Certe connessioni vanno
spente sul nascere
Stasera mi sono concessa addirittura il Monkey, un locale normalissimo dove i ragazzi vanno a trascorrere qualche ora. Mi sono perfino truccata e il tutto dopo aver parlato con mia madre, che si impegna in maniera doviziosa nel ricordarmi che la nostra vita è una merda.
Per colpa di Anais, ci abbiamo messo più del solito a uscire di casa, perché anche se la mia amica fatica ad ammetterlo, il fatto che ci sarà anche Desmond, il ragazzo di cui è ancora innamorata, l’ha fatta impegnare più del dovuto nel rendersi fantastica.
In tutta franchezza, la loro storia è un disastro e non so come si evolverà, ma vedere una scintilla di entusiasmo negli occhi della mia migliore amica, dopo un periodo buio fatto di musi lunghi e lacrime, mi fa rivalutare la mia idea sull’amore. A quanto pare, in qualsiasi maniera si manifesti, si ingarbugli o faccia soffrire, fa sentire vivo chi lo prova… Ma questo non vuol dire che io sia pronta a farmi ammaliare da qualsivoglia concetto romantico.
Appena entriamo al Monkey, capiamo subito che non sarà facile sedersi; il locale è stracolmo, ma Braden, il ragazzo di Faith – e fratello di Desmond –, fa gli occhi dolci alla cameriera e rimedia subito un tavolo.
Io me la rido, Faith un po’ meno. Tuttavia, la mia amica cerca di nascondere la sua gelosia e finalmente ci accomodiamo. Il problema è che la tipa di poco fa, che viene a controllare i nostri documenti, continua a sbattere i suoi occhioni mentre appunta l’ordine che le detta Brad, e non si accorge che Faith si è avvinghiata al suo ragazzo per marcare il territorio. La cosa poi comincia a farsi davvero interessante quando si azzarda addirittura a fargli l’occhiolino, così mi godo la scenetta di una Faith Montgomery, ora molto incazzata, che sfoggia l’occhiataccia peggiore di cui è capace. Uno spettacolo esilarante, se posso dirlo. La mia amica è la dolcezza in persona e non le riesce granché bene la parte della dura.
«Ma siete pazzi?» scatta Anais, e capisco subito qual è il motivo del suo disappunto: abbiamo ordinato parecchia birra.
«L’idea è di bere fino a sfinirci, suor Ana» la prendo in giro bonariamente e gli altri scoppiano a ridere. Alla combriccola si è unito Aaron, un compagno di corso di Anais che sembra molto interessato a lei. Vorrei dirgli che è tempo perso e metterlo in guardia perché mi fa tenerezza, ma non sono fatti miei e nella vita ognuno è libero di prendersi le batoste che vuole.
Quando arriva il primo fusto di birra, Aaron comincia a riempire i nostri boccali e Anais sembra arrendersi all’idea che non dovrà scolarsi certo tutta la birra da sola. Dal canto mio, quando posso evito perfino di avvicinarmi a un drink, ma per i ragazzi americani l’alcol è coraggio liquido, un mezzo per socializzare e divertirsi. Così, ogni tanto, bevo per sentirmi normale. Ogni tanto, lo faccio ed esagero, solo per vedere quanto reggo o fino a dove posso spingermi prima di trasformarmi in qualcun altro. E, nel caso, vedere che versione verrebbe fuori di me. Ma non mi sono mai avventurata fino al punto di non ritorno. Ho io il controllo, e finché ci riesco mi va bene trovarmi di fronte un fusto di birra da cinque litri.
La serata cambia nel momento in cui fa il suo ingresso il trio più degno di nota della squadra di football del campus: Desmond Ward, Liam Thompson e Ian Sherman. Un concentrato di muscoli, sfrontata bellezza e talento, condito da una buona dose di spavalderia, che è la cosa che mi fa incazzare più di tutto.
I palloni gonfiati non mi piacciono, per questo, quando si libera il tavolo accanto al nostro e Braden fa cenno al gruppetto di avvicinarsi, vorrei saltargli alla gola. Sapevo già che ci sarebbe stato Desmond, ma non avevo messo in conto Liam e Ian, né tantomeno quella specie di nuvola variopinta che si è portato dietro Des. Violet. Mi pare si chiami così.
Quando iniziano a giocare a biliardo, ho il sospetto che non finirà bene. Brad fa coppia con Ana e Des con Violet, e la tensione fa praticamente vibrare il tavolo verde.
Prendo un’altra sorsata di birra e la finisco, poi poso il boccale davanti a me e spulcio il telefono. Non ho nessuna chiamata da parte di mia madre e sospiro sollevata. È incredibile. Non sono io l’adulta, qui, ho solo ventun anni, eppure mi comporto meglio di lei.
Sospiro di nuovo.
«Ehi, bellezza, ti vedo pensierosa o sbaglio?»
La mia testa scatta di lato, su Liam Thompson che mi sta parlando a un soffio dal viso e per poco non gli sputo addosso la birra che ho appena bevuto.
Ehi, bellezza? Sul serio?
Ha dei lineamenti che lasciano senza fiato, devo ammetterlo. E sembra scolpito nel marmo, da quanto è imponente; inoltre, ha un sorriso contagioso a cui però mi sforzo di restare immune perché il suo approccio proprio non mi piace.
«E a te cosa importa?» rispondo di rimando, e lui fa spallucce, allungandosi un po’ sulla panchina di pelle.
«Ti viene così difficile fare un po’ di conversazione?»
Lo imito e faccio spallucce anch’io. «Non credo che le tue conversazioni possano non avere un secondo fine, Thompson.»
Non lo conosco bene e probabilmente questa è una cosa ingiusta da dire. Ho sempre odiato i pregiudizi, ma questo ragazzo incarna tutto ciò da cui dovrebbe stare lontana una ragazza come me e non ho intenzione di incitarlo.
«Ti stupirebbe scoprire il contrario» ribatte, squadrandomi per bene. Indugia con lo sguardo sul mio seno, il che mi fa sfuggire un verso di indignazione.
«Che c’è?» mi chiede allargando le braccia. «Ce li ho gli occhi e tu sei un gran bel vedere, ma questo non significa che non possa essere interessato solo a conoscerti.»
«Indosso jeans neri, un top tutto sommato castigato, sempre nero, e un giubbotto… nero» gli faccio notare l’ovvio. «Non porto i tacchi. Non mi piace granché truccarmi, cosa che mi fa sentire a disagio stasera che l’ho fatto, e ho una grande considerazione per le scarpe da tennis e gli anfibi.»
Liam mi guarda confuso. «Quindi?»
«Quindi vedo le ragazze con cui stai e non capisco perché ti sia avvicinato a me stasera. Cos’è? Hai una scommessa in corso?» Guardo Sherman, il suo amico, che però non ci presta particolare attenzione; sta chiacchierando con un gruppetto di ragazzi che li ha raggiunti nel frattempo. Un’altra parte dei Bruins, a quanto sembra.
«Cristo! Questo sì che è un film mentale di tutto rispetto.»
«Analizzare lucidamente le situazioni lo chiami farsi film mentali?»
«Sì, piccola. Volevo solo conoscerti meglio.»
«Io ti conosco già. Sei Liam Thompson e sei il capitano dei Bruins, una specie di dio dentro e fuori dal campo. E io sono Breanna Stevens e sono atea.» Vomito parole al solo fine di stordirlo e conto sul fatto che possa essere così tonto – e con l’ego talmente pompato – che preferirà passare oltre. Tipo a quel gruppo di ragazzine che lo guardano già in visibilio. Ma Thompson non molla e decisamente non è stupido.
«Siamo partiti con il piede sbagliato. Almeno credo…» Aggrotta le sopracciglia, poi allunga la mano verso di me. «Ripartiamo da zero?»
Mi fa quasi tenerezza questo tentativo di cambiare approccio e sbuffo sonoramente. Wow! Sto per essere carina con un ragazzo.
«Senti, davvero, non ho nulla contro di te, ma al momento non sono in vena di stringere nuove amicizie.»
«Okay… credo» ripete, ritirando la mano, e quell’aria perplessa che gli vedo stampata in faccia mi diverte al punto che continuo.
«Se posso darti un consiglio, però, evita di affibbiarmi stupidi nomignoli. Li odio.»
«Mi hai appena detto che non sei interessata a conoscermi.»
Butto un’occhiata verso il biliardo, dove Desmond e Anais stanno disputando una specie di guerra a chi cederà e bacerà per primo l’altro, e alzo gli occhi al cielo.
«Ho paura che da qui in avanti saremo costretti a vederci spesso. Tanto vale rendere la cosa accettabile.»
Ed è qui che, come se avessi appena fatto una battuta esilarante, Liam Thompson scoppia a ridere.
«Accidenti!» esclama, asciugandosi gli occhi. «Sei proprio un bel tipo.»
Sì, be’, lo so. Presumo che in quanto ad arroganza possiamo giocarcela alla pari.
«Non so a cosa tu ti riferisca.» Faccio finta di non aver capito e lui scuote la testa con il sorriso che ancora gli tira le labbra da parte a parte e gli fa spuntare due fossette sulle guance.
«Sai che c’è?» mi chiede.
Alzo un sopracciglio e lui fa schioccare la lingua. «Che pure io non ci ho capito niente.»
Sto per ribattere che non c’è nulla da capire, che sono stata abbastanza chiara e che se mi trova divertente – o se la situazione lo ha divertito – ha qualche cosa che non va, ma esplode il dramma.
Desmond, che fino a un attimo fa stava avvinghiato ad Ana, chiama al suo fianco Violet che accorre immediatamente. Non mi sfugge il lampo di ostilità che brilla negli occhi di Des, né come questo faccia accartocciare le spalle della mia migliore amica.
Scatto in piedi.
Quello stupido di Aaron le si avvicina prima di me, come se potesse vantare una confidenza tale, e mi affretto ad afferrare la mano di Anais, che sta per scoppiare in lacrime.
Ana è come in trance e io scocco a Des l’occhiata più tagliente di cui sono capace. «Togliti dalle palle, Ward.» Ma a queste parole Anais si divincola e scappa dal locale.
La seguo subito. Ha un passo veloce ma una volta fuori si ferma. Fissa il cielo e ingoia le lacrime.
«Ana…»
«Per favore, Bre. Ho bisogno di stare da sola. Ti prego…» Mi guarda supplichevole e nel frattempo arriva anche Faith.
«Voglio solo andare a casa» continua lei.
«Veniamo con te.»
«Breanna» mi ammonisce Ana. «Ho bisogno di fare una doccia e ...