Alla bella Surama il trono dell'Assam spetta di diritto, ma solo Sandokan e il suo amico Yanez possono restituirglielo. Con la lotta.

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Alla conquista di un impero
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La ritirata attraverso i tetti
Come Bindar aveva detto, proprio sotto la parete che reggeva l’ultimo terrazzo, s’aprivano due finestre piuttosto anguste, ma sufficienti per lasciar passare un uomo, e riparate da semplici stuoie di cocco.
Sandokan che si era riunito a Tremal-Naik, a Kammamuri ed a Surama, dopo averle osservate un momento trasse dalla fascia il kriss e con un colpo solo sventrò il grossolano tessuto, introducendo la testa attraverso lo squarcio.
– Non vi è nessuno? – chiese il bengalese.
– Sembra che le grida e le fucilate non abbiano ancora guastato il sonno agli abitanti di questa casa – rispose Sandokan. – Chi è che ha una torcia?
– Io, sahib – rispose Bindar.
– Accendila, ragazzo previdente.
– Eccola, padrone.
La Tigre della Malesia sfondò la stuoia strappandola completamente; prese la torcia, armò una pistola ed entrò in un bugigattolo ingombro solamente di vecchi mobili fuori uso.
– Che tutti mi seguano – comandò – e tenete pronte le armi.
Con una semplice spinta aprì una porta e, trovata una scala, si mise a scendere tranquillo, come se fosse stato in casa sua. Molte porte s’aprivano a destra ed a sinistra, però tutte erano chiuse e nessun rumore si udiva.
– Si direbbe che questa casa è deserta – mormorò Sandokan.
S’ingannava, poiché mentre stava per scendere il primo gradino d’uno scalone, due servi indiani, due sudra, gli si pararono dinanzi roteando minacciosamente nodosi randelli e gridando:
– Ferma!
– Sgombrate – rispose invece Sandokan puntando contro di loro la pistola. – Siamo in quaranta e tutti armati.
– Che cosa vuoi, tu? – chiese il più vecchio. – Come sei entrato qui, senza il permesso del padrone?
– Noi desideriamo solamente andarcene, senza disturbare nessuno.
– Siete ladri?
– Nessuno dei miei uomini ha toccato le cose appartenenti al tuo padrone. Orsù, metti fuori la chiave e aprici il portone. Abbiamo fretta.
– Io non posso aprire senza l’ordine del padrone.
– Ah, occorre il suo ordine? La vedremo.
Si volse verso i malesi che l’avevano raggiunto e disse loro:
– Legate ed imbavagliate questi due servi.
Non aveva ancora terminato quell’ordine, che già i malesi si erano scagliati come tigri addosso ai sudra, disarmandoli ed imbavagliandoli.
– La chiave! Se non volete che vi faccia gettare giù dalla scala – disse Sandokan con voce imperiosa. – Vi ho detto che abbiamo fretta.
I due indiani, spaventati, non osarono più rifiutarsi e porsero la chiave.
Sandokan riprese la discesa seguito da tutto il drappello e aprì non senza qualche difficoltà il portone. Nessuno pareva che si fosse accorto di quell’evasione, poiché nessun altro servo erasi mostrato.
– Eccoci finalmente liberi – disse Sandokan. – Come hai veduto, mio caro Tremal-Naik, la cosa non poteva essere più facile.
– Tu sei sempre l’uomo straordinario che la Malesia intera ha temuto ed ammirato.
– Venite tutti.
Non essendo ancora sorta l’alba, la via era deserta, sicché poterono allontanarsi indisturbati e raggiungere le viuzze d’un vicino sobborgo, che terminava sulle rive del Brahmaputra.
In lontananza il cielo era tinto di rosso. Erano i riflessi dell’incendio che divorava il palazzo di Surama.
Vedendoli, la giovane principessa non poté trattenere un lungo sospiro, che non sfuggì a Sandokan che le camminava a fianco.
– Tu rimpiangi la tua casa, è vero, amica? – disse il pirata.
– Non lo nego.
– Fra non molto ne avrai una più bella: il palazzo del rajah.
– Tu dunque speri sempre, signore?
– Non avrei lasciata la Malesia – rispose Sandokan, – se non fossi stato certo di condurre a buon fine l’impresa. Fra me, Yanez e Tremal-Naik, rovesceremo quell’ubriacone sanguinario, che regna sull’Assam; gli strapperemo la corona che egli ha conquistata con un semplice colpo di carabina. Egli ha mandato te a fare la bajadera, e noi manderemo lui a fare... il bramino od il gurus.
Intanto erano giunti sotto i folti tamarindi che ombreggiavano la riva del fiume.
Sandokan si era fermato rivolgendosi verso i servi e le donne, che si erano raggruppati dietro a lui.
– È questo il momento di lasciare la vostra padrona – disse loro. – Riceverete ognuno cinquanta rupie di regalo, che vi consegnerà domani mattina Bindar nel bungalow di passaggio. Appena avremo bisogno di voi, riprenderete il vostro servizio.
– Grazie, sahib – risposero i sudra commossi da tanta generosità.
– Disperdetevi e non dimenticatevi dell’appuntamento.
Le donne baciarono le mani di Surama, gli uomini l’orlo della veste, poi si allontanarono rapidamente prendendo varie direzioni.
– Ora a noi, Bindar – riprese Sandokan. – Posso contare sulla tua assoluta fedeltà?
– Mio padre è morto difendendo quello della principessa: ed io, che sono suo figlio, sarei ben lieto di fare altrettanto – rispose con nobiltà l’assamese. – Comanda, sahib.
– Andrai, innanzitutto, a presentare questa tratta di cinquantamila rupie al banco anglo-assamese e pagherai i servi.
– Bene, sahib: ti riporterò fedelmente la rimanenza non più tardi di domani sera.
– Non c’è premura – disse Sandokan. – Hai altro da fare qui, prima di raggiungermi nella jungla di Benar.
– Comanda, sahib.
– Tu andrai al palazzo reale e cercherai di vedere Yanez o qualcuno dei suoi uomini.
– Che cosa devo dire al sahib bianco?
– Narrargli tutto ciò che è avvenuto e dirgli dove noi ci troviamo. Se ti darà una lettera noleggerai una barca e verrai a raggiungermi nella jungla. Sii prudente e bada di non farti prendere.
– Non mi lascerò sorprendere, signore – rispose Bindar.
– Va’, bravo ragazzo: la tua fortuna è assicurata.
L’assamese baciò l’orlo della veste di Surama, poi si allontanò velocemente scomparendo sotto gli alberi.
– Alla bangle, ora – disse Sandokan. – Speriamo di trovarla ancora nel medesimo posto dove l’abbiamo lasciata.
– E facciamo presto – aggiunse Tremal-Naik. – Noi non saremo interamente sicuri finché non ci troveremo nella pagoda di Benar.
– Se lo saremo anche là.
– Dubiti?
– Eh! Chi lo sa? Il greco non mancherà di spie, mio caro Tremal-Naik, e tu sai meglio di me quanto sono astuti e soprattutto intelligenti i tuoi compatrioti.
– Questo è vero – rispose il bengalese.
– E faremo perciò bene a guardarci alle spalle. Alla bangle, amici, e andiamocene prima che il sole sorga.
Si cacciarono in mezzo agli alberi seguendo la riva che era popolata solamente di marabù, ritti e fermi sulle loro zampe, in attesa che la luce si avanzasse per recarsi a pulire le vie della città essendo quegli ingordi volatili i soli spazzini dei quartieri indù; spazzini economici, ma non meno utili di quelli umani perché tutto divorano: ossa, vegetali marci, avanzi di qualunque genere che i cani più affamati sdegnerebbero.
Le stelle cominciavano a impallidire quando il drappello giunse nel luogo dove era stata lasciata la bangle.
– Niente di nuovo? – chiese Sandokan ai due malesi che erano rimasti a guardia della barca.
– Sì: siamo spiati, Tigre della Malesia – rispose uno dei due.
– Che cos’hai notato?
– Alcuni uomini sono venuti a ronzare presso la bangle.
– Molti?
– Cinque o sei.
– Soldati del rajah?
– No, non erano guerrieri quelli.
– Sono ritornati?
– Due ore fa li abbiamo riveduti – rispose il malese.
Sandokan guardò Tremal-Naik.
– Che cosa ne dici tu? – gli chiese.
– Che la nostra presenza è stata notata: e che il rajah o il greco tenteranno di fare qualche colpo contro di noi – rispose il bengalese.
– Che vengano ad assalirci nella jungla?
– Ho proprio questo dubbio.
– Bah! Abbiamo laggiù forze sufficienti per opporre una terribile resistenza. Se vogliono seguirci lo facciano pure: saremo pronti a dar loro una tale lezione che non dimenticheranno facilmente.
Salirono sulla bangle; i malesi presero i remi e si spinsero al largo risalendo la corrente del Brahmaputra.
Sandokan, come era sua abitudine, si era collocato a prua con Tremal-Naik e Surama.
Gli occhi vigili del pirata sorvegliavano attentamente la riva, poiché, dopo quanto gli avevano riferito i due malesi lasciati a guardia della barca, un dubbio lo aveva assalito.
E infatti la bangle non aveva ancora percorso duecento metri, quando da una piccola insenatura, nascosta da giganteschi tamarindi, vide avanzarsi sul fiume una di quelle leggere barche, che gl’indiani chiamano mur-punky e che rassomigliano nelle forme alle baleniere, quantunque abbiano la prua un po’ elevata e adorna d’una grossa testa di pavone.
– Ah, furfanti! – mormorò. – Mi aspettavo questo inseguimento.
– E ci lasceremo dare la caccia da quegli uomini? – chiese Surama.
– Non siamo ancora giunti nella jungla di Benar – rispose Sandokan. – Chissà che cosa può succedere prima d’imboccare il canale che conduce nello stagno dei coccodrilli. Io spero di offrire a quei brutti sauriani una cena appetitosa, quantunque li detesti.
– Quegli uomini possono diventare un giorno miei sudditi.
– Ne avrai sempre abbastanza – rispose freddamente Sandokan. – Se io avessi risparmiati tutti i mie...
Indice dei contenuti
- Alla conquista di un impero
- Copyright
- Milord Yanez
- Il rapimento d’un ministro
- Nell’antro delle Tigri di Mompracem
- La pietra di Salagram
- L’assalto delle tigri
- Sul Brahmaputra
- Il rajah dell’Assam
- La tigre nera
- Il colpo di grazia di Yanez
- Alla corte del rajah
- Il veleno del greco
- Un terribile duello
- La scomparsa di Surama
- Sandokan alla riscossa
- L’attacco della pagoda sotterranea
- Fra le pantere e le tenebre
- La confessione del fakiro
- Il giovane indra
- La liberazione di Surama
- La ritirata attraverso i tetti
- Una caccia emozionante
- La prova dell’acqua
- Le terribili rivelazioni del greco
- La resa di Yanez
- La ritirata della Tigre della Malesia
- Fra il fuoco ed il piombo
- La carica degli jungli-kudgia
- I montanari di Sadhja
- Sul Brahmaputra
- L’assalto a Gahuati
- Alla conquista di un sogno
- Indice