
- 249 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Informazioni su questo libro
Chiara ha dodici anni appena quando vede "il matto" di Assisi spogliarsi davanti al vescovo e alla città. È bella, nobile e destinata a un ottimo matrimonio, ma quel giorno la sua vita si accende del fuoco della chiamata: seguirà lo scandaloso trentenne dalle orecchie a sventola e si ritirerà dal mondo per abbracciare, nella solitudine di un'esistenza quasi carceraria, la povertà e la libertà di non possedere. In questo racconto appassionato, segnato da sogni e continue domande, emerge il ritratto vivido di una Chiara che prima è donna, poi santa.
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Informazioni
Print ISBN
9788817074674eBook ISBN
9788858671016Cara scrittrice
Sono una studentessa siciliana, di un piccolissimo paese alle falde dell’Etna chiamato Santo Pellegrino. Sta in fondo a una isola disgraziata eppure bellissima che lei conosce bene e che io amo ma di cui sento addosso i difetti come tante pulci affamate.
Mi chiamo Chiara. Questo non le dirà nulla, ma per me invece è molto, moltissimo. Su questo nome luminoso, cristallino, su questo nome che parla di trasparenze pensose, mi sto rompendo la testa. L’origine della scelta è semplice, quasi banale: mia madre è molto religiosa e ha voluto mettermi il nome di Chiara perché sono nata proprio il giorno in cui si festeggia la santa, l’11 agosto – che poi sarebbe il giorno della sua morte, perché il giorno della sua nascita non è noto come non si conosce con esattezza l’anno, il 1193 o il 1194.
Banalità delle coincidenze. Se fossi nata il giorno di santa Genoveffa la mia sciagurata madre mi avrebbe chiamato Genoveffa? Stupidità da calendario, la definirei. Il fatto è che mio padre voleva chiamarmi come sua madre, Giuseppina e a mia madre quel nome faceva vomitare, pure a me a dire la verità fa vomitare; così per non farla vomitare, si sono accordati sulla santa del giorno, le pare una cosa seria? Insomma sarei il frutto di un compromesso. Un bel frutto davvero! Io che i compromessi li ho sempre sentiti come punte di coltello sulla carne.
Sono anni che mi chiedo chi sono, perché sinceramente non lo so. Per questo ho cominciato dal mio nome, sperando che mi aiutasse a capire. Qualche mese fa ho preso il treno e sono andata ad Assisi. Mentre viaggiavo ho letto un libricino sulla santa che ho trovato nella biblioteca del mio piccolo paese. Io non ho soldi, come avrà capito: mio padre fa il geometra e ha costruito alcune orribili villette abusive su un pendio dove, quando piove, la terra tende a smottare verso valle e per questo si è anche preso una denuncia. Ma lui non è responsabile. Ha solo costruito per conto di un signore che chiamarlo signore è veramente un azzardo, ma diciamo così, un tizio che voleva risparmiare le spese di un vero architetto in quanto lo avrebbe costretto, oltre a pagare di più, anche a portare il progetto alla approvazione dell’ufficio tecnico del Comune. Cosa che non ha mai fatto. E alla fine la colpa è ricaduta sul mio povero e timido padre.
Mia madre è una semianalfabeta: una ragazza di paese che ha pensato di realizzare un affare sposando un uomo modesto e bruttino, figlio di zotici contadini, che ha imparato faticosamente a tirare le righe su un foglio, a fare quattro conti e a trattare con i mattoni e la malta. Il signore invece, colui che ci ha permesso di sopravvivere per anni – finché non hanno condannato mio padre per abusivismo facendogli pagare le multe e mandandolo in galera per quattro mesi – possedeva terreni agricoli che, con la complicità di un amico assessore, ha trasformato in terreni edilizi. Ha costruito tante villette abusive, ma poco prima che lo beccassero le ha vendute a caro prezzo e alla fine si è comprato un enorme centro commerciale. Ma ha venduto anche quello e ha trasferito le sue ricchezze in Romania dove dirige una grande fabbrica di mobili. La responsabilità dell’abuso è caduta su mio padre. Si chiama Alfio, tanto per informarla. È un buon genitore, nel senso che sopporta e tace, mi ha permesso di continuare gli studi, non picchia sua moglie come fanno altri in paese. Ha gli occhi azzurri ingenui ed è sempre triste. Insomma gli voglio bene.
La città di Assisi mi ha riempita di meraviglia: forse perché l’ho vista subito con gli occhi del libro che sto leggendo, ovvero attraverso le ricostruzioni virtuali di uno storico del Medioevo. Stradine scoscese, muli e cavalli che vanno in su e in giù, palazzetti dai portoni bullonati, casupole di legno e mattoni, chiese eleganti e gigantesche. Appena quei muli si sono messi a pestare le zampette veloci sul selciato di pietre invece mi è sembrato di entrare in un film di Pasolini. Le strade dall’acciottolato in rilievo non erano più fuori da me, ma stavano sotto i miei piedi, le torri strette e severe si alzavano davanti ai miei occhi, le case antiche dai muri massicci erano lì perché vi appoggiassi una mano e provassi il trasudare delle pietre. Quando ho sentito aprirsi una finestra sulla mia testa, istintivamente mi sono scostata, sapendo che in quelle case, anche le più ricche, non c’erano gabinetti e l’orina veniva raccolta nei vasi da notte che poi una manina di serva frettolosa rovesciava in mezzo alla strada la mattina. Ma no, c’erano le cloache, mi sono detta, ricordando un racconto di Boccaccio in cui Andreuccio da Perugia cade dentro un pozzo nero, ma non mi risulta che stessero dentro le camere da letto i buchi neri delle fogne. Stavano anche dentro le case i cessi a fogna? Mi devo informare. Ho visto perfino dei muli carichi di legname che si arrampicavano, proprio come nel mio paese, su per quelle strade impervie. Ho visto le botteghe dell’Assisi duecentesca, con gli orci in vista e le pile di tele ben piegate su se stesse.
Ma qui mi fermo perché non vorrei annoiarla. Vorrei che mi rispondesse. Lei sola mi può aiutare a capire. Io non capisco.
Con molta fiducia, Chiara Mandalà
Cara Chiara
Curiosa la sua lettera. Ma sono io che le chiedo: cosa vorrebbe da me? La sua storia la racconta con brio e intelligenza, però dove vuole condurre? Di santa Chiara non so niente. Né forse mi interessa sapere. Mi spieghi meglio. Un caro saluto, D.M.
Cara scrittrice
Sono talmente contenta della sua risposta che mi sono messa a ballare da sola. Pensavo che mi avrebbe ignorata. Le confesso – ma se impareremo a conoscerci saprà che la voglia di dire la verità mi spinge sempre a sbattere la testa contro i muri – le confesso che prima di rivolgermi a lei mi sono rivolta ad un altro scrittore chiedendo la stessa cosa. Non mi ha nemmeno risposto. E allora, dal fondo della mia memoria sono venute fuori le immagini di una Palermo dai “balati sconnessi” su cui le ruote dei carri facevano un chiasso sommesso e continuo che accompagnava la vita dei cittadini per tutta la giornata e forse anche per tutta la notte. Mi sono ricordata di Marianna Ucrìa e ho pensato che avevo sbagliato strada. La persona giusta è lei. Mi perdona se non le ho scritto subito ma solo dopo la mancata replica dell’altro noto scrittore della mia isola?
Cosa voglio da lei? Non è facile da spiegare. Comunque, glielo giuro, non voglio né essere presentata a un editore, né avere una prefazione, né essere spinta nel mondo della letteratura. Io non ho nessuna ambizione letteraria. Quello che voglio è che mi accompagni in questo viaggio dentro la memoria, alla ricerca di una donna che non c’è. Così mi vedo io: invisibile e senza nome, sebbene abbia un nome e un indirizzo e anche una famiglia per quanto disgraziata. Mi sto appassionando alla storia di Chiara di Assisi. Il perché non mi è chiaro. Vorrei che fosse lei a farmelo capire. So che più la conosco, questa mia omonima e più mi appare straordinaria. Per dirla tutta, vorrei che lei scrivesse qualcosa sulla Chiara di quell’epoca per farmi capire qualcosa della Chiara di oggi. Le chiedo troppo?
Cara Chiara
Lei è proprio una strana creatura. Mi sta tirando per la manica in una vicenda che mi interessa poco. Perché non la scrive lei la storia di santa Chiara? Sono sicura che lo farebbe benissimo. Un caro saluto
Cara scrittrice
Ho letto in una sua intervista qualcosa che mi ha colpita: lei dice che i personaggi vengono a trovarla. Bussano alla sua porta, entrano, si seggono e raccontano la propria storia. Lei offre loro un tè, qualche volta accompagnandolo con dei biscotti all’anice, sue le parole. Ascolta pazientemente la storia e poi li accompagna alla porta. Punto, finito. Se ne vanno questi personaggi con le loro storie e non li rivede più. Poi però ha aggiunto: quando un personaggio, dopo avere bevuto il tè, mangiato qualche biscotto, mi chiede anche la cena, e dopo la cena mi chiede anche un letto per dormire e la mattina dopo mi chiede la prima colazione per riprendere a raccontarmi di sé, capisco che è venuto il momento di cominciare un nuovo romanzo.
So di essere presuntuosa ma credo sinceramente di essere io in questo momento il personaggio che bussa alla sua porta e le chiede di raccontare una storia, per coinvolgerla, per indurla a scrivere di Chiara. E stia tranquilla che non mi accontento di un tè al limone e dei biscotti all’anice. Voglio anche la cena e un letto per dormire.
Cara Chiara
È vero io ho scritto quelle parole, ma lei non è il personaggio che racconta la sua storia. Mi sta proponendo la storia di un’altra persona che non è lei, che è vissuta otto secoli fa, di cui lei sa poco e io nulla. Perché non si rivolge a una studiosa? So che c’è una vasta letteratura sulla santa di Assisi che è stata vicina a Francesco, il santo protettore del nostro Paese. Sono certa che troverà qualcuno che la ascolterebbe con attenzione e generosità. Fra l’altro ora ricordo di avere letto anni fa un bellissimo libro di Chiara Frugoni che raccontava della santa in modo laico e storicistico. Perché non chiede a lei?
Cara scrittrice
La mia aspirazione le sembrerà eccessiva. La mia aspirazione vera, glielo dico con la solita sincerità, è diventare un corpo felice. Ho una voce che qualcuno ha definito callasiana. Anche per questo mi interesso a lei. So che ha conosciuto Maria Callas e vorrei tanto sentirla parlare di lei. Mio padre mi ha permesso di frequentare le scuole, ma dopo la denuncia per gli abusi, le spese per gli avvocati, e la condanna che l’ha portato in carcere per quattro mesi, non ha di che farmi studiare canto. Anche perché qui a Santo Pellegrino non ci sono che le scuole elementari e già per anni ho fatto tutti i giorni quattro ore di autobus, andata e ritorno, per frequentare il liceo. Mi alzavo alle cinque di mattina per rientrare alle sette del pomeriggio. Ho dovuto rinunciare all’università perché avrebbe significato affittare una casa in città. Per il momento mi arrangio con una cantante di opera di ottant’anni, la nonna di una mia compagna di scuola che abita qui in paese e mi dà qualche lezione. È una donna un poco svampita e molto dolce. È stata sul palcoscenico ma solo come corista, non ha mai cantato da sola. Però conosce la musica e mi aiuta a studiarla.
Cara Chiara
La capisco sempre di meno: se la sua vocazione è il canto, perché vuole che io scriva di santa Chiara? E perché mette di mezzo me che sono così lontana dai santi?
Cara scrittrice
Vedrà che la sorprenderò ancora. Sono una ragazza sorprendente. Non per bellezza, le confesso che sono priva di fascino: di statura sotto la media, ho le braccia magrissime, quasi niente petto, le gambe di un uccello, cammino malamente su questi trampoli che si usano adesso e che io mi ostino a calzare ma mi stanno proprio male, me ne rendo conto. Ho una faccia di bambina eternamente sorpresa e un poco triste. Forse è per quello che attraggo l’attenzione degli uomini, forse invece è per l’aspetto da androgina che mi trovo. Sono così magra che mi faccio tenerezza da sola. Ho una bella voce, ma un poco ingolata. Non pensi che sia vanitosa. E che abbia pretese ridicole. Dico solo la verità. Sono tanto orgogliosa della mia voce come sono vergognosa della mia piccola statura e del mio corpo da bambina. Questo me l’hanno detto anche i maestri. Sono stata a Milano alla Scala, sono arrivata terza in un concorso nazionale per voci nuove da opera. Ho qui davanti un cartiglio che dice: “Il terzo premio del concorso nazionale La Madonnina va a Chiara Mandalà per la sua voce di soprano lirico dai toni aspri e sorprendentemente potenti”. Nonostante la statura e il corpo da androgina, la mia voce piace. Ma la cosa è finita lì. Mi hanno invitata a continuare gli studi, a pagamento ovvio, e io dove li trovo i soldi?
Cara Chiara
Lei si descrive in modo strano, un poco letterario. Mi sta proponendo un racconto?
Cara scrittrice
Non sia così sospettosa. Abbia fiducia. Mi deve credere: non sono una scroccona e neanche una arrivista. Io voglio bene alla mia voce e vorrei che anche lei l’apprezzasse. Però prima di tutto io sono quella dubbiosa ragazza che guardandosi allo specchio si chiede in continuazione: ma tu chi sei? da dove salti fuori? che ci stai a fare, tu balorda, in questo mondo balordo? E, non trovando una risposta, rivolgo lo sguardo intorno stralunata.
Mi dicono gli amici che sembro un poco scema. Ma non sono scema, sono ingenua, questo sì, forse ingenuissima, ma questa ingenuità, le sembrerà strano, mi dà forza. Non avrei mai avuto il coraggio di scriverle se non fossi ingenua fino alla babberia, come si dice qui da noi.
Conosco la mia voce ma non conosco me. E penso che lei possa aiutarmi. Ad approfondire il senso di questo nome che mi sembra tanto pesante da comunicarmi un senso di responsabilità storica. Ho la strana sensazione che scoprendo chi era Chiara io possa scoprire chi sono io. Anche perché, continuando le mie letture, mi stupisco sempre di più delle affinità che ci legano, oltre il nome. Qualcosa di disperato per esempio e di lacerante che accompagna la sua vita e che, con tutte le distinzioni possibili, con tutto il rispetto per la sua santità, accompagna anche la mia di vita. Le sembra sconveniente questa mia lettura di una grande santa?
Chiara digiunava. Anch’io digiuno. Fino a questo momento ho pensato che il mio digiunare derivasse da odio verso il mio corpo. Ma perché poi si dovrebbe odiare il proprio corpo? Solo perché non corrisponde ai canoni di bellezza più comuni? Poi ho pensato, perché me l’hanno suggerito gli esperti, che digiunavo per assomigliare a quei corpicini flessuosi e farfallini che ci propone la moda. Tanto è vero, si è detto, che alcune case di moda hanno cominciato ad evitare le modelle più magre per non incoraggiare questa pratica del digiuno forzato. Ovvero la pratica del vomito procurato, diciamolo francamente. Perché qualcosa si deve pure mangiare, anche per non essere portati a braccia legate in un ospedale. Ma poi, come sanno meglio di me molte ragazze prese da questa passione, ci si chiude in bagno per rigettare. Io sono diventata bravissima. Un dito in gola e viene fuori ogni cosa, con grande speditezza. Mi piace questa parola, speditezza. Sa un poco di antico, vero? Be’, da un certo punto di vista mi sento antichissima. Sa cosa mi ha fatto smettere di rigettare tutto quello che mangiavo? Non i rimproveri di mia madre, non gli sguardi terrorizzati di mio padre, non il fatto che mi sono scomparse le mestruazioni, non il fatto che avessi cominciato a perdere i capelli, a perdere la vista, non il fatto che le gambe sono diventate come quelle di uno scheletro e mi facevo paura da sola. Ma l’odore. Ho smesso perché l’odore del vomito mi saliva nelle narici e rimaneva lì tutto il giorno come una maledizione incancellabile. A tal punto da piangere. Piangevo e vomitavo. Poi mi sciacquavo la faccia con l’acqua, ma quell’odore, cara scrittrice, non andava mai via. Era l’odore della mia anima, mi capisce? L’odore di un corpo infelice che continuava ad appartenermi nonostante l’avessi disconosciuto più volte.
Chiara digiunava. E dopo di lei hanno digiunato tante mistiche. Ho letto in un suo testo teatrale su santa Catarina da Siena che a trentatré anni, l’età della morte di Cristo, si è lasciata morire di fame. E quando le sorelle le portavano un poco di verdura, giusto per sopravvivere, lei la mandava giù, per non dare loro un dispiacere, ma poi sgusciava in giardino e, con un ramoscello di ulivo in gola, rigettava quel misero pasto che le avevano preparato con affetto. Mi chiedo come abbia fatto santa Catarina a superare il disgusto dell’odore che si incolla addosso come una seconda pelle. Comunque quello che lei ha raccontato sulla santa mi ha fatto venire in mente che forse alla fine, nel rifiuto del cibo di molte donne e ragazze c’è una richiesta di spiritualità.
Cara Chiara
Lei è davvero una strana creatura. Non capisco bene perché si rivolga me. Anche se sinceramente ha confessato di avere prima tentato con un altro scrittore che non le ha dato retta. Quindi lei, come ha fatto sua madre, si è affidata al caso: se non risponde quello scrittore, provo con un altro e poi con un altro ancora, finché la allocca di turno le risponde e lei tira le fila, è così?
Cara scrittrice
No, non è così. Anche se può sembrare che sia così. Ma non c’è bisogno che le citi Pirandello per mostrare che le cose sono molto più contraddittorie e complicate di quanto si pensi. Dietro la maschera che tutti portiamo, ce n’è un’altra, e poi un’altra ancora, come le bambole russe che si infilano l’una dentro l’altra. Io cerco una voce scrivente. Forse è un atto di presunzione folle, oltretutto la voce non coincide con la scrittura. Ma mi creda, sono sincera, sincerissima. Quello che desidero oltre ogni dubbio è trovare un interlocutore onesto. Che abbia voglia di fare un viaggio con me dentro una storia antica ma modernissima, che potrebbe aiutare me ma anche lei, ne sono sicura. Perché non proviamo?
Cara Chiara
Per il momento lei mi ha parlato soprattutto di sé. Capisco che la sua storia sia mortificante, ma io cosa posso fare? Non è che si sta nascondendo dietro santa Chiara per cercare di spingermi a scrivere su di lei, Chiara Mandalà?
Cara scrittrice
Chiara era vergine. Io sono vergine. Non perché abbia fatto un voto di castità, o per ubbidire a una legge della Chiesa, ma per inappetenza sessuale e forse per pura noia. Il sesso mi sembra sgangherato e prevedibile. L’amore un sogno irraggiungibile.
Chiara invocava il silenzio. Ed io abito nel silenzio. Non riesco a parlare con nessuno. Le voci qui rimbalzano sulle pietre nere che ha lasciato la lava scorrendo e solidificandosi, scivolano lungo le nuove strade asfaltate, ma sono voci prive di significato. Non riesco a trovare qualcuno che parli con una voce significante. Per questo mi rivolgo agli scrittori. L’ha conosciuto Vincenzo Consolo? È uno scrittore che ho molto amato, per il modo misterioso e lirico di inoltrarsi nei racconti. Mi piaceva ascoltarne la voce narrante, seguirlo nei suoi giri linguistici, nei suoi labirinti mentali, mi ero proprio innamorata. E glielo confesso, ho scritto a lui prima che a lei, ma credo che stesse già male. Sono sicura che se fosse stato bene, mi avrebbe risposto. Poco dopo ho saputo che era morto. Gli scrittori parlano? No, gli scrittori scrivono. Non è la stessa cosa. Ma la loro scrittura ha un ritmo musicale che, quando è riconoscibile, si infila nelle orecchie come un succo nutriente e quel ritmo parla alla mente.
Cara Chiara
Capisco, o tento di capire le sue ragioni. Ma non mi convincono. Cosa posso fare per lei? Non voglio catalogarla nella mia mente come un “caso pietoso”. Non mi piace. Anche se c’è qualcosa della misericordiosa in me che, di fronte ad una richiesta di aiuto, da chiunque giunga, mi porta ad allungare una mano. Ma penso che lei meriti di più.
Cara scrittrice
Vorrei solo che lei mi aiutasse a riflettere. Per esempio non le sembra strano che a diciannove anni sia ancora vergine? Le mie amiche mi considerano un caso eccentrico. Eppure a me sembra una cosa buona. Ne va del mio pudore. Una parola che sembra persa nei meandri del tempo. Cosa vuol dire pudore? Coprirsi quando le altre si scoprono? Oppure cercare un senso geloso della propria dignità? Non cedere al gioco del richiamo e del trabocchetto? Vedo le mie coetanee che si truccano, si vestono, anzi si svestono, ancheggiano, fanno la voce flautata, per trovare un ragazzo a cui strusciarsi, un ragazzo da baciare. Una compagna di scuola negli anni scorsi mi parlava continuamente di baci. Mi parlava di dolcezze infinite, di piaceri segreti e dolorosi. A me quei baci sembrano osceni. Non per moralismo, mi creda, ma perché ci vedo una ipocr...
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- Testo
- Bibliografia su Chiara di Assisi e sul Medioevo