Un piccolo paese in mezzo al grano
Non era nemmeno un paese, soltanto un gruppo di casupole circondato da una distesa di terra pianeggiante, coltivata a grano. Pianeggiante ma non piatta, ondulata da movimenti dolci. Bastava un po’ di vento e il grano si piegava e si rialzava morbido, componendo forme e disegni. Era lo stesso movimento del mare, di cui aveva l’intensità e la potenza, un’immensità senza azzurro e senza tempo se non quello delle stagioni: il verde tenero annunciava la primavera, poi le spighe imbiondivano e si curvavano sotto il peso dei chicchi in una promessa di abbondanza. Dopo la mietitura, le restucce bruciate e il sole spietato dell’estate rendevano la terra grigiastra. Sembrava impossibile che la marea bionda si alzasse nuovamente, ma poi l’aratro tracciava nuovi solchi, si seminava, la terra tornava marrone e poi nera. Come per miracolo, in febbraio la natura si risvegliava.
Era giugno. In mezzo alle onde di spighe che attendevano di essere mietute c’era un grumo di vita: pochi, grandi alberi, neri per il contrasto con il giallo accecante del grano e del sole. Alla loro ombra si fermavano i contadini sudati per mangiare pane e cacio – chi lo aveva – o pane e pomodoro. Stavano in piccoli gruppi silenziosi, scambiando di tanto in tanto una parola, un suono roco, le falci abbandonate per terra. Poi abbassavano il cappello sul viso per un breve riposo, cullati dal canto delle cicale.
Il mare di grano era chiuso tra alture coperte di vigneti: nella luce tremolante per la calura si vedevano in lontananza strisce regolari, di luce e di foglie verde scuro, come disposte da una mano gigante per offrire ai grappoli la migliore esposizione al sole. Ancora più in alto, pascoli e zone brulle, incolte, grigie di pietra, punteggiate di capre e pecore bianche. Era un panorama silenzioso: il rumore del vento e il fruscio delle spighe erano spezzati soltanto dal belato lontano delle pecore e delle capre o da qualche grido di contadini e pastori che si salutavano.
Anche il paese era del colore della terra e della pietra. Le linee geometriche dei muri di tufo e dei tetti marcavano con ombre scure il margine del giallo del grano. Una strada sterrata tagliava i campi, un lunghissimo nastro bianco di cui non si vedeva né l’inizio né la fine: curvava seguendo i movimenti delle alture, attraversava la campagna e poi il paese e gli altri paesi più lontani fino alla città sul mare. In quegli anni ci volevano più di tre ore per raggiungerla col carretto, molti abitanti del paese non ci erano mai stati. Moltissimi non avevano mai visto il mare.
Al centro del paese, le case dei notabili facevano corona intorno allo slargo di terra battuta che chiamavano piazza. Era il luogo di molti, ma soprattutto dei vecchi, che vi trascinavano le loro sedie fin dal mattino, e rimanevano silenziosi fino a quando qualcuno tirava fuori un mazzo di carte, con una cassetta rovesciata a fare da tavolino. Allora si rianimavano e cominciava la partita.
Da dietro la persiana aperta a metà di una piccola mescita, arrivavano bottiglia e bicchieri, e il vino scioglieva le lingue: la pioggia che non cadeva, le ossa che facevano male, i bei tempi passati. Quando le capre passavano dalla piazza insieme al pastore, si levavano sonori “usssccc” e “arrrrr” per tenere lontani gli animali scampanellanti. Chiacchierone, il pastore raccoglieva notizie e le diffondeva come un giornale ambulante. Si fermava appoggiato al bastone e, dopo essersi informato su cosa era successo in paese, raccontava le novità di quelli vicini, della campagna, dei contadini, dei gabellotti; parlava dei suoi animali, che figliavano, che facevano buon latte o che erano ammalati. Le novità non erano mai davvero novità, ma i vecchi erano contenti di sentirle: era come se la voce del pastore portasse nel paese il mondo di fuori e al tempo stesso ve lo proiettasse dentro, non si sentivano più isolati ma parte di quella grande comunità che era la campagna.
Su un lato in ombra della piazza c’era la fontana, una vasca di pietra coperta di muschio, con un cannello dal quale l’acqua fredda sgorgava chioccolando. Le donne andavano a prenderla con bummuli di coccio. Si fermavano appoggiate al bordo della vasca, le ampie gonne scure le proteggevano dall’umidità, e parlavano: scoppiettio di risate, piccoli gesti per dare forza a una parola o aggiustare lo scialle o riprendere ciocche di capelli sfuggite alle forcine. Poi tornavano a casa con il bummulo appoggiato su un fianco.
I vecchi guardavano le donne, le salutavano, scambiavano una battuta, una parola. A volte invece erano troppo impegnati nel gioco e neanche alzavano la testa.
I notabili del paese attraversavano la piazza col passo svelto di chi ha da fare: il dottore, il maresciallo dei carabinieri, il parroco. Salutavano con un rapido cenno, ma i vecchi avevano sempre qualcosa da chiedere – un rimedio per un malanno o un consiglio –, allora si fermavano per due chiacchiere e poi proseguivano.
La chiesa era l’edificio più imponente: pochi gradini conducevano alla larga facciata chiara, spoglia, e al portone che veniva aperto per intero solo la domenica.
Le case dei notabili avevano uno o due piani, balconi arricciolati in ferro battuto su mensoloni di pietra e persiane verdi. Tra queste, la villa del conte. La chiamavano così perché dietro c’era un piccolo giardino, quasi un’aiuola con qualche albero al centro di un cortile, ma non era una villa, era un palazzetto con un portoncino incorniciato da un bordo di pietra appena sbozzato. Il batacchio di ottone a forma di testa di leone riluceva sulle modanature del legno.
Il conte non c’era più, era morto durante la Prima guerra mondiale.
I vecchi avevano nostalgia del conte, ricordavano quando veniva in paese.
«Scendeva sempre a salutarci.»
«Era bravo con la campagna, non si faceva fregare dai gabellotti.»
«Morire così giovane...»
«Neppure da eroe! Morto in guerra, ma di malattia...»
«Povera contessa, sola con la sua bambina.»
«E con la salute rovinata.»
La contessa non abitava in paese, vi trascorreva però i mesi estivi, il periodo di Natale e altre feste. Quando arrivava con la bambina faceva mettere davanti al portone un grande zerbino rosso, così tutti capivano che era lì.
Le conversazioni ruotavano intorno agli abitanti più in vista.
Del dottor Lucio Alabiso tutti pensavano che fosse buono e avevano fiducia in lui. I suoi modi erano dolci, parlava a voce bassa, era giovane ma sembrava già vecchio, così grasso e pallido, sempre infagottato in ampie redingote a quadri. L’aspetto fisico contrastava con la sua origine contadina. «Si è raffinato in città, quando studiava» diceva qualcuno con l’aria di chi la sa lunga.
«È uno come noi, ci capisce.»
«Ha sofferto la fame, e se lo ricorda.»
Andava d’accordo con tutti, per ogni bambino aveva una carezza, per ogni problema una soluzione.
«Che soddisfazione per Gaspare, un figlio dottore.»
«E che fatica ha fatto, il ragazzo.»
«Se penso da dove viene...»
«Non avevano neanche da mangiare e dormivano con gli animali.»
«E ora è medico, qui. Così giovane.»
«Con la sua bella insegna lucida, DOTTOR LUCIO ALABISO» diceva uno disegnandola nell’aria con le mani.
«Deve ringraziare il conte che l’ha aiutato a studiare.»
«Ora cura la contessa.»
«Ma che curare! La contessa è solo troppo grassa...»
Il pastore ascoltava, ascoltava, ascoltava, si guardava intorno, esplorava il piccolo mondo del potere, e poi portava le notizie negli altri paesi.
Aggrumate dietro le case della piazza e affacciate sulla campagna, c’erano casupole per gli uomini e stalle per gli animali. Vi si arrivava attraverso vicoli stretti e vi abitavano i braccianti che coltivavano la terra a giornata. Li si vedeva uscire la mattina presto, andavano in piazza sperando di poter lavorare. Se i gabellotti li prendevano, la sera la famiglia mangiava, altrimenti restava digiuna.
«La miseria l’ha portata la guerra» dicevano i vecchi.
«Contadini, operai, scioperano tutti... e hanno ragione.»
«La fame diventa politica.»
«Chi vuole la rivoluzione come in Russia e chi non vuole cambiare niente.»
«Quelli che vogliono la rivoluzione stanno vincendo.»
«I potenti si difendono, anche con l’esercito!»
«L’esercito contro i contadini affamati!»
«Affamati ma ignoranti.»
«Sì, ignoranti, però non ne possono più.»
«E il governo che fa?»
«Niente! Accordi, alleanze... per non scontentare chi comanda davvero.»
«E anche violenza!»
«Mascalzoni!»
I vecchi della piazza, per capire, si rivolgevano a chi ne sapeva più di loro, a chi portava le notizie dalla città, a chi leggeva i giornali: il dottor Alabiso, il parroco, il maresciallo... Anche i gabellotti a volte partecipavano a queste discussioni. I proprietari delle campagne, invece, non si vedevano mai: stavano in città. I gabellotti avevano i poderi in affitto, erano loro – nuovi benestanti – a formare la classe borghese agricola, ci tenevano molto a questa scalata sociale ed economica, erano tracotanti.
«Ci siamo noi, cosa vogliono questi zotici?»
«Vogliono scavalcarci, è evidente, vogliono diventare come noi.»
«L’assegnazione delle terre? E a che titolo?»
«Le terre a gabella! Con quale forza, con quale capacità?»
Il loro potere era la mediazione tra contadini e padroni, nelle loro mani passavano le transazioni economiche, i prestiti, la disciplina del lavoro nelle campagne.
«Dobbiamo organizzare le ronde dei campieri.»
«E dobbiamo farlo subito, prima del raccolto.»
«Altrimenti ci saranno furti e danni.»
«Per non parlare degli incendi! Bruceranno tutto, se non ci organizziamo.»
Il parroco era l’unico a difendere i contadini, conosceva la vita grama delle casupole. Ma un conto era parlare, un altro agire: le sue parole di pace non erano sufficienti ad arginare il disprezzo per i braccianti, né la preoccupazione per le agitazioni. Tutto finiva in borbottii, mancavano le idee, i progetti.
Una figura sottile si stagliò in fondo alla piazza inondata di luce. Una donna alta e magra si avvicinava con falcate lunghe ma prudenti, schiena dritta e spalle indietro, i riccioli bruni che sfuggivano alla crocchia severa. Per il contrasto con la luce sembrava vestita di nero, sugli abiti del colore bruno della povertà spiccava il grembiule bianco di bucato.
Stringeva al petto un fagottino con un neonato. Era così piccolo che si indovinava a malapena, ma il dondolio d’amore delle braccia, il capo chino, lo sguardo attento e concentrato e la melodia dolce e sussurrata non lasciavano dubbi.
I vecchi la guardavano avvicinarsi e scuotevano la testa.
«C’è Caterina, con la nuova bambina.»
«Cerca Cosimo...»
«Povera donna, con quel marito.»
«Cosimo è buono.»
«Sì, ma è debole, tutto il peso della famiglia è su di lei.»
«Già. Quattro figli da sfamare e ora questa neonata... dicono che è viva per miracolo.»
«Un altro po’ e nasceva in piazza!»
«Oppure mentre sua madre lavorava.»
«Cosimo avrebbe dovuto aiutarla.»
«Trentacinque anni ha, Caterina...»
Un nugolo di mocciosi scalzi e sporchi, che rincorrevano felici una palla di stracci, gridavano, ridevano, agitavano braccia e gambe. Quando videro avvicinarsi Caterina si bloccarono. «Andiamo a vedere la bambina nuova!» E si avvicinarono con prudenza, trattenuti dai due ragazzini più grandi: «Non svegliate la nostra sorellina!».
«Vogliamo vederla...»
«Com’è piccola...»
«Fate silenzio!»
«Caterina, canta anche per noi.»
Si avvicinò una ragazzina. I capelli arruffati, le ginocchia sbucciate, dicevano che fino a poco prima aveva corso insieme ai maschi, ma ora stringeva al petto una bambola, sporca e stracciata come lei, e la cullava imitando i movimenti di Caterina.
«Cantaci quella canzone del bambinello che nasce senza un capello...»
«...e ha qualche pelo che luccica come oro.»
Caterina accarezzò la testa dei più grandi, i più piccoli le si aggrapparono alla gonna.
È una ninnananna di Natale, pensava, e poi, rivolta al fagottino che teneva al petto: «Ma tu sei come il Bambino Gesù», e prese a cantare piano.
«Anche lei ha qualche pelo che luccica come oro» disse la ragazzina che cullava la bambola.
Caterina si avviò verso la chiesa, seguita dal suo corteo di colpo silenzioso. I bambini più grandi recuperarono la palla e poi sedettero sui gradini. «Fai la ninna, fai la nanna...» Cantavano il ritornello e oscillavano come se tutti insieme stessero cullando la neonata.
Caterina intanto si guardava intorno. Chissà se quella mattina Cosimo era stato preso a lavorare o era rimasto in giro. Non lo vide.
Tenerezza cocciuta e ribelle
«Sei viva per miracolo, sei predestinata, sei nata per fare qualcosa ...