Pilgrim (VINTAGE)
  1. 895 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Pilgrim è tra gli agenti più abili dei servizi segreti americani. È giovane, ma dopo l'11 settembre decide di uscire di scena. Impossibile. Richiamato in servizio per sventare il rischio che un'arma biologica venga innescata negli Stati Uniti, si troverà di fronte all'avversario più astuto ed elusivo che abbia mai incrociato, il Saraceno. La storia avvincente di una missione impossibile.

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Informazioni

TERZA PARTE

Capitolo Uno

Il ragno dei cunicoli, autoctono in Australia, è quasi certamente il ragno più velenoso al mondo, anche peggio del ragno delle banane brasiliano, e solo Dio sa quanto è cattivo quello.
Molto tempo fa indagai su un caso in cui la neurotossina di un ragno dei cunicoli fu usata per uccidere un ingegnere americano, una risorsa di una delle nostre agenzie operanti sotto copertura in Romania. Nell’ambito dell’indagine un biologo mi mostrò una di quelle grosse creature nere, un maschio di Sydney, la specie più velenosa e aggressiva.
Ve lo giuro, se non aveste mai visto un ragno prima, se non foste in grado di distinguere un aracnide da qualsiasi altro animale, nel momento in cui vedete un ragno dei cunicoli sapreste che si tratta di qualcosa di mortale. Nel mondo dello spionaggio esistono uomini – e qualche donna – del genere. Si percepisce subito che non sono stati toccati dall’umanità che abita la gente. È uno dei motivi per cui sono stato contento di lasciare il loro ambiente e di tentare la sorte alla luce del sole.
Erano tre persone di quel tipo che aspettavano in fondo all’auditorium. I delegati si dispersero per andare a pranzo, lasciando solo me e Bradley davanti alla platea vuota e ai due bosniaci che smaltivano la sbornia dormendo vicino al mixer. I tre ragni si incamminarono verso di noi.
Bradley li aveva già avvistati. «Li conosci?»
«In un certo senso» risposi.
«Chi sono?»
«Meglio non chiederlo, Ben.»
Il poliziotto riconobbe il pericolo che emanavano e di certo non gli piacque il modo in cui si stavano avvicinando, ma io gli posai una mano sul braccio. «È meglio se vai» dissi con calma.
Non era convinto. Ero il suo collega e se c’erano guai in vista voleva essere lì per aiutarmi. Ma io sapevo perché il lavoro era stato assegnato a uomini del genere. Qualcuno mi stava mandando un messaggio: niente contrattazioni, limitati a fare quello che ti dicono. «Vai, Ben» ripetei.
Con riluttanza, guardandosi al di sopra della spalla, andò verso la porta. I ragni si fermarono davanti a me.
«Scott Murdoch?» chiese il più alto, probabilmente il capo del team.
Scott Murdoch, pensai tra me e me: dunque si tornava così indietro. «Sì, uno vale l’altro» risposi.
«È pronto, dottor Murdoch?»
Mi chinai e presi la mia valigetta di pelle pregiata, un regalo che mi ero fatto quando ero arrivato a New York e pensavo, sbagliando, che fosse possibile lasciarmi alle spalle l’altra vita.
Non avrebbe avuto senso chiedere dove saremmo andati: sapevo che non mi avrebbero detto la verità e non ero ancora pronto per tutte le loro bugie. Pensavo di meritare solo qualche momento di sole in più.

Capitolo Due

Per prima cosa mi portarono in auto sull’East River. All’eliporto ci aspettava un mezzo, e volammo fino a un aeroporto nel Jersey, dove un jet privato decollò non appena fummo a bordo.
Un’ora prima del tramonto vidi le sagome dei monumenti di Washington stagliarsi contro il cielo che si scuriva. Atterrammo alla base dell’aeronautica militare Andrews e ad aspettarci trovammo tre SUV guidati da agenti in completo scuro. Immaginai che fossero dell’FBI o dei servizi segreti, ma mi sbagliavo: stavano molto più in alto.
Il tipo nel veicolo di testa accese le sirene da sbirro, e procedemmo bene in mezzo al traffico che procedeva a singhiozzo. Svoltammo sulla Diciassettesima, raggiungemmo il Palazzo Eisenhower, passammo attraverso un controllo di sicurezza e scendemmo per una rampa fino a un’area di parcheggio.
I ragni non sarebbero andati oltre: mi consegnarono ad altri quattro agenti in abito scuro che mi condussero attraverso una zona reception, lungo un corridoio senza finestre e dentro un ascensore. Scendeva soltanto. Uscimmo in un’area sotterranea con tanto di guardie armate. Non dovetti nemmeno svuotarmi le tasche: mi misero in un body scanner a retrodiffusione di raggi X che vedeva tutto nei più intimi dettagli, metallici e biologici.
Superati i controlli, salimmo su un’auto da golf e percorremmo una serie di ampi corridoi. Ero disorientato, ma non era quella la cosa più strana: avevo la sensazione che non mi guardasse nessuno, come se avessero avuto l’ordine di distogliere lo sguardo.
Raggiungemmo un altro ascensore – che salì per sei piani, a occhio e croce – e i quattro agenti mi consegnarono a un uomo più vecchio, meglio vestito, con i capelli brizzolati. «Per cortesia, mi segua, Mr Jackson» disse.
Io non mi chiamavo Jackson, non avevo mai sentito nominare questo Jackson, e tra i miei molti alias non c’era mai stato nessun Jackson. Allora mi resi conto che ero un fantasma, un’ombra senza presenza né nome. Se prima non avevo capito quanto fosse seria la faccenda, lo scoprii in quel momento.
La volpe argentata mi condusse attraverso un open space senza finestre, ma ancora una volta nessuno guardò dalla mia parte. Attraversammo una piccola cucina e ci ritrovammo in un ufficio molto più ampio. Finalmente c’era qualche finestra, ma l’oscurità fuori e la distorsione provocata da quello che pensai essere vetro antiproiettile rendevano impossibile farsi un’idea di dove fossimo.
La volpe argentata parlò con calma nel microfono che aveva sul bavero, attese una risposta, poi aprì una porta. Mi fece cenno di andare avanti e io entrai.

Capitolo Tre

La prima cosa che ti colpisce quando entri nello Studio Ovale è che è molto più piccolo di come appare in tivù. Il presidente invece sembrava molto più grande.
Quasi uno e novanta, senza giacca, borse profonde sotto gli occhi, si alzò da dietro la scrivania, mi strinse la mano e mi indicò di spostarci sui divani nell’angolo. Mentre mi voltavo vidi che non eravamo soli: nell’oscurità sedeva un uomo. Avrei dovuto immaginarlo: era la persona che aveva mandato i ragni, e voleva assicurarsi che capissi che le richieste non erano negoziabili.
«Ciao, Scott» disse.
«Ciao, Whisperer» dissi di rimando.
In passato ci eravamo incontrati parecchie volte. Aveva vent’anni più di me e stava già sgomitando per arrivare al top dell’intelligence quando io ero un astro nascente della Divisione. Poi c’era stata la caduta delle Torri Gemelle e io avevo preso un’altra strada. In giro si dice che quel pomeriggio – e fino alla tarda serata dell’11 settembre – lui avesse scritto una lunga, sorprendente decostruzione dell’intera comunità d’intelligence statunitense e dei suoi totali fallimenti.
Non conoscevo nessuno che l’avesse letta, ma a quanto pareva era stato così feroce nelle sue valutazioni sui singoli – compreso se stesso – e così spietato nella sua critica all’FBI e alla CIA che quando l’ebbe consegnata al presidente e ai quattro leader del Congresso per la sua carriera non c’erano speranze. Essendo un uomo intelligente, doveva sapere quale sarebbe stato il risultato: stava commettendo un suicidio professionale.
Invece quando la reale portata del disastro divenne chiara il presidente in carica all’epoca decise che lui era l’unica persona fortemente votata all’onestà piuttosto che incline a pararsi il culo. Qualunque sia la traduzione latina di “Dalla rabbia viene la vittoria”, quello dovrebbe essere il motto di Whisperer; nel giro di un anno venne nominato Direttore dell’intelligence nazionale.
Non posso dire che durante i nostri incontri professionali ci fossimo piaciuti molto, ma c’era sempre una sottile ammirazione, come se un grande squalo bianco si fosse trovato faccia a faccia con un coccodrillo marino. «Abbiamo un problema» disse mentre ci sedevamo. «Riguarda il vaiolo.»
Ero appena diventato la decima persona a parte del segreto.
Il presidente sedeva alla mia destra e sentivo che mi stava osservando, che cercava di valutare la mia reazione. Lo stesso valeva per Whisperer. Ma io niente: nessuna reazione, almeno non nel senso più convenzionale. Sì, provavo angoscia, ma non sorpresa. Il mio unico vero pensiero riguardava un uomo che avevo incontrato una volta a Berlino, ma non era la situazione giusta in cui parlarne, perciò mi limitai ad annuire. «Continua» dissi.
«A quanto pare è un arabo» proseguì Whisperer.
«Non abbiamo la certezza che sia arabo» lo interruppe il presidente.
«Il presidente ha ragione» ammise Whisperer. «Potrebbe essere un tentativo di disinformazione. Diciamo che un uomo che parlava un po’ di arabo ha sintetizzato il virus in Afghanistan. In questi ultimi giorni ha fatto un test su degli esseri umani, la sua personale versione di un esperimento clinico.»
Ancora una volta mi guardarono per vedere come reagivo. Io alzai le spalle: immaginavo che se uno si era preso la briga di crearlo, era ovvio che volesse testarlo. «Ha funzionato?» chiesi.
«Certo che ha funzionato, cazzo! Non siamo certo qui perché ha fallito» disse Whisperer, irritato dalla mia apparente imperturbabilità. Per un attimo pensai che avrebbe alzato la voce, ma così non fu.
«In più, pare che il virus sia stato progettato per vincere il vaccino» aggiunse.
Il presidente continuava a guardarmi. Visto che continuavo a tacere scosse la testa e accennò un sorriso. «Dirò io una cosa al posto suo: non si spaventa facilmente.»
Lo ringraziai e incrociai il suo sguardo. Era difficile non provare simpatia per lui. Come ho detto, era molto distante da un normale politico.
«Cos’altro avete?» chiesi.
Whisperer infilò la mano in un portadocumenti e mi diede una copia del rapporto di Echelon. Mentre cominciavo a leggere vidi che nulla era stato cancellato in nero o tagliato: mi avevano dato l’intelligence nuda e cruda, non sterilizzata, il che mi fece capire quanto fossero nel panico. Guardandomi indietro credo che mentre il pomeriggio diventava notte pensassero davvero che l’intero Paese fosse sull’orlo del precipizio.
«Due telefonate» disse Whisperer mentre posavo il rapporto. «A tre giorni l’una dall’altra.»
«Già» risposi, pensandoci su. «Il tipo in Afghanistan fa la prima telefonata. Chiama un telefono pubblico in Turchia e una donna lo sta aspettando. Ha passato ore a preparare un messaggio in codice, perciò sa bene che lui chiamerà. Come lo sapeva?»
«Era già stato deciso» rispose Whisperer. «Sai come funziona. Il tal giorno, alla tal ora…»
«Dal bel mezzo dell’Hindu Kush? Mentre è impegnato a testare una straordinaria arma di bioterrorismo? Non penso proprio; non avrebbe rischiato tanto. Credo sia più probabile che sia successo qualcosa e che lei avesse bisogno urgente di parlargli.
«Questo vuol dire» continuai «che lei in qualche modo riesce a fargli sapere che lui la deve chiamare.»
Il presidente Grosvenor e Whisperer rimasero seduti in silenzio a rifletterci.
«Ok» disse il presidente. «È stata lei a contattarlo. Perché Echelon non ha sentito la comunicazione?»
«Ci sono un sacco di possibilità» dissi. «Era al di fuori della zona delle ricerche, il messaggio era stato inviato giorni prima a un cellulare sconosciuto, o era un biglietto consegnato a mano. Potrebbe essere qualunque cosa. La mia idea è che si sia trattato di un messaggio insignificante su un oscuro forum di Internet.»
«Potrebbe avere senso» disse Whisperer. «L’uomo riceve un avviso automatico che gli dice che tal dei tali ha postato un nuovo profilo».
«Già, e non appena vede l’avviso sa cosa significa: che deve sentirla subito. E così la chiama alla prima occasione che gli capita, da un telefono nuovo.»
«Ascolta il messaggio in codice, che gli dà certe informazioni. Gli dice anche di richiamare tre giorni dopo. Lui lo fa, ed ecco la seconda telefonata.»
«Due telefonate e un avviso o un messaggio che non siamo in grado di identificare» disse il presidente. «Non è molto, ma è più o meno tutto quello che abbiamo.»
Mi guardò dritto in faccia. «Whisperer dice che lei è l’uomo migliore che possa andare in Turchia e trovare la donna.»
«Da solo?» chiesi, senza sbilanciarmi.
«Sì» disse Whisperer.
Ricevuto il messaggio, mi misi a riflettere. Anch’io avrei usato un Pathfinder: qualcuno che partecipasse sotto massima copertura, una persona che procedesse con cautela lungo i muri di un vicolo buio, un uomo da far paracadutare per illuminare la strada per le truppe d’assalto a seguire. Sapevo anche che gli esploratori in genere non godono di quella che gli esperti d’intelligence chiamano “longevità”.
«E l’intelligence turca?» chiesi. «Daranno una mano?»
«A se stessi, forse» disse Whisperer. «Qualunque informazione ottengano, le do un’ora prima che la facciano trapelare – o più probabilmente la vendano – a mezzo mondo.»
Quando Whisperer aveva detto di volere qualcuno che partecipasse da solo, intendeva da solo. Rimasi seduto in silenzio, pensando alla Turchia e a un mucchio di altre cose.
«Non sembra molto entusiasta» disse alla fine il presidente riconoscendo l’ansia sul mio volto. «Cosa ne dice?»
Squillò il telefono e data la portata di ciò di cui stavamo discutendo immaginai che fosse importante: probabilmente la Corea del Nord aveva appena lanciato un attacco nucleare, per chiudere una giornata fino a quel momento perfetta.
Mentre il presidente rispondeva, dandoci la schiena per garantirsi un po’ di privacy, Whisperer aprì il cellulare per controllare i messaggi. Io guardai fuori dalla finestra: non capita tutti i giorni di ammirare il panorama dallo Studio Ovale. Ma la verità era che non vedevo nulla.
Pensavo ai sogni infranti, al tentativo di afferrare la normalità e a un’attraente donna a New York di cui non avrei mai avuto il numero di telefono. Pensavo al 4 luglio, alle giornate sulla spiaggia e a tutte le cose che vanno perdute nel fuoco. Ma più di tutto pensavo al fatto che il mondo sotto copertura non ti abbandona mai: è sempre in attesa nell’oscurità, pronto a radunare di nuovo i suoi figli.
Poi mi colse un brutto presentimento su ciò che mi attendeva, e vidi qualcosa, lo vidi chiaro come se fosse stato dall’altra parte del vetro. Navigavo su un vecchio yacht con le vele rattoppate, il vento mi guidava forte in un mare straniero, solo le stelle sopra di me, a condurmi nel buio. Non c’era altro che il silenzio, un silenzio così assordante che gridava, e vidi la barca e me stesso diventare sempre più piccoli. Guardandomi svanire sull’infinita acqua nera ebbi paura, mi prese un groppo allo stomaco, un nodo da fine dei giochi.
In tutti quegli...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Prima Parte
  5. Seconda Parte
  6. Terza Parte
  7. Quarta Parte
  8. Ringraziamenti