1
Il Barbone
Quella che vedete camminare a testa bassa verso i Giardinetti di Nessuno, cicciotta, con le gambe da calciatore e i capelli neri a caschetto sono io: Camilla.
Mio papà invece camminava sempre a testa alta, perché era cresciuto in montagna dove le strade vanno tutte all’insù. Nonno Stelio dice che gli sono venuti gli occhi azzurri a forza di guardare il cielo. Roby sapeva anche scalare la roccia e lo ha insegnato alla mamma, che è diventata brava come un ragno.
A me papà ha insegnato a sciare: mettevo i miei piccoli sci a spazzaneve tra i suoi e venivamo giù a valle, verso le case del paese che diventavano sempre più grandi. Ricordo che l’aria mi faceva il solletico agli occhi. Mi divertivo un mondo.
Ora ho dodici anni, papà è morto quando ne avevo sei. La mia vita è spaccata in due come una mela: la prima metà è stata dolce e piena di succo; la seconda è amara, col verme dentro. Mio papà si chiamava Roberto, però tutti lo chiamavano Roby. Anche a me piaceva chiamarlo Roby.
Tra pochi giorni inizia la scuola, ma l’estate non ha ancora fatto le valigie. L’aria è calda come a luglio. Le serate sono dolci. Dopo cena scendiamo a chiacchierare sulle panchine dei Giardinetti di Nessuno. Quando inizierà la scuola, non lo faremo più.
I Giardinetti di Nessuno sono una specie di laghetto verde, ai piedi dei palazzoni rossi dove abito io. Due rettangoli di terra spelacchiata, quattro panchine di legno e un campetto di cemento per la pallacanestro. In mezzo alle quattro panchine è piazzato un piedestallo di marmo bianco sul quale dovrebbero posare il busto di una statua. Il problema è che non riescono a decidere quale busto mettere.
Il Comune è spaccato in due, come la mia vita: una metà vorrebbe intitolare i giardinetti a un certo uomo, un’altra metà a un altro. Sono anni che litigano e il piedestallo resta vuoto.
Alla fine la gente si è stufata e ha deciso per conto suo. Ora per tutti questi sono i Giardinetti di Nessuno.
Il mio paese invece un nome ce l’ha, anche se non bellissimo: si chiama Paludate S.F., perché un tempo qui c’era una palude malsana, che poi, grazie a Dio, è diventata un parco bellissimo di cui siamo molto orgogliosi. La Città è a un passo, nelle giornate limpide vediamo anche la grande chiesa con la statuetta d’oro in cima che sembra una monetina in fondo a un pozzo, eppure il nostro fiume ha le acque limpide e sugli alberi del parco cantano uccelli bellissimi.
“S.F.” significa, appunto: Sul Fiume. Paludate Sul Fiume.
Una volta hanno provato a portarci via il nostro piccolo paradiso. Volevano seppellirlo sotto una colata di cemento perché doveva passarci l’autostrada. Io non ero ancora nata. Mio papà si mise in testa a tutti, come quando scalava le pareti, e guidò la protesta. Roby aveva la testa dura come la roccia. Anche quella volta riuscì a scalare la montagna, vinse cioè la sua battaglia, e l’autostrada l’hanno fatta passare da un’altra parte.
Quando la mela era dolce, mio papà era il sindaco di Paludate, abitavamo in una bella villetta e la gente ci faceva grandi sorrisi. Ora ci guarda male, come se l’avessimo rubata noi la statua che manca al piedistallo dei Giardinetti di Nessuno.
Io cammino a testa bassa per evitare di pestare le formiche.
*
Ai Giardinetti di Nessuno chiacchiero con le mie amiche della pallavolo e con Pamela, che è bravissima a giocare a tennis. Fa i tornei anche all’estero e salta un sacco di giorni di scuola. Le maestre si arrabbiano e il papà di Pamela ogni volta spiega che sua figlia di lavoro farà la campionessa e perciò non ha bisogno di riempirsi la testa con le date di storia e i numeri di matematica. Però poi, alla fine dell’anno scolastico, quando Pamela porta a casa una brutta pagella, va a scuola a protestare con le maestre. E siccome il papà della Pam fa il vigile, le maestre hanno sempre paura di ritrovarsi dei fogliettini sotto il tergicristallo.
Io non diventerò mai una campionessa, e neanche le mie compagne, probabilmente. Giochiamo solo per divertirci, però formiamo una bella squadra perché siamo molto unite, stiamo bene insieme e, comunque, arriviamo terze o quarte in campionato. Vincono sempre le Diavoline, che sono praticamente imbattibili.
Quando la mela era dolce, io ero molto più magra, scattante e arrivavo prima sulla palla. Giocavo meglio, insomma. Adesso sono più lenta, ma in compenso quando mi butto, avendo più ciccia sulle ossa, mi faccio meno male. È come avere le ginocchiere dappertutto.
Comunque non ho bisogno di saltare tanto, perché non devo schiacciare: io sono l’alzatrice della squadra, passo la palla alle mie compagne che la buttano al di là della rete; la passo soprattutto a Sonia, che è un vero martello.
Pamela è magra e lunga come uno spaghetto e ha i capelli biondi come il grano. Sembra la Barbie. Tutti i ragazzi di Paludate vorrebbero baciarla. La Giusy dice che ci sono già riusciti, ma la Giusy ha la lingua velenosa di un serpente e gli occhi stretti dei coccodrilli.
Pamela deve continuare la storia delle sue conquiste estive. Ieri sera ci ha raccontato che al mare ha conosciuto un ragazzo americano che faceva surf, bello come un attore del cinema: abbronzato, biondo, col tatuaggio di un drago sulla schiena e gli occhi verdi. Un angelo dai capelli lunghi che volava sulle onde.
«E allora?» chiede Manu, impaziente.
«Allora gli ho detto che se proprio voleva baciarmi, doveva prima portarmi tre bottigliette di plastica piene di conchiglie» risponde Pam.
«E perché?» chiedo io.
«Perché volevo vedere quanto Brian ci teneva davvero a me.»
«Una prova d’amore?»
«Proprio così.»
«E lui?» domanda Sonia.
«Lui ha comprato tre bottigliette di acqua minerale, le ha svuotate sulla sabbia, poi si è inginocchiato a riva come un cagnolino e si è messo a cercare le conchiglie.»
«E ha riempito tre bottigliette?» chiede la Giusy.
«Fino al tappo.»
«E poi?» domanda Manu, sempre più impaziente.
«E poi l’ho baciato.»
«Con la lingua?» s’informa Betta.
«Certo. Brian ha già quindici anni.»
«Quindici anni?» ripete Manu spalancando gli occhi.
«Che gusto aveva?» chiede Sonia.
Pamela ci pensa un po’, guardando in alto e passandosi la lingua sulle labbra, come se il gusto fosse ancora lì, poi risponde: «Torrone alle mandorle.»
«Che bel nome, Brian…» sospira Betta.
Io vado matta per il torrone alle mandorle.
Tarcisio, il nonno di Alessio, e gli altri anziani parlano quasi sempre di malattie. Anche per questo, io credo, pochi si avvicinano alla loro panchina.
I ragazzi invece chiacchierano sempre di calcio, ma da qualche giorno il loro argomento di discussione è un altro: il Barbone, come lo chiama Giampi.
È spuntato di colpo a Paludate, con tre cani, tre gatti e una ventina di sacchetti di plastica che trasporta in due carrelli da supermercato. Ha una lunga barba bianca e cammina curvo come un punto di domanda, trascinando le sue scarpe da tennis blu senza stringhe. Sembra molto anziano.
Sull’occhio sinistro porta una benda nera da pirata e sui capelli grigiastri, quasi gialli, un berretto di lana blu, che magari andrà bene d’inverno, ma in questi giorni deve tenere un caldo del diavolo. C’è il rischio che il sole gli frigga la testa come un uovo. Per non parlare del cappottone nero che ha sempre sulle spalle, anche a mezzogiorno. Logico che poi puzzi così tanto.
Ma non è per l’odore che io non lo sopporto. È per tutti quei sacchetti di plastica che si porta dietro. Io li odio. Non c’è cosa al mondo che io detesti più dei sacchetti di plastica. La mia mamma lo sa e infatti, per la spesa, usa solo bustoni di carta o sportine di corda. Li odio tutti tranne uno, che ho nascosto nella pancia dell’orso Bruno. Ma questa è un’altra storia.
Il Barbone arriva ogni sera a Paludate verso le sei e si sistema sotto la vecchia pensilina dell’autobus, che ormai non passa più da quella fermata. I cani e i gatti si sdraiano attorno ai due carrelli pieni di sacchetti, come per fare la guardia, mentre lui si siede e comincia a scrivere.
Posso vedere la pensilina dalla mia finestra. Il vecchio resta lì, seduto per ore, e riempie un foglio dietro l’altro, che poi infila in un sacchetto di plastica azzurro, mentre gli altri sono bianchi. Sarei proprio curiosa di sapere che cosa scrive ogni sera.
Giampi invece si è messo in testa di scoprire che cosa contengono tutti quei misteriosi sacchetti di plastica. Un’idea ce l’ha, stupida come il suo monopattino, e ce la sta spiegando: «Per me il Barbone è un feroce assassino, ne sono certo.»
I ragazzi che erano seduti con lui si sono spostati alla nostra panchina.
«Un assassino?» chiede Manu, poca convinta.
«Perché secondo voi se ne sta tutta la sera lì, sotto la pensilina, e poi va a dormire nella piazzetta del cimitero, dove ci sono le prostitute?»
«Perché gli piace vedere le ragazze con le gonne corte…» scherza Martino e scoppiamo tutti a ridere.
Giampi è rimasto serio e risponde: «No. Perché deve seppellire la vittima che ha ucciso durante il giorno e poi ha fatto a pezzi. Un pezzo in ogni sacchetto!»
Ci guardiamo senza parlare, finché Betta esclama: «Forse hai visto un po’ troppi film dell’orrore.»
«No» risponde sicuro Giampi. «Ho visto delle macchie di sangue sul marciapiede, vicino alla pensilina. Stasera dobbiamo pedinare il vecchio e incastrarlo. Chi vuole, ci segua.»
«Al cimitero?» chiede preoccupata Sonia.
Il Barbone, preceduto dai cani e dai gatti che trascinano i carrelli come se fossero slitte, ha già lasciato la pensilina e si sta spostando lentamente verso il camposanto.
«Fantastico! Io vengo!» esclama Pamela, che monta sulla bici di Martino.
Una volta, in prima elementare, mentre eravamo al buio nella sala della tivù a vedere un documentario sui bachi da seta, Martino mi diede un bacio. Solo sulla guancia, ma, se ci penso, me lo ricordo più buono del torrone alle mandorle. Allora ero magra, la mela non aveva il verme e mio papà era il sindaco di Paludate.
Adesso Martino è uno dei tanti mosconi che ronza attorno ai capelli di grano di Pamela e quel cretino di Giampi mi chiama Palla.
«Non ci porteremo dietro anche la Palla al piede?» dice l’insopportabile, guardandomi.
L’Eco sghignazza.
Non avevo nessuna intenzione di inseguire gli odiosi sacchetti di plastica, ma dopo quello che ha detto ci andrò di sicuro. Per dargli fastidio.
È stato Martino a insegnarmi che bisogna camminare a testa bassa, per non fare del male alle formiche. Non riesco a capire come un ragazzo così sensibile, che mi ha baciato al buio, possa essere diventato il miglior amico di Giampi.
Alessio mi vede arrabbiata e con un sorriso mi invita a salire sulla sua bici. Col pugno destro batte due volte sul cuore. È il suo modo per dirmi: ti voglio bene.
Sorrido e mi do due pugni sul cuore. È il mio modo per rispondergli: anch’io.
Alessio è il mio miglior amico. È sordomuto e gioca a rugby nella squadra di Marco.
Ci mettiamo tutti in fila dietro al monopattino di Giampi che, a un certo punto, alza il braccio e ordina lo stop.
Il Barbone, i cani e i gatti sono ombre nel buio, una cinquantina di metri davanti a noi.
Giampi punta un dito sul marciapiede: macchioline rosse a forma di stella.
Da un sacchetto di plastica sta gocciolando del sangue.
2
Quel banco è mio
Mi sono alzata alle cinque di mattina per fare la pipì e ho trovato il mio fratellino Federico sveglio, in piedi, che stava frugando nel suo zaino nuovo.
«Cosa fai?» gli ho chiesto.
Mi ha mostrato la statuetta di legno che gli ha costruito nonno Stelio: «Metto dentro Super Roby. Ho paura di dimenticarlo.»
«Ma sono le cinque, Chicco…»
«Tanto non ho sonno.»
Lo capisco, poverino. Neanch’io ho chiuso occhio la notte del mio primo giorno di scuola. Con la differenza che io ero emozionata e avevo anche un po’ di paura, mentre Chicco è solo impaziente. È tutta l’estate che parla della prima elementare con una gioia che sinceramente non riesco a capire.
«Guarda che non vai a Disneyland» gli ripeto. «Dovrai restare seduto per ore e guai se ti muovi.»
«Forte!» risponde lui, con la faccia da pesce lesso che fanno i ragazzi davanti a Pamela. Si è innamorato della scuola. Boh…
Adesso è qui che si guarda nello specchio, alle sette e mezza di mattina, felice come una pasqua, mentre la mamma finisce di vestirlo. A Paludate gli scolari delle elementari indossano ancora il grembiulino nero con il fiocco azzurro.
La mamma, inginocchiata, osserva Chicco dentro lo specchio e gli chiede: ...