1852-1897
DALL’ITALIA AL MONDO.
FAMA, GLORIA, RICCHEZZA
DI GIUSEPPE VERDI.
CON UN POSTO
ANCHE PER L’AMORE.
Ero sempre l’ultimo a sapere le cose.
Mi prendevano di peso e via.
Carrozza treno nave.
Valigie rumore rollio.
Viaggiare non ha mai fatto per me.
A ogni partenza i tre mostri mastini inseguivano la carrozza fin fuori dal cancello. “Tu! Tu! Tu!” gridavano: perché ci vai sempre tu, non è giusto.
Partivo ogni volta con il pensiero di Lorito, solo sul suo trespolo a lisciarsi le belle piume verdi e a domandarsi che fine avessi fatto. Non avevo mai il tempo di salutarlo e non sapevo mai quando e se lo avrei rivisto (i mostri mastini amavano molto tutto ciò che era vivo e aveva le piume).
A quell’epoca era un continuo partire. Quindi, Lorito mi dava per morto, i mostri mastini mi invidiavano, e io attraversavo città, regioni, interi Paesi senza mai saperne il motivo. È il destino dei cani fedeli: andare senza mai domandarsi il perché, guidati solo dall’odore della mano di chi li nutre.
Il mio padrone era un uomo con la barba. Il mio padrone era un padrone come tanti altri, tutto casa e lavoro, lavoro e casa. Era il suo lavoro a non essere come tanti altri. Suonava il pianoforte poco e soprattutto di notte (lo sentivo dalla stanza della padrona, dove dormivo sul letto con lei), era sempre in viaggio e se non era in viaggio andava per campagne, con o senza i mostri mastini. Profumava di carta, inchiostro, colonia e terra.
La mia padrona era una donna morbida. Mi aveva ricevuto in dono perché io riempissi i suoi momenti di silenzio e solitudine. Suonava il pianoforte, era spesso in viaggio con il padrone e scriveva molte lettere. Profumava di fiori e cipria e, quando era felice, di sole.
“Loulou” mi dicevo, “qualsiasi cosa accada, ricordati sempre questi due odori.”
La cosa può anche sembrare facile. In effetti, due odori non sono molti. Almeno finché resti a casa.
Ma il mondo è pieno di odori nemici.
A Parigi, il mio tartufo impazziva. Tutto sbuffava, tutto si muoveva, tutto si agitava. Paura paura. Folla gente. Carrozze cavalli carretti. Ristoranti caffè teatri. La città mi confondeva. E confondeva anche il mio padrone. A Parigi gridava sempre, specie a teatro, specie alle prove, specie con i musicisti.
Allora spesso si fuggiva in campagna, in una casa deliziosa e piena zeppa di odori pacifici, che mi ricordavano Sant’Agata. Passeggiavo attaccato ai passi dei miei padroni, felice di riconoscere il profumo dell’erba e sapere che i tre mostri mastini erano lontani.
Di Venezia ricordo l’odore del mare. Arrivava feroce sulla terrazza dell’albergo dove quell’uomo con la barba poteva stare seduto ore a rimirare le onde. Io mi accucciavo sulle sue ginocchia, immobile per tutto il tempo, finché riuscivo a isolare soltanto il suo odore. Erano giorni in cui la sua pelle si increspava a ogni nave che sfilava all’orizzonte.
Di Napoli ricordo il sorriso felice della mia padrona che si stiracchia al sole insieme a me. Siamo sul terrazzo di un grande appartamento da cui si vedono il Vesuvio e il mare. C’è odore di felicità. È lì che ho capito l’invidia dei mostri mastini.
Solo da San Pietroburgo tornai distrutto, non fui più lo stesso Loulou di sempre.
Da Piacenza alla Russia, il viaggio durò in eterno. Tre settimane su e giù da carrozze e treni che odoravano di gelo e carbone. Un gelo così gelo che le bottiglie di vino che avevamo portato con noi da Sant’Agata scoppiarono. Un carbone così carbone che pensai sarei diventato nero prima di arrivare ovunque stessimo andando. Rincantucciato sotto una coperta, passai quasi tutto il tempo sulle ginocchia della mia padrona.
All’arrivo, ricordo l’odore acidulo dei brindisi, il calore improvviso della casa. Persone e persone con sorrisi scintillanti e chiassosi, che lasciavano nelle mani dei padroni l’odore dell’entusiasmo misto a quello dell’ammirazione.
Rimasi spesso solo. La padrona temeva per la mia salute. Salivo su una poltrona e aspettavo il profumo familiare del cibo. A occhi chiusi, mi pareva di essere a Sant’Agata. Da lì veniva tutto quello che mangiavamo, lo sapevo dall’odore. Loro uscivano per le prove, per cene, appuntamenti, gite straordinarie da cui tornavano con addosso odori misteriosi, esotici e sempre intensissimi, come se la vita fuori dalla stanza in cui ero rimasto fosse più vita solo perché non potevo annusarla.
La sera di una delle rappresentazioni della Forza del destino ricordo che mi svegliai con un odore mai sentito prima. Aprii gli occhi: sul tavolo del salotto era posato un astuccio di velluto rosso. Profumava di lusso e potere, di un’ammirazione ancora più grande di quella sentita fino ad allora, un’ammirazione che veniva dalla vetta della nobiltà. L’astuccio era quello dell’insegna di san Stanislao che quella sera lo zar aveva appuntato sul petto del mio padrone.
Ma il viaggio più bello per me era sempre quello che ci riportava a casa.
Lorito apriva le ali sul trespolo e mi salutava con il suo ciao gracchiante da pappagallo.
I mostri mastini mi annusavano – io al sicuro in braccio alla padrona – fingendo di aver sentito la mia mancanza.
La vita ricominciava per un tempo indefinito di nuovo con gli odori, i posti e le abitudini di sempre: i tappeti del salotto rosso quando c’erano ospiti, la poltrona di pelle nella stanza del padrone quando ci arrivava il sole, il letto della padrona mentre lei dormiva e il mio padrone nella stanza accanto componeva immaginandosi note che accennava appena sul pianoforte.
E poi c’era il suo mantello.
Mi ci nascondeva sotto quando pioveva. Accostato al caldo della sua giacca, mi reggeva con la stessa fermezza delicata con cui suonava il pianoforte.
Ho affrontato il mondo accucciato contro il petto del mio padrone, circondato dal suo odore e cullato dal battito del suo cuore.
Per me è stata la sua musica più bella.
«Il sacrestano non c’è mai stato qui a Collonges, monsieur.»
Gli risposi proprio così. Non scortese, per carità, che non è nel mio carattere. Ma asciutto sì, senza troppi fronzoli.
«Io sono il campanaro» aggiunsi, e rimasi a guardarlo.
Erano arrivati presto come aveva detto l’abate Mermillod, in carrozza, i...