possibile e che in realtà è utile soltanto al datore di lavoro a cui vendiamo il nostro tempo? È vero, ci sono anche sveglie che ci dispensano dall’allarme per destarci invece con il bla bla bla dei dj delle trasmissioni radiofoniche mattutine, ma queste sveglie sono forse migliori? La soffocante gaiezza dei dj ha lo scopo di metterci di buonumore in vista della giornata che ci aspetta, o di distoglierci dalle nostre afflizioni con delle battute idiote. Io lo trovo semplicemente irritante. Non c’è niente di peggio del vuoto cinguettio di un altro essere umano quando siamo in uno stato di meditazione profonda, pesante, esistenziale. Come dice il mio amico John Moore, l’uomo più pigro del mondo, quando sua moglie tenta di svegliarlo: «Mi alzerò quando ci sarà qualcosa per cui valga la pena di alzarsi».
illustrazione
In Gran Bretagna la versione intellettuale di questa chiamata nazionale alla sveglia mattutina è il programma Today di Radio 4, in cui si discutono le disgrazie del giorno con grande serietà e partecipazione. Sono tanti i Paesi in cui un notiziario serio apre la mattinata. Questo ha l’effetto di suscitare nell’ascoltatore emozioni come la rabbia e l’ansia. Ma un certo tipo di persone pensa che sia un dovere ascoltare il notiziario, come se il mero atto di ascoltare possa in qualche modo migliorare il mondo. Dovere, oh, quale fardello sei! Non c’è spazio per un’emittente senza notizie? Quando ascolto della musica classica per radio, magari mentre sono al volante, non c’è niente di peggio che vedere il flusso dei miei sogni interrotto dalla tediosa realtà dei titoli di un notiziario.
Dunque: per gran parte di noi la giornata lavorativa inizia fra i tormenti quando, strappati al dolce nettare dell’oblio, ci troviamo davanti la prospettiva di diventare cittadini ligi al dovere, pronti a servire i nostri padroni sul luogo di lavoro con gratitudine, allegria ed energie in abbondanza. (Perché mai, per inciso, sentiamo un bisogno così disperato di avere un «posto»? Gli impieghi sono cose orribili. Ma su questo torneremo più avanti.)
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Dopo la sveglia, tocca a Mr Kellogg sfruttare i nostri sensi di colpa per indurci all’azione. «Sorgi e risplendi!» ci esorta dalla scatola di corn flakes. L’atto fisico di masticare fiocchi di mais o altri cereali è dipinto nelle pubblicità televisive come una strabiliante alchimia che opera su individui infingardi: il pelandrone annebbiato e con la barba lunga (cattivo) viene tramutato per magia in un lavoratore vispo e giocondo che sprizza vigore e determinazione (buono) dal potere positivo del cereale. È rivelatore il fatto che lo stesso Kellogg fosse un salutista puritano fanatico che non faceva mai sesso (preferiva i clisteri). Tali sono gli artefici della nostra vita quotidiana.
Con tutte le promesse della società moderna — tempo libero, autonomia e libertà di far ciò che più ci piace — gran parte di noi è ancora schiava di un’agenda che non ha scelto.
Come si è arrivati a questo punto? Il fatto è che le forze dell’antiozio sono all’opera fin dalla Caduta dell’Uomo. La propaganda contro il troppo dormire risale a moltissimo tempo fa, più di duemila anni, alla Bibbia. Ecco che cosa è scritto nei Proverbi, capitolo 6, sull’argomento:
6 Va’ alla formica, o pigro; considera le sue vie e rinsavisci.
7 Infatti essa non ha capo, ispettore o padrone,
8 eppure d’estate prepara il suo cibo e raduna durante la messe il suo nutrimento.
9 Fino a quando, o pigro, starai coricato, quando sorgerai dal tuo sonno?
10 Un po’ sonnecchiare, un po’ dormire, un po’ riposare, le mani in mano:
11 arriverà come un viandante la tua miseria, come un uomo armato la tua indigenza.
In primo luogo avrei dei seri dubbi sull’assennatezza di una religione che addita la formica a esempio di come si dovrebbe vivere. Il sistema sociale delle formiche è un’aristocrazia basata sullo sfruttamento: sul lavoro meccanico di milioni di operaie e sulla totale inattività di un’unica regina e di un pugno di fuchi. La voce di Dio prosegue rimproverando al povero «pelandrone» il sonno e poi avverte che indigenza e fame saranno le sue ricompense se continua a rimanere a letto. L’ozio è peccato, e il compenso del peccato è la morte (e il compenso di un lavoro pesante è di 22.585 sterline all’anno, compresa l’indennità che spetta a chi risiede a Londra).
Da allora il cristianesimo non ha mai smesso di inculcare sensi di colpa in chi poltrisce a letto. Il passaggio della Bibbia sopraccitato è usato a mo’ di clava da moralisti, capitalisti e burocrati per infondere nella gente l’idea che Iddio va in bestia quando ci alziamo tardi. E ciò appaga la smania di disciplina tipica del non ozioso: non perder tempo! Meglio essere affaccendato che non far nulla!
Nella Londra di metà del XVIII secolo troviamo il dottor Johnson, che pure non aveva nulla di cui vergognarsi quanto alla mole della sua produzione letteraria, a lacerarsi per le proprie abitudini di pelandrone. «Signore, dammi la forza […] di redimermi per il tempo che ho trascorso nell’Accidia» scrisse nei suoi diari all’età di ventinove anni. Vent’anni dopo le cose non sono migliorate ed egli si risolve «ad alzarmi presto. Non più tardi delle sei, se posso». L’anno seguente, non essendo riuscito ad alzarsi alle sei, modifica la sua risoluzione: «Mi riprometto di alzarmi alle otto, perché se anche non mi alzerò presto sarà comunque molto più presto rispetto a quanto non faccia ora, considerato che spesso rimango a letto fino alle due». Johnson, profondamente religioso e di temperamento melanconico, provava vergogna per la sua accidia. Ma la sua accidia causò forse dolore ad altri? La sua accidia uccise forse qualcuno? La sua accidia costrinse forse altri a far cose che avrebbero preferito non fare? No.
Alla fine del XVIII e nel XIX secolo, educare le classi lavoratrici a esser mattiniere si accordava perfettamente con le nuove incarnazioni del Progresso. Nel 1755 il reverendo J. Clayton pubblicò un pamphlet, Consigli amichevoli ai poveri, in cui sosteneva che alzarsi presto avrebbe tenuto i piantagrane lontano dalla strada: «La necessità di alzarsi presto ridurrebbe i poveri alla necessità di andare a letto all’ora opportuna; e di conseguenza preverrebbe il rischio di gavazzi di mezzanotte». Il metodista John Wesley, che si alzava tutte le mattine alle quattro, scrisse un sermone intitolato II dovere e il vantaggio di alzarsi presto (1786), in cui sosteneva che restare a letto fosse cosa fisicamente malsana, e utilizzava termini di comica parvenza scientifica per dare maggior credibilità alla sua tesi: «Restando tanto a lungo immersa fra le calde lenzuola, è come se la carne si bollisse, così che diviene morbida e flaccida. I nervi, nel frattempo, si sfibrano». Nel 1830 Hannah More, la prima vera bas-bleu, pubblicò sul tema dell’«Alzarsi Presto» i seguenti versi:
Tu silente assassina, Accidia, non più
la mia mente imprigionata terrai;
né un’altra ora con te,
criminal Sonno,
sciupare mi farai.
È un linguaggio molto forte. Hannah More vede l’Accidia, il settimo peccato capitale (benché in origine il settimo fosse la tristezza), come un assassino del tempo, il quale tiene imprigionata la mente dell’uomo pigro. Ed è necessario che costui la combatta; è necessario che abbia luogo una maschia battaglia di volontà. Si tratta ovviamente di una manifesta sciocchezza: il sonno è un amico, non un criminale. Chiunque sa che la nostra mente, lungi dall’essere imprigionata, gode della massima libertà quando ce ne stiamo a letto a sonnecchiare la mattina, e sui benefici creativi di questo delizioso stato intermedio torneremo in seguito. Ma senza alcun dubbio la parola creatività non era popolare fra quei primi capitalisti. Gli artefici della Rivoluzione industriale avevano bisogno di convincere le masse dei benefici del lavoro duro, noioso e disciplinato. E i libri di Samuel Smiles, autore vittoriano di grande successo, si intitolavano Aiutati, che Dio t’aiuta (1859), Risparmio (1875) e Il dovere (1880), ed erano zeppi di omelie come quelle sopraccitate. Pulizia, ordine, buon governo della casa, puntualità, sacrificio, dovere e responsabilità: a comunicare il valore di queste «virtù» che richiedono abnegazione era una complessa e vasta rete di moralisti, scrittori e politici.
Se pensate che oggi siamo liberi da questo genere di cose, allora date un’occhiata alle nostre riviste e ai proliferanti articoli su «come mettere ordine nella vostra vita». Sussiegosi libri di self-help ci deliziano con una varietà di strategie esposte per brevi punti che hanno lo scopo di farci diventare più produttivi, bere meno e sgobbare di più. Molte di queste strategie comportano spese considerevoli. Le riviste maschili e femminili sfruttano la nostra ansia per la forma fisica per spedirci in quella moderna camera di tortura che è la palestra. Sfacchiniamo tutto il giorno e poi paghiamo per il piacere di correre su un tapis roulant! Le pubblicità delle agende elettroniche tascabili ci fanno intendere che quei marchingegni ci aiuteranno a raggiungere una perfezione da robot; di recente lo scrittore Charles Leadbetter ha notato che i programmi orari di fantasia che compaiono nelle pubblicità degli «organizer», come si usa chiamarli (quasi che il semplice acquisto del dispositivo abbia l’effetto magico di organizzare la vostra vita), cominciano invariabilmente con l’annotazione: «7 a.m. Palestra».
Non solo alzarsi presto è del tutto innaturale, ma io voglio anche affermare che restarsene a letto mezzo addormentati — gli studiosi del sonno chiamano «ipnagogico» questo stato — è estremamente benefico per la salute e l’umore. Una buona mezz’ora trascorsa dormicchiando nel letto la mattina può, per esempio, aiutarvi a prepararvi mentalmente per i problemi e i compiti che vi aspettano. Questa era l’opinione di uno dei miei filosofi preferiti, Lin Yutang. Scrittore cino-americano del primo Novecento, Yutang spese molto del suo tempo a cercare di persuadere gli indaffarati americani della validità dell’antica filosofia cinese, che incoraggiava «libertà e non-chalance» e una «filosofia di vita saggia e spensierata». Nel libro Importanza di vivere, pubblicato nel 1937, egli dedicò un intero capitolo all’arte di starsene a letto. In questo passo Yutang consiglia allo studente del buon vivere di astenersi dall’alzarsi presto:
Che importa se anche [un uomo] sta a letto fino alle otto? Mille volte meglio, poi, se si fornisse di un buon pacchetto di sigarette pronto sul comodino e prendesse molto tempo per scendere dal letto e risolvere tutti i problemi della ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione
  4. L'ozio come stile di vita
  5. Bibliografia
  6. Ringraziamenti
  7. Sommario