Corpi minori
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Corpi minori

  1. 324 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Corpi minori

Informazioni su questo libro

I corpi minori sono corpi celesti di dimensioni ridotte: asteroidi, meteore, comete, ma in questo romanzo "minori" sono tutti i corpi osservati sotto la lente del desiderio. Desiderio che fa gravitare i personaggi attorno ai sogni e alle ambizioni di una vita, o solo di una stagione. Come accade al protagonista, che all'inizio della storia ha vent'anni, più di un talento ma poca perseveranza. Di una cosa però è sicuro, vuole andarsene da Rozzano, percorrere in senso inverso i tre chilometri e mezzo di via dei Missaglia, lasciarsi alle spalle l'insignificanza e la marginalità e appartenere per sempre alla città, dove spera di trovare anche l'amore, che sin dall'adolescenza insegue senza fortuna, invaghendosi di ragazzi tanto belli quanto sfuggenti.

In una Milano ibrida e violenta, grottesca e straripante - che sembra tradire le promesse di quiete e liberazione immaginate da lontano -, il protagonista dovrà fare i conti con le derive del desiderio, provando a capire quale sia il suo posto nell'ordine geografico ed emotivo di questi anni irradiati di cortocircuiti tra reale e virtuale, tra immagine ed esperienza incarnata.

Quando inizia una relazione con un ragazzo più giovane di lui e bellissimo, si sente finalmente dentro il cono di luce dorata della felicità: ama, ed è corrisposto. Eppure non basta trovarsi nel luogo che si è sempre sognato, non basta l'amore. Si è inchiodati a se stessi, in carne e ossessioni: per riuscire a occupare il proprio posto nel mondo non si può ignorarlo.

Partendo da una attitudine rigorosa, analitica, fenomenologica nei confronti del reale, Bazzi trova sintesi espressive illuminanti e restituisce tutta la potenzialità estetica latente in ogni nostro gesto e manifestazione, disegnando un percorso di formazione ricchissimo e ultracontemporaneo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804737223
eBook ISBN
9788835715214

PARTE PRIMA

I wanna be a part of B.A.
Buenos Aires, big apple
ANDREW LLOYD WEBBER, Eva Beware of the City

Via Volvinio

Attento quando vai in centro.
Statt’ accort’.
Stai sempre in mezzo alla gente, mi raccomando non dare confidenza a nessuno.
2007, terza settimana di giugno, quasi al tramonto, una di quelle poche giornate all’anno, le mie preferite, in cui non fa né caldo né freddo, l’aria sottile, come se non ci fosse. Ho appena compiuto ventun anni e da una decina di minuti aspetto il 15 alla fermata di via Volvinio, poco prima di piazzale Agrippa, quartiere Stadera.
T-shirt gialla, pantaloni corti, la testa ai programmi per la serata, e non solo. Settimana prossima andrò al mare con Melissa e Ismene, è deciso, chissà quanti soldi riesco a portarmi. A questo penso mentre aspetto il tram che ho preso tutti i giorni per anni, cinque, sei, per andare al liceo, da Rozzano a Milano e viceversa, passando lungo i tre chilometri e mezzo di via dei Missaglia: il vialone interminabile dalle distanze soporifere, nebbiose in inverno e rinsecchite d’estate, rende evidente a tutti, autoctoni e non, che il posto in cui sono cresciuto e la città in cui vado ogni volta che posso sono due luoghi da tenere separati. Milano-via dei Missaglia-Rozzano: la città, spazio vuoto, provvedimento di igiene pubblica, e poi il paese dei poveri, all’estrema periferia sud. Non solo case popolari, ma soprattutto quelle: il più grande agglomerato di edilizia pubblica dell’hinterland, seimila alloggi dell’ALER, trenta, quarantamila persone.
Ogni anno, finito il periodo scolastico e ora interrotto quello accademico, universitario, mia madre, fedele alla sua personale tradizione di austerità, smette di comprarmi l’abbonamento dei mezzi. Per risparmiare, ha sempre detto e dice tuttora. Non ti serve, non ne hai bisogno. Ma lo fa, ci posso scommettere, anche per blindarmi in casa, lasciarmi a portata di mano: la sua ansia, un piccolo animale furioso che lei asseconda a scapito della mia libertà. Sono maggiorenne ma non è importante. Finché sei in questa casa fai come dico io, se non ti sta bene quella è la porta.
Ci vado lo stesso, voglio – devo – andare a Milano, la speranza, il magnete, una decina di chilometri da colmare il più spesso possibile: quando prendo la multa a lei non lo dico, sprovvisto del coraggio di dare un nome falso, o di mettermi a correre, scappare. Il verbale lo strappo e lo butto nel cestino appena sceso dal tram. Una, tre, un numero di volte di cui non tengo il conto: prima o poi mi verranno a cercare. Pignoramenti, cause legali.
In galera, concludo, poiché nullatenente.
2007, terza settimana di giugno: torno a casa dopo un giro in Duomo. Seduto sul tubo di metallo cromato che separa il marciapiede dalla strada, in attesa del tram mi metto a sfogliare il grosso volume illustrato sulle ultime tendenze dell’arte figurativa. Remainder, sconto del cinquanta per cento. La mia preferita è Vanessa Beecroft, un po’ stylist, un po’ maga, parapsicologa – quelli che ne capiscono assicurano: un bluff, l’arte è un’altra cosa. I disegni scarni ed eterei, le performance coi gruppi di ragazze coreografati al millimetro, i video, le polaroid sovraesposte, l’ossessione per il corpo e il cibo, le alleanze cromatiche tra pelle, parrucche, biancheria intima, da grande voglio essere Vanessa Beecroft.
Il libro, comprato con la mancia che la nonna Liliana, detta Lilli – venuta a Rozzano dalla Campania negli anni Sessanta –, mi continua a dare tutte le settimane facendo le pulizie a casa della signora Antonietta, dietro la piazza del Comune. Ti sembra giusto?, alla sua età, pulire i cessi, non ce la fa più, egoista di merda. Mi serviva, mi serve: devo prepararmi al futuro. Nonna, lavora per me.
La mia famiglia è un circuito ostruito, anche il bene si inceppa: a volte i soldi della mancia mia madre se li tiene, senza dirmelo. La nonna glieli dà ma non giungono a destinazione. L’ho scoperto, alle mie richieste di spiegazione: la distrazione come alibi, tua nonna si inventa le cose. La stessa nonna che calma le acque: lasciala stare, settimana prossima te ne do di più – mentre io pianifico di riprendermeli, nottetempo, portafoglio, borsetta, e con gli interessi.
In ogni caso, prepararmi al futuro: dopo la maturità, indeciso, Filosofia o Belle Arti. Ho scelto la prima, università privata, San Raffaele – sede: villa del Seicento a Cesano Maderno, tutta affrescata, mosaici, architetture dipinte –, l’intera retta coperta dalla borsa di studio. I miei prof del liceo erano stati chiarissimi: se vuoi studiare Filosofia o lì o non ha senso. Mi iscrivo e mollo dopo sei mesi. Posso fare tutto, non faccio niente: al cospetto del meglio, mi rituffo nell’indistinto. L’unico segno indelebile di quel semestre in Brianza in mezzo ai figli dei ricchi: Roberta De Monticelli, la professoressa – molto brava, bravissima, mi ha detto una volta un dottorando della Statale, peccato creda negli angeli – che mi ha fatto scoprire la tradizione clandestina delle filosofe. Simone Weil, Jeanne Hersch, Edith Stein, Etty Hillesum, María Zambrano: voci assenti dai programmi universitari, i filosofi che contano sono tutti uomini. Uomini insegnati da uomini, ma anche dalle donne: ai grandi maestri dell’Occidente inchiniamoci tutti. Alla mia prima esposizione in aula (prima di ogni lezione a gruppi di due riassumiamo i contenuti della volta precedente), De Monticelli, magrissima, caschetto biondo tipo Amleto, Hannah Höch, completi di velluto dai colori sempre diversi e mani ricoperte di anelli da spiritista, commenta: così giovane e già così pronto a rubarmi il mestiere.
Non serve, smetto di andarci lo stesso. Università Vita-Salute: un centro d’eccellenza pieno di gente educata e noiosa, i miei compagni: cappotto e borsetta, polo, camicie, e faccio fatica a stare dietro alla mole di libri da studiare. Dispense in inglese, interi passi in latino, tedesco. Limitato, lentissimo, esiste l’insegnante di sostegno all’università? Non ho fatto il classico, né lo scientifico: sono abituato a studiare solo gli appunti, poche pagine tutte a memoria, articoli e congiunzioni incluse, per esorcizzare le afasie della balbuzie. E poi mi manca l’azzardo dell’espressione, disporre i propri pensieri secondo una forma materiale, libera, accessibile a tutti.
Cresciuto tra gli analfabeti, non sarò mai un intellettuale.
Mia madre è più contenta quando disegno.
A settembre dunque andrò all’Accademia di Brera.
Ho deciso: indirizzo Pittura.
C’è il test di ingresso ma ho fatto l’artistico, e in disegno sempre voti eclatanti. Sei bravissimo – me l’ha detto chiunque. Vorrei saper disegnare come te. Mi piace sul serio o mi interessa solo spiccare, differenziarmi? Un vero artista disegna, o scrive, innanzitutto per se stesso, un bisogno impellente. Anche se fosse solo al mondo, anche se ignorato da tutti. Quanti anni luce disti da questa purezza, serietà. Sia quel che sia, per diventare ciò che desidero devo andare a Milano. Non solo studiarci, un modo giuro lo trovo. Me lo ripeto per l’ennesima volta mentre dai bordi del campo visivo si avvicina qualcosa.
Tre ragazzi: uno scuro e più grosso, maglietta bianca, i capelli rasati, gli altri due magri e pallidi, un passo indietro. Avranno la mia età, probabilmente anche meno. Mi vengono incontro senza che io abbia il tempo di fare quel che faccio sempre in presenza degli altri: scansarmi, mettere un po’ di distanza, d’osservazione o di sicurezza. Una sigaretta, l’accendino, un indirizzo? Quello più grosso, che sto per scoprire essere il capo, tiene la mano in tasca.
Ciao.
Ricambio il saluto, sorrido – leggermente: un semplice velo di armonia protettiva, sollevando solo i lati della bocca.
Ho un coltello, dice.
E poi: non ti facciamo niente.
Quindi giù, la terra che chiama, tendini e cartilagini delle ginocchia si sono squagliati. Quante volte è capitato nell’immaginazione, ora sta succedendo davvero. Nonostante tutto, a Rozzano mai niente del genere: mia madre aveva ragione, hai visto cosa succede ad andare a Milano, e ora lo stomaco giù, discesa delle montagne russe, ventre sfondato, non ho più il diaframma, se l’è preso la forza di gravità, sotto i polmoni il vuoto. Inizio a tremare.
Dacci il portafoglio e finisce qua.
Ma io non ho soldi, ho speso tutto per questo. E sollevo in aria, altezza spalla, il mio libro, scritte azzurro elettrico su sfondo bianco: glielo faccio vedere, non mento, ecco la prova della mia buona fede – tornare alla realtà materiale, ancorarsi a qualcosa di piccolo e innocuo. È vero, non dico cazzate: avrò sì e no quaranta centesimi. Tiro fuori il portafoglio, gli mostro anche quello. Non serve, non basta, cambiano strategia.
Hai il bancomat?
No.
E dove abiti?
A Rozzano.
Bene, allora veniamo con te.
Con me?
A casa tua, veniamo a conoscere i tuoi.
Non si può, non è vero, non voglio, ma questa è una decisione che non contempla consenso.
Entreremo in casa, avrò la forza di urlare? Mamma, stai attenta. Legata, sfregiata, troia, dacci tutti i soldi che hai. Prendeteli, la cassaforte è lì, dietro il quadro in camera da letto con la riproduzione del giardino autunnale di Van Gogh, serve la chiave, la chiave nel carillon portagioie con la ballerina che gira della bisnonna. Ivano, il marito di mia madre, immobilizzato, colpito, torturato col coltello che ancora non vedo? Incisioni, scritte coi tagli. Oppure una lotta – tre contro uno, il branco che irrompe nella nostra casa di merda, quaranta metri quadrati, e ci viviamo in quattro. Io, mia madre e Nora, mia sorella, dormiamo nell’unica camera a disposizione: due letti singoli, quello in cui dormono loro si estrae da sotto il mio, tipo cassetto. Ivano dorme sul divano letto in sala, quasi sempre da solo. Ci penserà lui, sicuro, il padre, l’uomo di casa che protegge la sua famiglia. Io invece, al solito, incapace di difendermi, essere il maschio che sono. E se lui non c’è? Mia sorella, ve la prenderete anche con lei, una bambina di appena sette anni. Metallo che fischia: la scena che assemblo nella mente è interrotta dal crescendo dei binari che stridono: il tram sta arrivando, una piccola botta sul gomito, il segnale.
Forza.
Saliamo, un sacco di gente. Nessuno mi guarda, invisibile quando non serve.
Stai zitto, non fiatare, dice il più grosso, l’unico che mi rivolge la parola. Ci sediamo, mi chiede il telefono. Entra nei messaggi, scrive e me lo ridà: ha deciso che dobbiamo comunicare così.
Fai finta di niente, veniamo a casa con te, così ci dai i soldi.
Ma ci sono i miei a casa, e poi che soldi?, non abbiamo una lira.
Gli dici che siamo tuoi amici, che ti servono per comprarti qualcosa che vuoi.
Ma mia madre non ci crede, scrivo. Non scrivo invece che amici io non ne ho: solo due amiche, Melissa, Ismene, e comprarmi qualcosa che voglio non è contemplato nel dizionario delle possibilità ordinarie della mia famiglia.
Fai come dico o finisce male.
Il tram si muove e s’arresta al ritmo delle fermate. Di colpo, illuminazione: vi sistemo io.
Ah – digito sui tasti del mio telefono –, mio padre è un poliziotto.
Piccolo sorriso, il suo questa volta.
Non ce lo dovevi dire, adesso è peggio. Eccitazione, rivalsa: se la prenderanno col figlio di uno sbirro. Bottino simbolico oltre che economico. Posso rimediare?, scrivere che in realtà mio padre non lo vedo mai, scusate, scherzavo, quasi non sa neanche chi sono. Forse chiedere aiuto, attirare l’attenzione degli altri passeggeri: gridare, di botto, aaaaah, dal niente un attacco di nervi, buttarmi a terra, simulare uno svenimento. E se finisce male, se il coltello ce l’hanno davvero – a sferrare un colpo, milza, pancreas, cuore, non ci mettono niente, anche nel trambusto generato, si spera, dalle mie urla. Dunque li assecondo, nessuna resistenza. Docile, telecomandato, trattasi d’abbandono più che di obbedienza, anatomia senza desideri, sintonizzarsi affettivamente con le richieste del boia. Faccio quello che volete, che vuoi. E nel tentativo di scaldare un po’ la paura, domando: siete anche voi di Rozzano?
No, io via Padova, loro di Gratosoglio, e indica le torri bianche che stiamo per oltrepassare. Ma non lavoriamo mai nelle nostre zone.
Le ultime fermate le superiamo in silenzio, raccoglimento preparatorio. Via Cabrini, capolinea, scendono tutti e noi con loro. Io e il tizio più grosso davanti, gli altri due dietro, a mo’ di scorta. Un centinaio di metri e arriviamo all’inizio di via Giacinti, nel cortile in cui i miei, vent’anni fa, due ragazzini, hanno provato a vivere insieme e non ci sono riusciti. Mia madre incinta, diciotto anni, classico matrimonio riparatore – l’aborto è peccato, offesa a Cristo –, mio padre è andato via che avevo due anni e mezzo: altre donne, tantissime donne, non c’è vita senza conquista. Mia madre è rimasta qui, a riprendersi dalla depressione, con gli psicofarmaci e un figlio diventato all’improvviso troppo suo. Rimasta qui, dopo poco senza di me: per una decina d’anni non ho più vissuto in questo cortile, sono andato a stare coi nonni e gli zii adolescenti, a meno di un chilometro di distanza, via Verbene, sempre Rozzano. D’altronde mia madre, alla mia età di adesso, ventuno, ventidue anni, lavorava tutto il giorno, inizio turno: cinque del mattino, faceva le pulizie negli uffici, studi televisivi, la vedevo a volte nel fine settimana.
Via Giacinti: ci fermiamo all’angolo del mio palazzo, tra l’ingresso della cantina e la facciata posteriore della scuola materna di via Rododendri, il mio asilo.
Aspettatemi qua, faccio subito.
Oh, bello, niente scherzi, abbiamo visto dove abiti: se chiami qualcuno o fai qualche cazzata torniamo a trovarti, intesi? Annuire, convincere, rassicurare. Salgo su più in fretta che posso, due scalini alla volta. La mamma in bagno, sta facendo la doccia, Ivano chiuso in sala a guardare la tele. Partita, commento, moviola. Nora non c’è, sarà dalla nonna o dalla compagna di classe mezza tunisina che abita nella scala accanto. Nessuno si accorge di me, nessuno si accorge che recupero più velocemente che posso la videocamera che mi sono fatto regalare da mio padre a Natale, scelta tra quelle in offerta sul volantino del MediaWorld. Deve avere un difetto, non funziona, o forse sono io che non sono buono a capire come si usa: ancora imballata nella scatola, sono sei mesi che sta a prendere polvere nell’armadio – non proprio una gran perdita, meglio questo che altro. Tiro su anche l’orologio d’oro del nonno: me l’ha dato mia nonna quando lui è morto, cinque, sei anni fa, di infarto, sotto i suoi occhi. Un orologio orrendo, da vecchio pappone, non l’avrei mai usato, me lo sarei potuto rivendere, certo – non ci pensare. La sua eredità serviva proprio a questo, salvarmi ora, oggi, il sovrannaturale mi entusiasma da sempre. Prendo anche il braccialetto della mia cresima e la medaglietta con l’angelo che prega in ginocchio – solo placcata –, tanto per far numero, e scendo, ancora di corsa, sfioro appena i gradini pieni di mattonelle saltate via e mai più rimesse. Giro l’angolo, supero le scale della cantina verso le gambe larghe dei tre, il fumo delle sigarette. Il contrario del nascondimento. Gli allungo tutto, la mia offerta votiva, sperando sia sufficiente. Respiro sospeso: va bene, è abbastanza? Il loro tono a questo punto diverso, viso totalmente disteso. Prendono a fare i simpatici, difficile stabilire dove finisca la soddisfazione e dove inizi il senso di colpa. Oh scusaci, dicono, ci servivano i soldi.
Ci salutiamo, tipo compagni di classe, e loro tornano indietro, nessun accenno di fretta nell’andatura, si dirigono verso...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Corpi minori
  4. Prologo
  5. PARTE PRIMA
  6. PARTE SECONDA
  7. PARTE TERZA
  8. Ringraziamenti
  9. Crediti
  10. Copyright