UNA SETTIMANA ASSAI INSOLITA
POINT CLEAR, ALABAMA
LUNEDÌ 6 GIUGNO 2005
25° C, SOLEGGIATO
La moglie di Earle Poole junior, Sookie per amici e parenti, stava tornando a casa dal Birds-R-Us sull’Highway 98 con un sacco da cinque chili di semi di girasole e uno di becchime per uccelli anziché con il solito sacco da dieci chili di Pretty Boy Wild Bird Seed e di Sunflower Mix, che comprava tutte le settimane da quindici anni. Come aveva spiegato al signor Nadleshaft, aveva paura che gli uccelli più piccoli non mangiassero a sufficienza. Negli ultimi tempi, la mattina, appena riempiva le mangiatoie, le ghiandaie azzurre, più grandi e aggressive, si avventavano sul cibo e facevano scappare tutti gli uccellini.
Le ghiandaie iniziavano sempre dai semi di girasole, perciò l’indomani avrebbe provato a mettere solo quelli nelle mangiatoie del cortile dietro casa e, mentre le ghiandaie erano impegnate a ingozzarsi, sarebbe corsa a riempire di becchime quelle del cortile davanti. Forse così i suoi poveri fringuelli e le sue povere cinciallegre sarebbero riusciti a mangiare almeno un pochino.
Mentre attraversava il ponte sulla Mobile Bay, contemplò le grosse nuvole bianche e vaporose e una lunga fila di pellicani che volava sull’acqua. La baia scintillava sotto un sole radioso ed era già punteggiata di barche a vela rosse, bianche e blu pronte a prendere il largo. Qualcuno intento a pescare lungo il ponte la salutò con la mano, e lei sorrise e ricambiò il saluto. Era quasi arrivata dall’altra parte quando cominciò a provare una specie di vago e insolito benessere. Ne aveva tutte le ragioni.
Contrariamente a tutte le aspettative, era sopravvissuta all’ultimo matrimonio delle tre figlie, Dee Dee, Ce Ce e Le Le. L’unico ancora da accasare era il maschio, Carter, che aveva venticinque anni e viveva ad Atlanta. Sarebbe stata la povera madre stressata della sposa (che Dio avesse pietà di lei) a organizzare il lieto evento. Per le nozze di Carter, Sookie ed Earle avrebbero dovuto solo presentarsi e sorridere. Quel giorno, a parte fermarsi in banca e comprare un paio di costolette di maiale per cena, non aveva nient’altro da fare. Quasi le girava la testa per il sollievo.
Ovvio che stravedeva per le sue figlie, ma dover preparare tre matrimoni in grande stile in meno di due anni era stato un infinito ed estenuante lavoro a tempo pieno: gli addii al nubilato da organizzare, i tessuti da scegliere, i vestiti da provare e comprare, gli inviti da scrivere, i fornitori con cui parlare, i fiori da ordinare, la composizione dei tavoli da decidere, e chi più ne ha più ne metta. E poi tra accogliere gli ospiti venuti da fuori città e i nuovi parenti acquisiti, capire dove sistemare tutti e gestire gli isterismi nuziali dell’ultimo minuto, era semplicemente sfinita.
Non c’era da meravigliarsi. Se si contava l’ultimo di Dee Dee, tecnicamente c’erano stati quattro grossi matrimoni, il che aveva significato comprare e provare quattro diversi tailleur (non si poteva indossare lo stesso due volte) in meno di due anni.
Dee Dee si era sposata e aveva divorziato quasi subito. Poi, dopo settimane passate a restituire i regali, aveva cambiato idea e aveva sposato di nuovo lo stesso identico marito. Il secondo matrimonio non era stato costoso quanto il primo, ma altrettanto stressante.
Quando Sookie ed Earle erano andati all’altare nel 1968, avevano scelto una cerimonia religiosa tradizionale: abito bianco, damigelle con vestiti e scarpe color pastello, paggetto con le fedi, testimone, ricevimento, capitolo chiuso. Adesso, invece, tutti volevano avere un tema.
Dee Dee aveva insistito per un matrimonio stile Vecchio Sud di Via col vento, con tanto di vestito alla Rossella O’Hara: ampia gonna di crinolina e tutto il resto, e all’ultimo minuto avevano dovuto farla salire nel retro di un furgoncino per traslochi per riuscire a portarla in chiesa.
Le Le e suo marito avevano voluto una cerimonia tutta in bianco e rosso, comprese le partecipazioni, il cibo, le bevande e le decorazioni, in onore della squadra di football dell’università dell’Alabama.
Ce Ce, la gemella di Le Le, l’ultima a sposarsi, aveva portato lungo la navata Cucù, la sua gatta persiana di cinque chili, invece del bouquet, e il pastore tedesco dello sposo, infilato in uno smoking, aveva fatto da testimone. Come se non bastasse, il ruolo del paggetto con le fedi era stato assegnato a una tartaruga. La cerimonia era stata esasperante. D’altra parte, non si può mettere fretta a una tartaruga.
Ripensandoci, Sookie si disse che avrebbe dovuto puntare i piedi quando Ce Ce e James avevano invitato al ricevimento anche gli animali domestici dei loro amici, ma aveva giurato solennemente che non avrebbe mai fatto il despota con i suoi figli. Questo non toglieva che cambiare la moquette della sala da pranzo del Grand Hotel sarebbe costato un patrimonio. Be’, pazienza. Inutile piangere sul latte versato. Per fortuna era tutto finito.
Due giorni prima, quando Ce Ce era partita per la luna di miele, Sookie era crollata, scossa da singhiozzi incontrollabili. Non avrebbe saputo dire se dipendesse dalla sindrome del nido vuoto o soltanto dalla stanchezza. Di certo era esausta. Al ricevimento aveva presentato un uomo alla propria moglie. Due volte.
La verità era che, per quanto fosse stato triste veder partire Ce Ce e James, in cuor suo era stata impaziente di tornare a casa, togliersi il tailleur e mettersi a letto più o meno per cinque anni, ma aveva dovuto rimandare anche quel progetto. Di punto in bianco i genitori di James, sua sorella e suo cognato avevano deciso di fermarsi un’altra notte, così aveva dovuto improvvisare un piccolo pranzo di «commiato».
Nulla di elaborato, certo: i margarita al cocco di Earle, un vassoio di cracker, formaggio spalmabile e gelatina al peperoncino, gamberetti e polentine di granturco bianco, crocchette di granchio con insalata di cavolo e aspic di pomodoro come contorno. Ma aveva richiesto comunque un po’ di fatica.
Quando entrò a Point Clear e superò la libreria Page and Palette, le venne in mente che forse l’indomani avrebbe potuto fermarsi a comprare un buon libro. Non aveva avuto tempo di leggere altro che l’oroscopo del giorno, la newsletter della Kappa Kappa Gamma e, ogni tanto, un numero della rivista «Birds and Blooms». Per quanto ne sapeva, il Paese avrebbe anche potuto essere in guerra. Ma adesso poteva finalmente leggersi di nuovo un bel libro dall’inizio alla fine.
D’un tratto le venne voglia di ballare il twist, il che le rammentò che era passata un’eternità dall’ultima volta che lei ed Earle avevano imparato un nuovo passo. Probabilmente aveva dimenticato persino come si faceva il ballo del qua qua.
Le rimaneva da occuparsi solo di sua madre, la formidabile Lenore Simmons Krackenberry, che, a ottantotto anni, si rifiutava ancora di trasferirsi al Westminster Village, l’accogliente casa di riposo dall’altra parte della città. Sarebbe stato molto più semplice per tutti se l’avesse fatto. Soltanto la manutenzione del suo giardino costava un occhio della testa, per non parlare dell’assicurazione annuale della casa. Dopo l’uragano, le polizze per le abitazioni sulla Mobile Bay erano salite alle stelle, ma Lenore non voleva saperne di andarsene e aveva annunciato con un gesto melodrammatico: «Ci rimarrò finché non mi porteranno fuori coi piedi avanti».
Sookie non riusciva a immaginare sua madre coi piedi avanti. Da quando lei e suo fratello Buck riuscivano a ricordare, Lenore, un donnone imponente che indossava miriadi di spille e lunghe sciarpe svolazzanti e aveva un impeccabile ciuffo d’argento cotonato e laccato all’indietro, era sempre entrata nelle stanze a testa alta. Buck sosteneva che somigliasse a una di quelle statuine sul cofano di certe auto, e da allora senza che lei lo sapesse avevano cominciato a chiamarla «Vittoria Alata». Lenore non si limitava a uscire da una stanza, bensì si volatilizzava, lasciandosi dietro una nuvola di costoso profumo. Dal momento che non era mai stata una donna silenziosa in nessun senso della parola, la si sentiva arrivare da chilometri di distanza come un cavallo bardato a festa, accompagnata da uno squillante tintinnio di bracciali, collane e perline. Di solito iniziava a parlare prima ancora di comparire. Aveva una voce sonora e tonante. Aveva studiato «recitazione» al Judson College e, per l’eterna disperazione della famiglia, l’insegnante l’aveva anche incoraggiata.
Ora, a causa di alcuni fatti accaduti di recente, compreso un tentativo di dare fuoco alla cucina, erano stati costretti ad assumere una governante fissa. Earle era un bravo dentista con uno studio ben avviato, ma loro non erano affatto ricchi: adesso meno che mai, visto tutti i soldi che avevano speso per il college dei figli, per i matrimoni, il mutuo di Lenore e adesso anche questa. Forse il povero Earle non sarebbe potuto andare in pensione prima dei novant’anni, ma la governante era indispensabile.
Lenore, che non solo era chiassosa ma anche supponente e che non mancava di rendere nota la propria opinione a chiunque fosse a portata d’orecchio, all’improvviso aveva cominciato a fare chiamate internazionali a perfetti sconosciuti. L’anno prima aveva telefonato al papa a Roma, una telefonata che, da sola, era costata più di trecento dollari. Quando le avevano mostrato la bolletta, era andata su tutte le furie e aveva detto che non avrebbero dovuto addebitarle neppure un centesimo, perché l’avevano lasciata in attesa per tutto il tempo. Bisognava provare a spiegarlo alla compagnia telefonica. Farla ragionare fu un’impresa impossibile. Quando Sookie le aveva domandato perché mai avesse chiamato il papa, dato che era una metodista incallita di sesta generazione, ci aveva riflettuto su un attimo e aveva risposto: «Oh… solo per fare due chiacchiere».
«Due chiacchiere?»
«Già, e non devi essere così prevenuta, Sookie. Si può sicuramente instaurare un dialogo con i cattolici. È bene evitare di sposarne uno, ma una conversazione amichevole non può far male a nessuno.»
E c’erano stati anche altri incidenti. Durante una riunione della Camera di commercio, Lenore aveva definito il sindaco un piccolo profittatore spocchioso e un ladro di cavalli, ed era stata denunciata per calunnia. Sookie si era preoccupata da morire, ma Lenore era rimasta impassibile. «Devono dimostrare che le mie accuse sono infondate, e nessuna giuria sana di mente oserebbe condannarmi!» Alla fine il giudice aveva archiviato il caso, ma era stato comunque molto imbarazzante. Per tutto l’anno Sookie aveva cercato di evitare il sindaco e sua moglie, il che era stato praticamente impossibile in una città così piccola. Quei due erano ovunque.
Dopo la causa si erano succedute tre governanti. Due si erano licenziate, e una si era dileguata nel cuore della notte, insieme a uno degli anelli di Lenore e a un tacchino surgelato. Ma ora, dopo mesi di ricerche, Sookie riteneva di aver finalmente trovato la candidata perfetta: Angel, un’affabile filippina di una certa età, molto dolce e paziente, anche se Lenore si ostinava a chiamarla Conchita perché sosteneva che somigliasse come una goccia d’acqua alla messicana che aveva lavorato per lei in Texas negli anni Quaranta, quando il padre di Sookie era di stanza laggiù.
L’aspetto positivo era che, adesso che Lenore aveva Angel, Sookie avrebbe finalmente potuto partecipare alla rimpatriata delle Kappa a Dallas. Aveva promesso di andarci anche Dena Nordstrom, la sua ex compagna di stanza del college. Si sentivano spesso per telefono, ma non si vedevano da molto tempo e Sookie non stava più nella pelle.
Mentre era ferma all’incrocio in attesa che scattasse il verde, abbassò l’aletta parasole e si guardò nello specchietto. Fu un terribile errore. Dopo i cinquanta nessuno deve sembrare particolarmente bello alla luce del sole, ma anche considerando questa attenuate lei si era trascurata troppo. Non andava dall’oculista da più di tre anni ed evidentemente aveva bisogno di un nuovo paio di occhiali.
Il mese prima, in chiesa, aveva fatto una figuraccia. La frase corretta era «Sono un recipiente per l’amore di Dio», ma lei aveva letto davanti a tutta la congregazione: «Sono un residente per l’amore di Dio». Earle le aveva assicurato che non se n’era accorto nessuno, ma non era vero.
Si guardò di nuovo. Non c’era da stupirsi che fosse un mostro. Quel mattino si era precipitata fuori dalla porta senza nemmeno un filo di trucco. Sarebbe dovuta tornare a casa e rimediare. Cercava sempre di essere più o meno presentabile. Per fortuna non era vanitosa come sua madre, altrimenti non sarebbe mai uscita di casa. L’aspetto esteriore era tutto per Lenore. Andava particolarmente fiera di quello che definiva «il piede dei Simmons» e del suo nasino all’insù. Sookie aveva ereditato il naso lungo di suo padre e Buck, neanche a dirlo, quello carino. Pazienza. Se non altro aveva il piede dei Simmons.
Quando scattò il verde, Netta Verp, la sua vicina, le sfrecciò accanto su un’enorme Ford Fairlane del 1989, probabilmente diretta verso l’ipermercato, e le suonò il clacson. Sookie le rispose. Voleva bene a Netta. Era una buona vecchia amica. Ed era del Leone come lei.
La casa di Netta era tra la sua e quella di Lenore. Poverina. Era rimasta intrappolata nel mezzo, con i bambini e gli animali dei Poole da una parte e Lenore che la tempestava di telefonate dall’altra, eppure non si lamentava mai. «Diavolo, sono vedova. Che altro dovrei fare per divertirmi?» diceva.
Non c’era da sorprendersi, pensò Sookie, che il tema delle nozze di Ce Ce fosse stato «anche gli animali sono persone». A un certo punto in casa Poole avevano vissuto undici bestiole, compresi un alligatore che era strisciato fuori della baia e poi su per i gradini della veranda sul retro, tre gatti e quattro cani. Uno di questi era l’adorato alano di Earle, Tiny, che aveva le dimensioni di un piccolo cavallo.
I cani, i gatti, i criceti – e il procione cieco – andavano benissimo, ma Sookie aveva detto basta quando era arrivato l’alligatore, insistendo perché restasse nel seminterrato. Anche lei amava gli animali, ma quando hai paura di alzarti la notte per andare in bagno, è arrivato il momento di puntare i piedi, possibilmente non contro qualcosa che possa staccarteli a morsi.
Per Sookie, il brutto di avere degli amici a quattro zampe era perderli. Due anni prima era morto Mr. Henry, il loro micio di diciotto anni, e lei non riusciva ancora a guardare un gatto rosso senza sciogliersi in lacrime. Dopo quel triste episodio aveva detto a Earle che non voleva altri animali. Semplicemente non sopportava il dolore.
Attraversò tutta la città, agitò la mano per salutare Doris, la signora che vendeva pomodori all’angolo, quindi si avviò giù per la collina diretta alla sua casa sulla baia.
La vecchia strada panoramica era fiancheggiata da grosse querce piantate prima della Guerra di secessione. A destra, davanti all’acqua, c’erano chilometri di vecchie case in legno, costruite perlopiù dagli abitanti di Mobile per passarci le vacanze. Se avesse avuto un centesimo per ogni volta che aveva percorso quella strada sarebbe stata milionaria.
Aveva otto anni la prima volta che suo padre aveva portato lì la famiglia da Selma per passarci l’estate. Erano arrivati a Point Clear in una serata mite e tiepida, in cui l’aria profumava di glicine e caprifoglio.
Ricordava di essere scesa giù per la collina e di aver visto le luci di Mobile che scintillavano e sfavillavano sull’acqua, come una collana di pietre preziose. Era stato come entrare in un paese incantato. La Tillandsia che pendeva dagli alberi sembrava d’argento nella luce della luna e proiettava ombre ballerine lungo tutta la strada. Le barche nella baia, con le loro lucine verdi intermittenti, le erano sembrate luminarie di Natale. Ai suoi occhi, Point Clear aveva sempre avuto qualcosa di magico, e ce l’aveva ancora.
Circa un chilometro e mezzo dopo il Grand Hotel svoltò, imboccò il lungo vialetto di gusci d’ostrica frantumati ed entrò in garage. La casa di Netta era quasi identica alla loro, ma il cortile era molto più grazioso. Appena recuperate le forze, una delle prime cose che avrebbe fatto era potare i cespugli. Le azalee erano un disastro e le ortensie bianche ormai sembravano delle piante selvatiche.
La casa, come quasi tutte quelle lungo la strada panoramica, era di legno bianco, con le persiane verde scuro. La maggior parte delle abitazioni sulla baia aveva visto la luce molto prima dell’invenzione dell’aria condizionata e aveva un ampio salone centrale che arrivava fino a una grande veranda posteriore affacciata sul mare. Come i vicini, i Poole avevano un lungo pontile di legno grigio in fondo al quale sorgeva una piccola tettoia sotto cui ci si poteva sedere. Quando i bambini erano piccoli, Sookie ed Earle erano stati lì quasi ogni sera ad ammirare il tramonto e ad ascoltare le campane della chiesa che echeggiavano nella baia. Non lo facevano da anni. Era impaziente di trascorrere ancora del tempo da sola con suo marito.
Scaricò i due sacchi di mangime e li mise nella piccola serra che Earle le aveva costruito per tenerci tutto il necessario per gli uccellini. Era in casa già da un po’ quando, all’improvviso, Sookie si rese conto che era immersa nel più totale silenzio. Un silenzio quasi sinistro. Si sentivano solo il ticchettio dell’orologio in cucina e le strida dei gabbiani sopra la baia. Era strano non udire le porte che sbattevano o i ragazzi che correvano su e giù per le scale. Com’erano belle quella pace e quella tranquillità, invece della musica spaccatimpani che arrivava di solito dalle camere dei ragazzi. Pensò add...