Cantilena all'angolo della strada
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Cantilena all'angolo della strada

  1. 240 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Cantilena all'angolo della strada

Informazioni su questo libro

La strada è la scena del mondo, e Campanile, dal suo angolo, osserva: ricostruisce una giornata standard, descrive l'apertura e la chiusura dei negozi come se appartenessero a un ciclo naturale, si interessa ai ruoli sociali e ai tipi umani, ritrova l'affascinante meccanicità di cerimonie come il cambio della guardia al Quirinale, scruta le edicole e ancor più il comportamento dei loro clienti. E li descrive con il guizzo impareggiabile della sua ironia. Composto dagli articoli giornalistici che Campanile scrisse tra la metà degli anni Venti e l'inizio dei Trenta, questo volume è un catalogo svagato di impressioni, ricordi, paradossi e fantasie, prodotto di una vena autenticamente poetica oltre che di indiscussa carica umoristica.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2014
Print ISBN
9788817680592
eBook ISBN
9788858649466

LE ORE

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I

MATTINA

La pretesa freschezza della natura all’alba è un’illusione. Tutto è così come l’avevamo lasciato al sopraggiungere della notte. Giacciono, sparsi sul lastrico della città, i rottami del giorno precedente. Senza contare che, in tutto il mondo, continuamente fa giorno. Se il telefono ce lo comunicasse, udiremmo a ogni istante, del giorno e della notte: spunta il sole, spunta il sole, spunta il sole. Vero è che riceveremmo continuamente altrettanti annunzi: il sole tramonta, il sole tramonta, il sole tramonta. Perciò, quando sembra che, al primo raggio che indora i fili di ragno fra i cespugli bagnati di rugiada, tutto il creato canti: “È giorno, è giorno”, non è tutto il Creato che canta, e in quel momento c’è anche a qualche distanza da noi un luogo dove, sentendosi il primo brivido della sera, pare che il Creato mormori sul pianto delle cose: “Pentimento, pentimento, il giorno è finito!” Ma anche qui non è tutto il Creato, è un piccolo punto del Creato.
Perché nel mondo tutte le ore sono contemporanee e continue, sempre. E durano, cambiando posto, tutte quante contemporaneamente, sempre. Sul mondo scoccano eternamente, contemporanee, sia pure ora qui ora là, l’una, le due, le tre, le quattro, e via dicendo. Non c’è un’ora del giorno, non c’è un minuto, che non sia sempre presente in qualche angolo della terra.
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Il cielo si schiarisce straordinariamente, dietro la chiesa, e diventa lucido e spazioso. Un’aria azzurra circola fra le colonne e penetra nei pori del marmo, fino a colorarlo; la cupola si veste di rosa, mentre un raggio di sole fa scintillare le pietruzze verdi, rosse, turchine del mosaico. Gli uccelli intrecciano voli dal cornicione agli alberi, cinguettando nel silenzio della città.
Davanti al caffè, ancora chiuso, le sedie sono accatastate.
Nei giardini pubblici, i viali sono deserti e i prati bagnati di guazza. Un’aria balsamica spira tra le piante.

Poi arrivano gli spazzini e cominciano l’opera loro.
Attraverso una nebbiolina si vede avanzare, confondersi, sciogliersi rapidamente una folla freddolosa e frettolosa: cappottini troppo piccoli, mani rosse, nasi paonazzi, borse d’avvocato, tram elettrici, cattivo umore, professionisti usciti dai vapori del bagno, sporte della spesa, cascherini di fornaio in bicicletta, servette affaccendate, carrettini, garzoni di macelleria col càmice insanguinato, gambe di dattilografe; tutto questo viene avanti rapidamente, si mescola e si scioglie, in mezzo a un suono continuo di campanelle, campanelli, campane, trombette, ruote, dan-dan, e gridi di venditori ambulanti.
Nel pomeriggio il corpo s’è assestato. Quel che è fatto è fatto e tutto si rimanda al domani. Ma la mattina chi può sentirsi proprio a posto?

II

LA FOLLA CHE CIRCOLA PER LA STRADA

La folla che circola per la strada si divide in tre turni. Il primo turno (dalle sette alle nove del mattino) è riservato agl’impiegati, agli studenti, alle dattilografe, ai commessi, alle sartine. Ad essi si permette di occupare la strada per lo spazio d’un paio d’ore; alle dieci, al massimo, non ci dev’essere nessuno di loro in giro. Fanno un’altra apparizione fra le sette e le otto di sera. Camminano con rapidità eccessiva; spesso si fermano in gruppi numerosi e, appena vedono arrivare un tram, lo prendono d’assalto, lo gremiscono e molti si attaccano ai predellini e agli staffoni.
La vigilanza sull’orario di circolazione di questo primo turno è affidata principalmente ad alti funzionari dei ministeri e delle banche. Se un appartenente al primo turno circola dopo le dieci del mattino o prima delle sette di sera, questi alti funzionari si rannuvolano, diventano nervosi e spesso dànno in escandescenze.
Il secondo turno (dalle dieci del mattino fino alle sette del pomeriggio) è riservato alle signore, agli uomini d’affari, ai galanti, ai disoccupati, agli sfaccendati, ai bambini.
Il terzo turno (tutta la notte) è riservato ai nottambuli, ai gatti, agli scarafaggi. Ho ragione di credere che in questo turno rientrino anche i famosi ladri, di cui si sente tanto parlare, ma non son riuscito a vederli.
È ammirevole la disciplina con cui vengono osservati i turni: di rado gli appartenenti al primo circolano nelle ore destinate agli altri, e viceversa.

Ci sono i buoni e i cattivi, ma non sempre la differenza dipende dalla natura. Certe volte bisogna decidersi. Non si può essere tutti buoni, al mondo, o tutti cattivi. Vuoi essere tu, il cattivo, o debbo esserlo io? Ecco, mettiamoci d’accordo. Perché uno dei due deve essere cattivo se no l’altro non può essere buono. Se tu sei buono, io sarò cattivo e se sei cattivo il buono sarò io. Tutto sta a intendersi.

Non esiste il tipo d’una sola cosa. Tutti siamo tipi di tutto. Come, stando alle più recenti teorie della medicina, ognuno di noi ha in sé i germi di tutti i mali, così abbiamo in noi in varia misura l’essenza di tutti i caratteri. Il tipo dell’avaro può essere anche il tipo del fanfarone, o dell’invidioso, o d’altro, o di molte cose insieme. Persino, il tipo dell’avaro può essere il tipo anche del prodigo dentro di sé. Chi può sapere? La cosa è meno semplice di quel che pare.

Le donne sono una rovina. Sono buone, ma, senza volerlo, sono corruttrici. Non è colpa loro. Piacciono. Però, c’è la madre che le purifica tutte. E tutte le donne, più o meno, sono madri.

Una volta uscii per affari terribilmente eccezionali e tristi: da poche ore avevo in casa il cadavere d’una delle persone che più m’erano care al mondo. Camminavo per le strade come un automa e mi pareva che tutto fosse diverso dagli altri giorni, che io fossi un estraneo nel mondo che circolava e che tutti dovessero accorgersi che io ero sotto il colpo della tremenda sventura e segnarmi a dito. Invece, nessuno s’accorse di nulla. La gente mi passava vicino, mi sfiorava, mi vedeva o non mi vedeva, ma tutti erano indifferenti e andavano per i loro affari.
Allora capii che nella folla ci sono quelli che hanno pensieri tristissimi e nessuno se ne accorge. Sembra che tutti vadano lo stesso, ma ognuno va per una ragione e molti hanno una ragione dolorosissima. Certe volte un’automobile sfiora un passante e il guidatore grida: scòstati, animale, non ci vedi?
Forse quel tale aveva un pensiero tristissimo. Chi sa dove andava sotto i lumi scintillanti nel via vai della folla piena di vita? Può darsi, come me quella sera, a ordinare una bara per la madre.

III

UN LADRO

Stamattina presto ho visto arrestare un ladro. Lì per lì non ho capito di che si trattava. Nella strada, poco affollata, ho visto correre qualche passante e due gendarmi che, con alcuni pugni, avevano fatto cadere per terra uno straccione. Ho capito ch’era un ladro, quando, rialzatosi, con qualche altro diretto i gendarmi gli hanno tirato fuori una mano che teneva in tasca; attraverso le dita, tenacemente serrate, pendevano – come viscere strappate di suo pugno – alcune catene d’oro e qualche orologio. Poi i gendarmi se lo sono messo in mezzo e, non senza altri pugni, si sono incamminati; dietro loro s’è mosso un codazzo di gente.
Non avevo mai visto arrestare un ladro e confesso che questo m’ha fatto una gran pena. M’è parso un ladro che non sapesse rubare. Per di più, era completamente privo di stile. Uno straccio d’uomo. Si lasciava scazzottare tranquillamente, guardando i circostanti con aria stupida e spaventata. L’unica cosa che facesse era di sforzarsi perché i carabinieri non riuscissero ad aprirgli il pugno da cui pendevano le catene e gli orologi. In faccia, né una modesta espressione di sfida, né il benché minimo ghigno sarcastico; ma solo una gran paura. A vederlo mi si è stretto il cuore. Un ladro che non sa rubare è una delle cose più penose. Ho provato una pena simile davanti ad altri due straccioni: un giocoliere ambulante che non sapeva fare nessun esercizio e che, mentre fingeva di farne appunto uno – del resto facilissimo – aveva l’aria di dire: “Non vi offendete; non lo faccio per turlupinarvi; vorrei soltanto due soldi”; e un suonatore di mandolino che trovai nella terza classe d’un trenino balneare; non sapeva suonare affatto il mandolino; appena il treno si fermava, egli smetteva di suonare; io gli stavo vicino e, malgrado il fracasso della strada ferrata, quando lui suonava udivo tutto; e lui mi guardava come se volesse raccomandarsi a me, perché non dicessi a nessuno che non sapeva suonare. Io non dissi nulla.
Stamane, se avessi avuto l’autorità per farlo, avrei ordinato ai carabinieri di rimettere in libertà il ladro inesperto e di restituirgli le sue catene e i suoi orologi, che aveva acquistato a costo di chi sa quali paure. E al ladro avrei detto, dandogli uno scappellotto:
“Un’altra volta non si faccia trovare con le mani nel sacco, imbecille!”

Quanto ai carabinieri, mi hanno sempre impressionato per il loro sentimento della responsabilità.
Quando prestano servizio al teatro, non osano sorridere. Se tutti ridono, loro si mordono le labbra per restar seri; anche se nessuno li guarda.
Un carabiniere solo, o tre carabinieri, o una legione di carabinieri, non fanno paura a nessuno e non dànno affidamento. I carabinieri sono veri carabinieri quando sono una coppia.
Molti parlano di chiamare i carabinieri. Ma è inutile chiamarli. Essi non possono abbandonare la consegna.
Visti da vicino sono più piccoli di come sembrano. Fa sempre piacere incontrarli di notte, in campagna. Purché non si sia ladri o assassini. Fa piacere anche attaccare discorso con un carabiniere. Ma non si sa che cosa dirgli.
Credo che due carabinieri in servizio, fermi all’angolo d’una strada, parlino solo di cose relative al servizio. Non ho mai visto i carabinieri ridere e immagino che non sappiano cantare.
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Essi mi hanno dato sempre una gran soggezione per l’austerità dei loro costumi e per il loro comportamento serio. Credo che, se un giorno sarò in procinto di rubare o d’assassinare, mi tratterrà il pensiero di fare una brutta figura di fronte ai carabinieri.
Un carabiniere fra due amici borghesi sembra un carabiniere arrestato.

Stasera, poi, ho cercato nei giornali la notizia dell’arresto a cui avevo assistito. Immaginavo che ci dovess’essere almeno una mezza colonna di particolari. Invece non c’era niente.
Allora il ladro m’ha fatto anche più pena. Poveretto. Era un ladro secondario. Comunque, resta a vedere che cosa avrei detto di lui se, fra gli orologi che pendevano dal suo pugno serrato, ci fosse stato il mio.
Non ci voglio nemmeno pensare.

IV

GIORNATA NUVOLOSA

È bella una giornata di sole, ma io preferisco queste giornate nuvolose, che hanno un’aria di raccoglimento. Nulla può fare abbastanza degnamente spendere una giornata di sole; per quanto si faccia, si finisce per isprecarla, se non addirittura per farne un cattivo uso; mentre ci vuole così poco per impiegare bene una giornata nuvolosa. Basta leggere un libro, basta scrivere un lettera, basta starsene tappati in casa, col naso contro i vetri a guardare le strade grige; anche un buon impiego d’una giornata nuvolosa è restarsene in letto, magari per alzarsi soltanto verso sera, quando la luce artificiale non vi parla più né di tempo bello, né di tempo brutto; starsene a letto a riordinare i proprii scartafacci, ecco quello che ci vuole per spendere bene una giornata grigia. Oppure, se avete la febbre dell’attività, potrete andare a far due passi ai giardini pubblici che, di queste giornate, sono pressocché deserti: potrete camminare solo e indisturbato fra le foglie secche, fra gli alberi spogli, lungo i viali dove non c’è nessuno.
O, se questo non vi va, potrete semplicemente girare per le vie principali, nell’ora in cui tutti sono al lavoro, e godervi il colore perlaceo della grande città. Conoscete questo colore? È il meglio che si possa avere, nelle strade asfaltate, che scendono verso il centro della città con molle curva, fiancheggiate dai grandi vetri molati delle favolose vetrine.
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Ma, in generale, basta anche non far niente, per poter dire di non aver sprecato una di queste giornate. E, se anche la si spreca, non si hanno rimorsi, perché è quello che si è convenuto di chiamare una brutta giornata.
Ecco perché preferisco queste giornate nuvolose, che hanno un’aria di raccoglimento. Non distraggono la mente, come le giornate serene, e ti mettono l’anima in pace, ti mettono in pace i desideri e ti persuadono di rimandare a domani quello che potresti fare oggi. Non ti dicono cammina, non ti dicono lavora, ma le nuvole basse e il cielo grigio, che fa da tetto, ti fanno sentire in casa tua, mentre giri per la città. Non vi dico poi se una pioggerella leggera scende a bagnare le strade, senza troppo disturbare i passanti.

V

LA REALE

La Reale è un plotone di soldati, che va a montar la guardia al Quirinale, partendo, a turno, da una delle caserme di Roma. Ogni giorno, nel pomeriggio, passa per le strade, accompagnata dalla bandiera del proprio reggimento, dalla banda musicale e da una folla di amatori.
Tra questi vi sono alcuni che, pratici dei turni, vanno ad aspettar la Reale all’uscita della caserma e l’accompagnano per tutto il percorso; altri s’aggregano lungo la strada e altri l’aspettano in piazza del Quirinale.
Davanti alla Reale marciano volonterosi di modesta condizione, alcuni in bicicletta da cascherino, che si attribuiscono il compito di far scostare la gente al passaggio dei soldati e di lontano fanno gran gesti alle vetture perché si fermino. E questo è molto utile per il caso che ai passanti o alle vetture venisse in mente di mettersi in mezzo alla strada, quando passa la Reale.
Dietro viene la folla che segue la Reale. Alcuni la seguono sfacciatamente, non peritandosi di marcare il passo e di mostrare una faccia radiosa al suono delle marce. Poi ci sono signori d’una certa età e dall’espressione severa, che si dànno l’aria di camminare per i fatti loro. Evitano di guardare i vicini e si studiano – quasi sempre invano – di non andare al passo. Vorrebbero far credere che per un mero caso si trovano vicino alla Reale, di cui non s’accorgono e che per combinazione fa la loro stessa strada. Essi cercano di dissimulare una certa aria eroica, nelle voltate arrancano per non perder terreno e si pigliano pestate ai piedi. Le loro facce si rivedono lungo tutto il percorso.
Alcuni, con baffi e occhiali, dondolano leggermente la testa a destra e a sinistra, a tempo di marcia e hanno lo sguardo perduto nel vuoto. Se piove, marciano con le soprascarpe di gomma e battono il tempo con l’ombrello. E così, uomini, donne, ragazzini, preti, militari e borghesi, vanno tutti al passo di marcia e hanno un’aria eroica.

Quando, in fondo alla strada, si sente la musica della Reale, i bottegai si fanno sulla porta delle botteghe, in maniche di camicia, i portieri escono sul marciapiede, i commessi e i compratori s’affacciano dai negozi, le finestre si spalancano e si sporgono le signorine e le cameriere, le vecchie mettono fuori il capo come testuggini; i tram si fermano e i passeggeri allungano il collo.
Qualcuno, ch’era in casa, piglia il cappello e corre in istrada.
La Reale passa tra le scappellate e i bracci tesi, con le sue staffette volontarie e il suo codazzo di amatori, che via via s’ingrossa. Le cornette e i pistonini cantano, i clarini si sdilinquiscono e in fondo vengono i tromboni, che hanno ogni tanto delle idee improvvise, ma le lasciano lì; poi le riprendono e dicono sempre la stessa cosa e non sono per niente soddisfatti; e spesso dimostrano qualcosa che somiglia alla insospettata agilità che hanno le dita degli obesi; e, finalmente, dagli strumentini la marcia passa a tutta la banda, con uno scoppio entusiastico di piatti, tamburi, trombe e grancassa.
Così la Reale arriva sotto la Reggia, dove sono, ad aspettarla, bambinaie con le carrozzette, bambini che giocano a palla, signore forestiere e carrettini con gli aranci. In piazza, mentre le sentinelle si dànno il cambio con tutte le regole, la banda svolge un piccolo programma di musica, in onore del pubblico. Poi, sonando, torna in caserma.

VI

LE IMMAGINI SACRE

Molti salutano le immagini sacre agli angoli delle strade. Qualche volta si tratta di uomini dall’aria spregiudicata. I preti non salutano quasi mai. Forse per la dimestichezza che hanno col cielo. O, forse, aspettano d’esser salutati.
Ci sono vari modi di salutare le immagini sacre. Alcuni, passando sotto l’immagine, si toccano rapidamente la falda del cappello con la punta dell’indice, senza alzare gli occhi. Altri, dopo essersi toccato il cappello sotto l’immagine, ripetono il gesto tre o quattro volte, come se, invece d’aver salutato, si fossero accomodati il cappello, o come se avessero un tic nervoso. Altri si grattano la fronte spostando appena il cappello. Altri ricorrono a una convenzione con la divinità: si toccano il cappello qualche passo prima o qualche passo dopo l’immagine, sotto la quale passano con noncuranza. Altri, infin...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CAMPANILE ALL’ANGOLO DELLA STRADA
  4. PAROLE INCROCIATE ALL’ANGOLO DELLA... (27 verticale)
  5. LE ORE
  6. LE STAGIONI
  7. LE STRADE
  8. MORTE DELLA VECCHIA STRADA
  9. MACCHINE
  10. VITA D’UN UOMO
  11. IL PENSIERO DELLA MORTE
  12. AL TEMPO