Per qualche motivo mi trovo qui, di fronte a un podio e a tutte e tutti voi, a tenere una “lezione”. I miei ex mi hanno sempre accusata di darne troppe, le università di non frequentarne abbastanza – ma il mio rapporto con la parola “lezione” oggi conosce una nuova vita: la MacTaggart Lecture. Parliamoci chiaro, però. Non so ancora come funzioni qui da voi, a “casa” vostra. A differenza del mio brillante predecessore, il giornalista televisivo Jon Snow, tutta ’sta storia di “leggere a perfetti sconosciuti notizie da uno schermo” è nuova di zecca, per me. Ma sono felice, felicissima per questa opportunità, per questa tribuna da cui far sentire la mia voce e per l’urgenza con cui mi sono sentita spinta a studiare e a imparare. Sono anche molto nervosa, però. Chi non lo sarebbe? Forse, chessò, il cinque per cento delle persone? Il restante novantacinque sarebbe un fascio di nervi. Un po’ troppe, non vi pare?
Sono grata per essere stata invitata qui nelle vesti di creativa a parlare con voi – voi produttrici e produttori, voi giornalisti e giornaliste, voi che aspirate a una carriera in questo settore. E, come creativa, farò ciò che mi riesce meglio: vi racconterò una storia. Se vi va, potete cercare di rintracciare gli schemi che si ripetono.
Sono nata e cresciuta a Londra. Nel cosiddetto Square Mile, il “miglio quadrato”, a volte identificato con Tower Hamlets, a volte con la City; il miglio che ospita sia la Borsa di Londra sia la Banca d’Inghilterra.
Tra moderni grattacieli aziendali e vicoli medievali c’è un complesso di case popolari. Proprio lì, sotto gli occhi di tutti, eppure, chissà come, invisibile. È stato costruito nel 1977 con l’intento di aiutare le persone senza dimora di Londra e questa, sono orgogliosa di dirlo, è la mia casa. Persino ora qualcuno ci starà passando davanti per la centesima volta, con una valigetta in mano, senza la più pallida idea che questo gruppo di palazzine esista.
Abitavamo proprio di fronte alla Banca Reale di Scozia, il che sembrava un po’ strano e “fuori posto”. Non perché la banca fosse scozzese, ma perché era una banca.
Noi, cioè io, mia madre e mia sorella, eravamo una delle poche famiglie nere – ce n’erano sì e no quattro – che vivevano lì. Non che a qualcuno importasse un accidenti, pensavo, finché non ci lasciarono un mucchio di merda davanti alla porta. Mia madre ripulì tutto in silenzio. Quando però trovammo una seconda busta piena di escrementi nella cassetta delle lettere, sentii – in quanto precoce ficcanaso – di non avere altra scelta che prendere il toro per le corna nelle mie mani di settenne. Gironzolavo per il caseggiato, mi dondolavo sulle altalene, animata da un disperato bisogno di trasparenza, chiedendomi: “Chi…? Chi sono i nemici della mia famiglia?”.
Immaginai che fosse opera di Sam, così la chiamavo «lurido verme schifoso», e Sam rispondeva con «sporca negra». Facevamo a botte. Era solo il nostro modo di esprimere diffidenza e paura verso chi era visivamente e culturalmente diverso da noi.
Era solo il nostro modo
di esprimere diffidenza
e paura verso
chi era visivamente
e culturalmente diverso
da noi.
Ma ci divertivamo pure. Era la stessa Sam che, tra una zuffa e l’altra, veniva a casa mia a giocare al Nintendo; e mia mamma ci preparava gli scones.
Il portento della mia palazzina era Willy. Nei giorni più belli si sporgeva dalla finestra e faceva piovere caramelline gommose halal: nell’istante in cui toccavano terra, tutti i bambini – di qualsiasi fede o colore – si precipitavano dal campo giochi, azzuffandosi per cercare a tentoni un dolcetto.
Queste caramelle non avevano incarto o altro; le nostre papille gustative erano ben consapevoli dei granelli di marciapiede che ci finivano in mezzo, ma non importava. Il punto era che tu, quel giorno, ti eri accaparrata un dolcetto e qualcun altro no. Stai masticando? «È fantastico.» Fantastico.
Non lontano dallo Square Mile c’è un teatro dove si può dire sia iniziato il mio percorso verso la tv. Mia madre, un’immigrata single che lavorava sodo, era studentessa di scienze sociali e sanitarie cinque giorni su sette e donna delle pulizie nei weekend. Trovò un teatro che accettava i figli di famiglie a basso reddito nei suoi laboratori giovanili – completamente gratis. “Gratis” costava meno di una baby sitter, così a otto anni entrai a far parte del Bridewell Youth Theatre. Ero l’unica bambina nera.
L’adoravo; provavamo dalla mattina all’ora di pranzo, e a volte comparivamo persino tutti insieme nelle rappresentazioni principali della compagnia. Non sapevo di che parlassero quegli spettacoli, né m’importava, ma quando finivano piangevo per settimane, perché significava dire addio a un gruppo che aveva appena iniziato a sentirsi una famiglia.
Più tardi cominciai a frequentare una scuola secondaria femminile nel mio distretto, e nuove alleanze rimpiazzarono quelle perdute. Una banda di dieci disadattate, perlopiù originarie dell’Africa e dei Caraibi. Non dimenticherò mai la nostra prima lezione di informatica: mentre fingevamo di ascoltare la prof che blaterava senza sosta di modem e cd-rom, di colpo ci fu uno schianto di vetri da quella che una volta era una finestra, e pochi secondi dopo la testa di una ragazzina finì di sfondarla sbucando nell’aula. Ancora più inquietante fu il rumore che seguì tra i banchi: uno scroscio di risate.
A undici anni imparammo in fretta le regole del gioco: dalle nove alle tre, ridere o essere derise. E dopo le tre? Tornare a casa, andare in camera e piangere – nel mio caso dopo essermi messa l’apparecchio baffo.
La nostra era una scuola cattolica in cui la prostituzione delle studentesse non costituiva uno shock, ma un formidabile bocconcino di pettegolezzo da divulgare in lungo e in largo. Una scuola che, nei weekend, poteva offrire l’eccezionale spettacolo di un insegnante riverso su un marciapiede di un mercato dell’East End, in preda a sintomi di paralisi alcolica; e come accade con le stelle cadenti, riuscire almeno a intravederlo era una grande fortuna.
Erano gli anni Duemila. Eravamo la generazione dei dodicenni con i Nokia 3310. La rete di One2One ogni tanto andava in tilt e capitava di avere chiamate gratis. Esatto, chiamate gratis! Tra le nostre comunità le notizie volavano come falchi e quali nuove viaggiavano sulle ali di questi falchi diretti a est? Le più importanti, altroché: Janette si ciucciava la tetta sinistra; Clare aveva fatto sesso con Bola in fondo all’autobus; Martina vendeva bagel da un sacchetto della spazzatura, 20 pence l’uno – 25 se ci volevi anche il ketchup.
Intorno al 2002, però, la nostra percezione dell’informatica stava prendendo una piega diversa. Non era più una noiosissima perdita di tempo, ma un campo di addestramento per l’arma più potente di cui una tredicenne potesse disporre: la creazione di blog anonimi. Quale metodo più rapido ed economico per divulgare, compromettere e distruggere? Era l’alba di una nuova era: un pugnale più affilato, un fucile con silenziatore e un’infinità di proiettili a disposizione, il cui cecchino restava nell’ombra; un boccone prelibato, finché non mi ritrovai dal lato sbagliato del mirino, vedendomi descritta come «la noce di cocco coi labbroni a pesce che ha sbocchinato tre volte l’altra settimana».
Noce di cocco: un insulto usato per descrivere una persona che è nera fuori ma bianca dentro, proprio come una noce di cocco. O, se preferite, pensate a una ragazza nera, la prima nella storia della scuola, che entri a far parte del gruppo di danza irlandese – io, in altre parole: mi esibivo al centro della fila, e spaccavo, altroché.
Ma i bocchini? Ero indignata. L’unico bocchino che conoscevo era quello del clarinetto. Ed era da un po’ che venivo bullizzata per le mie labbra. Ogni volta che affinavo in solitudine le mie abilità clarinettistiche nell’aula di musica, alcune ragazze più grandi entravano e bloccavano la porta. Mi insultavano per le labbra – e quant’erano grosse, e quant’erano brutte –, lasciandomi in pace solo quando vedevano spuntare le lacrime. Inutile dire che… avevo alle spalle un pesante fardello che mi spinse a… creare il mio primo blog.
Benché questi siti fossero anonimi, decisi di sacrificare la mia segretezza citando gli originalissimi insulti di cui ero stata bersaglio. Replicavo sferrando attacchi su attacchi, non a quelle ragazze ma ai loro ideali. «Sono una nerd, mbe’?»; «Le mie scarpe da ginnastica non sono firmate, mbe’?»; «Mi piace la stepdance irlandese, mbe’?» La buttavo sul ridere. Mi prendevo in giro. Ma facevo anche sapere al mondo che non me ne fregava un cazzo. Un giorno, durante la lezione di scienze, la Regina si sedette accanto a me. Era considerata da tutte noi una vera regina; proprio come Claire Foy.a Amabile, gentile, riconoscibile dalla risata impudente e argentina. Non le avevo mai rivolto la parola – mai osato tanto. Provavo solo l’intrinseco desiderio di portarle rispetto e mantenere le distanze. Ma lei si sedette lì, mi guardò negli occhi e mi bisbigliò che era incinta, e me lo diceva in anticipo perché la tenessi fuori dal blog. Mi lasciò posare la mano sul pancione; il primo che abbia mai toccato, quello di una quattordicenne; una bambina che stava per avere un bambino. I blog erano crudeli, impietosi; i post stampati giravano per le classi, e ridacchiavamo di quelle gogne pubbliche – risate simili a grugniti, guastate ogni tanto dal dolore e dalle ossessioni che giungevano fino a noi. Rispettavo quella ragazza più di chiunque altro avessi mai conosciuto, ma anche se così non fosse stato, anche se l’avessi odiata, non avevo alcun desiderio di rendere pubblica quell’informazione. P...