Primo atto
UNA DIMENSIONE SCOMODA
(Primavera 2009)
«È tardi! È tardi! Siamo in arciritardissimo!»
Romano sembra Alice e io il Bianconiglio mentre in sosta al terminal di Malpensa scarichiamo i bagagli e salutiamo Loris, l’amico che da qualche anno “ci porta e ci riprende” nel nostro peregrinare fra gli aeroporti. Ormai è tradizione che ci accompagni lui, quasi un rito scaramantico.
Stiamo correndo in Nepal a scalare due ottomila: l’Annapurna e il Kangchendzonga; poi ci mancherebbe solo il Makalu per completare il Grande Slam.
Era l’autunno dell’86 quando Reinhold Messner, per primo, completò l’impresa di salirli tutti; dopo più di vent’anni ancora nessuna donna c’è riuscita, ma ormai siamo al rush finale perché in tre al mondo, pari merito, siamo a undici ottomila.
Ai blocchi di partenza siamo pronte allo scatto verso la terzultima vetta e il traguardo è ormai vicino: diventare la prima donna ad aver salito tutti i quattordici ottomila della Terra.
Maschio o femmina che sia, la bravura di un alpinista non si misura con il numero di cime raggiunte, ma la tappa è importante perché su quelle vette resiste ancora uno degli ultimi baluardi maschili, e quando l’ultimo passo di una donna chiuderà quel cerchio non sarà solo una data nell’elenco delle ripetizioni: quel giorno sarà una festa.
Le altre due alpiniste sono Edurne, spagnola, e Gerlinde, austriaca.
Qualche volta ci incrociamo – in giro per Kathmandu o su una montagna – ma, a parte un po’ di chiacchiere del più e del meno, non posso certo dire di conoscerle.
Chissà quale di noi sarà “la prima”. A meno di un miracolo so bene che quella non sarò io: con Romano non abbiamo abbastanza soldi per stare “in corsa”, e neanche lo vogliamo.
Ragazzini diciottenni, Romano e io ci siamo uniti in cordata a scalare le montagne e poi anche la vita; e sulle Alpi Giulie di casa, abbiamo cominciato a gironzolare per gioco, cioè con nessunissima idea, senza immaginare che un passo dopo l’altro, sotto i nostri piedi avremmo disegnato la strada che ci avrebbe portati qui.
Un cammino nato per caso il nostro; quello di due sognatori a occhi aperti che un giorno hanno acchiappato la vita in un attimo fluttuante di possibilità: «Che ne dici: proviamo a scalare un ottomila?». Da allora, sempre insieme, Romano e io ne abbiamo saliti undici.
Col crescere dell’attenzione attorno all’impresa al femminile, di giorno in giorno le montagne si stanno trasformando in uno stadio dove in ballo non c’è più soltanto l’alpinismo e il titolo di “prima donna”, ma anche gli interessi degli sponsor, e dei media che devono offrire al pubblico lo spettacolo di vincitori e vinti. E nella frenesia di questa corsa pazza stiamo vorticando anche noi, perché a questo punto se non appari sui media non sei nessuno – senza media non trovi sponsor – e senza sponsor non possiamo sperare di poter partire in spedizione ogni primavera. Non c’è via di scampo; voglia o no, ci siamo dentro fino al collo.
Ma allora da dove nasce lo strano malessere che ho dentro? Questa sensazione nauseante che sto sbagliando qualcosa.
Avevo cominciato ad avvertirla due anni fa all’Everest, quel parco giochi per gente annoiata. Ma cosa può esserci che non va adesso? Noi stiamo solo cercando il modo per continuare a scalare le montagne, e per fare questo dobbiamo recitare la nostra parte.
Saliti al volo sull’aereo a Malpensa, facciamo scalo ad Abu Dhabi, pernottiamo, la mattina dopo ripartiamo e nel pomeriggio atterriamo a Kathmandu: è il 16 marzo 2009.
Ad attenderci c’è Nima Nuru Sherpa, il titolare dell’agenzia che organizza le nostre spedizioni in Himalaya; baci, abbracci, carichiamo i bagagli in macchina e partiamo.
La strada corre fuori caotica e polverosa, una giungla di traffico feroce e mai rabbioso. Clacson che suonano, nugoli di motorini che ti avvolgono in uno sciame, centauri solitari e famigliole coi bimbi appollaiati in mezzo sul sedile, e poi le viuzze strette, affollate di gente, veicoli e merci.
Ecco il tempietto, sventrato dal grande albero che gli è cresciuto dentro: tutto è come sei mesi fa, non è cambiato niente.
Forse è solo scaramanzia, ma il guardare dal finestrino nel tragitto dall’aeroporto alla città è un’altra formula magica con cui scandisco il viaggio.
Da un paio d’anni, a Kathmandu siamo ospiti di Nima in un appartamento sopra i loro uffici. Non in Thamel, il quartiere “ghetto” per turisti: moderno, pulito e rassicurantemente continental; la loro sede è appena fuori, abbastanza lontana dalle ondate migratorie stagionali.
Ormai quest’alloggio lo chiamiamo “casa” perché lì dormiamo, mangiamo, facciamo il bucato e le pulizie: l’acqua calda arriva quando il sole attiva i pannelli sul tetto. Per la spesa andiamo al supermercato vicino, mentre per le piccole cose c’è il negozietto all’angolo, gestito da moglie e marito che si danno il cambio nel corso della giornata. Loro parlano soltanto nepalese e noi appena qualche briciola di inglese ma non importa, in qualche modo riusciamo sempre a far due chiacchiere. Ormai ci conoscono, e a ogni arrivo e partenza ci salutiamo come si usa fra vicini.
Dalla terrazza ho il vizio di sbirciare il tran tran della vita quotidiana: le donne che fanno i mestrieri di casa la mattina, i bambini che giocano per strada dopo scuola, le famiglie che si ritrovano per cena davanti al televisore. E i riti dell’alba, per ringraziare gli dèi e guadagnarsene la benevolenza.
Stavolta, però, niente atmosfere familiari: per questa notte Nima ci sta portando in hotel perché da loro manca l’acqua; aggiunge che domani dovrebbero risolvere il problema e potremo trasferirci lì.
Siamo alle solite: in città scarseggia il carburante e l’energia elettrica è razionata. Negli alberghi attrezzati di generatori, il problema non riguarda i turisti del Thamel, ma la città deve arrangiarsi come può e in questi giorni, senza corrente per far andare le pompe, non sono riusciti a ricaricare d’acqua la cisterna sul tetto e, come se non bastasse, non piove da sei mesi.
Il Paese è di nuovo sull’orlo del precipizio e l’ironia di Nima è ancora più amara: «Non c’è elettricità e la gente dice: “Va bene”. Manca l’acqua e sospira: “Pazienza”. Ormai siamo talmente assuefatti che ci manca solo di abituarci alle pallottole per strada».
Siamo nel 2009 e la guerra civile è finita da tre anni, ma la situazione è sempre grave e complicata, a rischio di ricadere ancora nell’instabilità politica e sociale. Le prospettive di sviluppo si vanificano di giorno in giorno mentre cresce l’esasperazione della gente che vorrebbe solo sopravvivere.
All’hotel troviamo anche Beni, la giovane e capace alter ego di Nima, e insieme definiamo i particolari della spedizione: le formalità burocratiche sono già state espletate dai gruppi con cui dividiamo il permesso per le cime. Non conosciamo quegli alpinisti e forse neanche li incontreremo; con queste spedizioni condividiamo semplicemente il certificato che, rilasciato dal Ministero del Turismo, dà il permesso di salire le montagne. Noi due quindi dobbiamo soltanto preoccuparci di preparare i bidoni con il nostro equipaggiamento, così che lo staff possa partire via terra con tutta l’attrezzatura per quella che la tribù degli alpinisti chiama il Kangch, la prima delle due montagne che tenteremo di scalare. Romano e io prenderemo l’aereo il giorno successivo e lo raggiungeremo a Biratnagar, da dove insieme proseguiremo il viaggio verso il campo base. Terminata la salita, torneremo a Kathmandu e da lì voleremo a Pokhara per trasferirci alla seconda cima: l’Annapurna.
Dunque appuntamento domani in agenzia, per preparare i bidoni.
Adesso ci aspetta un altro importante rito: a bordo del leggendario “Maggiolone” celeste, alle dieci del 17 marzo, puntualissima, arriva Miss Hawley per la consueta “intervista”. L’accompagna il simpatico ragazzo nepalese, da anni suo autista, che le porge il braccio per aiutarla a scendere.
Minuta, curata nel vestire e con appena un filo di rossetto, mentre ti porge la mano per salutarti, da come ti sbircia con gli occhiali calati sulla punta del naso, ti è chiaro fin da subito che è inutile raccontarle favole, perché lei li conosce bene i suoi polli: noi alpinisti.
Di professione giornalista, Elizabeth Hawley da oltre mezzo secolo vive a Kathmandu ed è la memoria storica dell’alpinismo himalayano e delle imprese che a partire dagli anni Sessanta si sono compiute su queste montagne.
Nata a Chicago nel 1923, dopo gli studi universitari Miss Hawley iniziò a lavorare come ricercatore editoriale per la rivista «Fortune», ma ben presto decise di mollare tutto e partire per un avventuroso viaggio attorno al mondo che, attraverso l’Europa, e poi l’Africa e poi il Medio Oriente, la portò nel 1959 ad approdare qui, in questo minuscolo e leggendario Paese incastrato fra due giganti: Cina e India.
Dopo un isolamento durato più di cent’anni, il Nepal aveva da poco riaperto le porte al mondo e stava cominciando il suo lungo e travagliato cammino verso la democrazia. Si erano appena tenute le prime elezioni nella storia del Paese; Elizabeth Hawley pensò di fermarsi qualche anno, giusto il tempo di vedere come il Nepal sarebbe cambiato con l’apertura al mondo, e iniziò a lavorare come corrispondente.
In quegli anni, però, anche un’altra novità si stava affacciando perché, terminate le conquiste dei Giganti della Terra, cominciava una nuova epoca nell’alpinismo himalayano: quella delle prime ascensioni senza ossigeno, le solitarie, le invernali e le grandi vie nuove.
Quando arrivò, Miss Hawley non sapeva nulla di alpinismo, le sfuggivano perfino i motivi che muovevano gli alpinisti. «Qui le montagne sono infestate da uomini talmente matti da voler arrivare fino in vetta» scriveva alla madre.
Poi qualcosa le fece intuire che l’alpinismo poteva essere importante per il suo lavoro e così cominciò a seguire quello strano viavai di uomini sulle cime e iniziò a monitorare tutte le spedizioni in arrivo e in partenza dalle vette himalayane.
Corrispondente per le maggiori riviste alpinistiche mondiali e colossi editoriali come Reuters e «TIME», a oggi, questa grande giornalista ha registrato una mole enorme di relazioni dettagliate che ha anche pubblicato in un catalogo con il nome Himalayan Database, una Bibbia virtuale per gli “himalaysti”. Ma, prima di tutto, nell’arco di questi cinquant’anni, Miss Hawley ha raccolto un tesoro immenso di racconti e di incontri che fanno di lei una delle più appassionate e autorevoli conoscitrici della storia di queste montagne e una figura unica nel mondo dell’alpinismo, in un ruolo che si è creata su misura.
«Non ho mai preso la decisione di restare,» dice Miss Hawley «semplicemente non sono mai partita.»
Romano e io compiliamo i moduli e rispondiamo alle domande: date e tappe previste, numero di componenti della spedizione, ruoli, curriculum alpinistico, professione, coniugato/separato/single eccetera eccetera. Come sempre tocca a me far la segretaria e riempire i questionari; a Romano, l’artista della cordata, il compito di illustrare il programma della salita.
Al rientro dalla montagna ci sarà una nuova intervista per riportare i fatti come si sono effettivamente svolti.
Oggi è il 20 marzo, ieri saremmo dovuti partire e invece eccoci ancora qua. Per fortuna ci siamo trasferiti nell’appartamento dell’agenzia, e possiamo starcene liberamente stravaccati come a casa.
L’autobus per Biratnagar, su cui viaggiano i nostri cuochi con il materiale, non è riuscito a passare il blocco dello sciopero lungo la strada e così anche noi due dobbiamo aspettare qui.
«La primavera è un periodo molto attivo in Nepal» sogghigna Nima. «Arrivano i turisti, le spedizioni partono e gli scioperanti scioperano… mica possono manifestare durante i monsoni!»
Nelle pianure del Terai le violenze erano diminuite dal 2006, dopo la fine della guerra, ma la situazione sta di nuovo peggiorando e diversi gruppi armati hanno ripreso a combattere.
Tutto era cominciato nel ’96 quando i guerriglieri del Partito Comunista Nepalese di orientamento maoista, guidati dal leader Prachanda “il Fiero”, iniziarono la lotta armata contro la monarchia del re Birendra. La “guerra del popolo” l’avevano chiamata, «anti-casta e anti-monarchia feudale, per modernizzare la società e abolire la servitù e la proprietà privata». Una guerra civile durata dieci anni che ha ucciso quasi tredicimila persone e dove entrambe le parti hanno calpestato impunemente i diritti della popolazione.
Armato da grandi potenze come India e Stati Uniti, il governo ha ucciso, torturato, fatto sparire dissidenti e costretto i contadini nei villaggi a combattere i maoisti. Dall’altra parte, l’esercito rivoluzionario ugualmente colpevole, che addestrava in campi di detenzione i combattenti reclutati a volte a forza fra studenti, popolazione analfabeta e perfino fra i bambini; e poi assediava Kathmandu con blocchi delle strade e scioperi a oltranza a cui la popolazione era obbligata ad aderire.
Ricordo il primo in cui anche noi eravamo incappati: era la primavera del 2005 e dovevamo andare al Dhaulagiri, la settima cima della Terra che svetta nell’ovest del Paese, proprio di fronte all’Annapurna. Il Nepal intero era bloccato: fabbriche, uffici, negozi; scarseggiavano viveri e carburante e nessun veicolo poteva circolare, neanche i carretti. Perfino le ambulanze, usate spesso come taxi, erano controllate. Armati di bastoni, i manifestanti picchettavano le strade, costantemente sorvegliati da soldati in tenuta antisommossa.
Gli scontri poi erano esplosi, ma poco prima noi eravamo riusciti a scappare su in montagna perché, dopo i primi tre giorni serratissimi, le maglie del blocco avevano cominciato a cedere e i veicoli sgattaiolavano qua e là, con le targhe nascoste da fogli di giornale.
Due terzi del Paese erano ormai sotto il controllo dei maoisti e, nonostante le armi e gli elicotteri, l’esercito non riusciva a strappare ai rivoluzionari il dominio sulle zone montuose.
Quella volta eravamo un gruppo di amici numeroso e variegato; fra spedizione e trekking, eravamo in ventidue. Allora era abituale avere a fianco dei compagni di vagabondaggio, che insieme con noi arrivavano al campo base e, dopo una festa di arrivederci, proseguivano il giro e rientravano a casa.
Seduti in corriera, fra partite a carte, chiacchiere e barzellette, ridevamo fantasticando sulla nostra reazione nel trovarci di fronte a un gruppo di guerriglieri armati e incappucciati; finché, dopo due giorni di cammino, lungo il sentiero nel bosco ci imbattemmo in una porta, sovrastata dalla bandiera rossa con falce e martello: quel momento era arrivato, stavamo entrando nel loro territorio.
Con la caduta della monarchia, nel 2006 la lotta armata era terminata e l’Assemblea Costituente nel 2008 aveva proclamato la nascita della Repubblica Federale. La popolazione aveva inneggiato all’inizio del “nuovo Nepal” ma oggi, dopo appena un anno, il governo con a capo l’ex maoista Prachanda è già sull’orlo della crisi.
Ce lo raccontano Nima e Beni, mentre pranziamo insieme a “casa”.
Da quello che ho capito, il problema è l’inserimento degli ex guerriglieri maoisti nel nuovo esercito repubblicano. La storia del reintegro del People Liberation Army, l’esercito maoista, l’avevamo sentita per la prima volta nell’autunno del 2007 quando, atterrati a Kathmandu, avevamo notato l’aeroporto pieno di elicotteri e mezzi siglati «UN», le Nazioni Unite. I nostri amici ci avevano spiegato che era in corso il censimento degli ex guerriglieri, in vista del loro reintegro nelle file dell’esercito regolare, perché questa era una delle condizioni degli accordi di pace.
Il timore adesso è che questa nuova crisi porti al riesplodere delle dimostrazioni popolari e al ritorno all’azione sovversiva di quelle frange maoiste che non hanno ancora abbandonato l’idea della lotta armata.
E in tutta questa confusione Romano e io siamo bloccati qui, coi giorni che passano, due montagne da scalare e i soldi dei permessi già pagati al Ministero. Se almeno non li avessimo versati per en...