Erano le sette di sera e Gabriella Dessé correva sulla banchina del Tevere come se non ci fosse un domani. Il suo cocker biondo la marcava stretta, anche se di tanto in tanto scattava in avanti, staccandola di parecchi metri. Come a compensare il vantaggio acquisito, talvolta il cane si fermava per annusare i ciuffi d’erba che spuntavano dal lastricato e per rilasciare qualche pisciatina sporadica, permettendo così alla padrona di raggiungerlo. Cane e padrona si somigliavano come due gocce d’acqua. Se il vecchio Disney li avesse visti, li avrebbe inseriti, a buon diritto, nella carrellata di donne con cagnolino della Carica dei 101. Tutti e due erano muniti di una fluente chioma color miele, tutti e due non erano di primo pelo ma ancora tonici e scattanti, tutti e due eleganti e ben curati. Unica differenza: la donna sfoggiava una splendida abbronzatura post estate, e il cane no. Ma solo perché la sua padrona gli aveva risparmiato la ceretta. Gabriella e il suo cocker formavano una coppia di fatto. E per entrambi quella corsa sul fiume era il momento più bello della giornata.
Era settembre, le temperature ancora estive, ma nel tardo pomeriggio l’aria cominciava a rinfrescare. Perciò, quando si facevano le sei, Gabriella cercava di liquidare velocemente l’ultimo paziente, chiudeva lo studio dentistico, si infilava maglietta, leggings e scarpe da running, metteva il guinzaglio a Giorgio, e via sulla ciclabile.
Il sole stava tramontando e la banchina era semideserta, a parte un pescatore che sembrava sonnecchiare, tra le mani la canna da pesca, curvo, appollaiato sul suo sgabello pieghevole. Dall’alto arrivava il rumore del traffico del Lungotevere e dei suoi eterni ingorghi.
Il suono dei clacson e il rombo delle auto parevano distanti, attutiti dalle fronde degli alberi che facevano da barriera tra la frenesia degli uomini e la calma imperturbabile del fiume. Lì sotto c’era una strana pace, rotta solo dalle voci dei canottieri che si allenavano in squadra vogando controcorrente e impartendo ordini dalle canoe che scivolavano lisce sull’acqua.
Gabriella correva già da dieci minuti e cominciava ad avere il fiatone. Si fermò all’ombra, sotto il ponte della Musica, per respirare e fare un po’ di stretching. Divaricò le gambe e allungò la schiena in avanti. Era ancora abbastanza elastica, nonostante i suoi cinquantaquattro anni. A testa in giù, attraverso le gambe distese, vide il cane in lontananza. Stranamente l’animale non l’aveva seguita, ma si era fermato parecchi metri più indietro, all’altezza di un barcone mezzo arrugginito, uno dei tanti relitti che galleggiano abbandonati sul Tevere in attesa di essere rimossi o riqualificati, in un futuro più ipotetico che reale.
Il cane abbaiava, proteso verso la sponda.
«Giorgio, che fai là? Dài, su, smettila. Ti prego, non mi far tornare indietro. Avanti, ubbidisci!»
A forza di vivere da sola con l’animale, Gabriella aveva cominciato a parlargli come fosse il suo uomo.
«Dài, muoviti, non fare il cretino. Lo sai che se mi fermo mi si raffredda il sudore addosso.»
Il cane non sembrava minimamente toccato dalle rimostranze della padrona, e continuava ad abbaiare ostinato. Gabriella pensò che Giorgio stava prendendo il brutto vizio di non ascoltarla, come faceva il suo ex marito, e doveva subito correre ai ripari, perché da un marito si può divorziare, da un cane no. Tornò indietro a passo di marcia.
«Giorgio, adesso m’incazzo! Avanti, andiamo, sennò ti metto il guinzaglio e la finiamo qui.»
Il cane, imperterrito, continuava ad abbaiare, col muso allungato verso l’acqua, all’altezza della prua del barcone.
«Vieni qua subito, che così rischi di cadere in acqua. Cretino!» gli urlò, stizzita. Per un attimo si rese conto che si stava rivolgendo al cane nello stesso identico modo in cui si rivolgeva al marito nell’ultimo periodo, prima che lui facesse fagotto e se ne andasse di casa, e se ne pentì subito. Cambiò tono: «Avanti, tesoro, che c’è? Fai il bravo, su, vieni qui che finiamo la nostra corsetta…».
Ormai lo aveva raggiunto: si trattava solo di acchiapparlo per il collare, mettergli il guinzaglio, e tirarlo via da quel qualcosa che lo attraeva e lo induceva a ululare come un forsennato.
Il biondo Tevere, grigio fango, scorreva verso sud, la superficie appena increspata dal vento della sera. Arrivata sul ciglio della banchina, Gabriella afferrò il cane per la collottola, e così facendo si sporse verso l’acqua. Vide qualcosa che galleggiava, come un sacco di stoffa, impigliato sotto la chiglia del barcone. Ogni tanto sembrava affondare, trascinato dalla corrente, per poi riaffiorare. La dentista si piegò sulle ginocchia e si protese ancora un po’, per guardare meglio e mettere a fuoco l’oggetto. Quando capì cos’era, si pentì di aver paragonato il povero Giorgio a quel cretino del suo ex marito. E cominciò a ululare anche lei.
In quella sera di settembre, il taxi Siena 23 sostava col motore acceso davanti al Parco della Musica, per brevità chiamato Auditorium, nel quartiere Flaminio. La sua conducente aveva appena portato a destinazione tre giovani musicisti, una coppia di coreani e un finlandese, con tutto il loro voluminoso armamentario di strumenti.
Debora Camilli, la conducente di cui sopra, era riuscita a infilare nel portabagagli, con non poca difficoltà, una viola da gamba e un fortunatamente meno ingombrante flauto traverso, mentre la violinista coreana il suo strumento aveva voluto tenerselo sulle ginocchia per tutto il viaggio, abbracciato stretto come fosse un neonato.
Debora, malgrado i limiti del suo inglese poco più che scolastico, durante il percorso non aveva mancato di attaccare bottone, come d’abitudine. I due coreani non le avevano dato corda, ma dal flautista finlandese, il più loquace del terzetto, qualche soddisfazione era riuscita a ottenerla. Il giovanotto parlava velocemente, e per di più con marcato accento scandinavo. Ciononostante Debora era riuscita a cogliere il succo del suo lungo discorso, vale a dire che i tre giovani musicisti appartenevano a un’orchestra internazionale che quella sera si sarebbe esibita nella sala Santa Cecilia.
Mentre il finlandese si addentrava in spiegazioni dettagliate sul repertorio di romantic music che avrebbero eseguito, incentrato su pezzi di Schumann, Chopin e Schubert, la tassista se li era studiati tutti e tre dallo specchietto retrovisore: la sua personale finestra sul cortile dalla quale negli ultimi tre anni – ovvero da quando aveva ereditato licenza e professione paterne – esplorava il mondo. Erano tutti e tre giovanissimi e – anche se il finlandese aveva una folta barba rossiccia che di primo acchitto poteva farlo sembrare più maturo – a occhio e croce i tre orchestrali dovevano essere suoi coetanei, ovvero attestarsi intorno ai ventisei anni.
Fingendo competenze da poliglotta, durante tutta la chiacchierata Debora aveva contrappuntato il monologo del giovanotto con grandi esclamazioni, a volte di assenso, spesso di ammirazione, sporadicamente di stupore. In un paio di occasioni si era anche lanciata in un «Really?!», sperando di averci azzeccato, con l’aggiunta di due begli occhioni sgranati e con grande soddisfazione del giovane musicista barbuto. Più di questo non aveva osato dire, lasciando perciò la parola al flautista logorroico.
Una volta fatti smontare i tre talenti e dopo aver augurato loro «Good luck» per la serata, Debora era rimasta incantata a guardare la cupola di piombo che si stagliava su un cielo striato di viola, sbavatura del sole appena tramontato. Dentro le sale racchiuse nel ventre di quei tre grossi scarabei lei era entrata una volta sola, al liceo, per vedere un film, con la professoressa d’inglese. Ne conservava un ricordo vago. Le venne il desiderio di rimetterci il naso, magari per sentir suonare quei ragazzi, anche se la loro musica non era proprio il suo genere.
Poi semmai alla fine li aspetto fuori e gli faccio una sorpresa. Il finlandese aveva una faccia simpatica, e sotto la barba professorale doveva essere uno pronto a passare una notte brava.
Guardò l’ora sul cellulare: erano le 19,30 e il turno finiva alle 21. Avrebbe dovuto lavorare ancora un’ora e mezza. Sbuffò. Erano gli ultimi scampoli d’estate, poi in un attimo sarebbe arrivato l’inverno, e con lui le piogge, quei pomeriggi corti e bui…
Sai che c’è? Mollo la macchina al parcheggio, e nell’attesa mi sparo uno spritz al bar del parco…
Entrò nel taxi, ben decisa a farsi quello sconto sull’orario di lavoro.
Aveva appena acceso il motore quando, dall’autoradio, come dalla lampada di Aladino, uscì una voce. Purtroppo non era quella del Genio pronto a esaudire ogni suo desiderio.
«Siena 23, che stai a fà? Ancora all’Auditorium?»
La voce era quella monotona e atonale dell’impiegata della cooperativa, sua storica persecutrice.
Debora si accasciò con la testa sul volante, in un moto di sconforto.
«Circolo Canottieri, Lungotevere Flaminio, non c’è numero. Avanti, prendi ’sta chiamata, che sei a un tiro di schioppo. E ringrazia pure.»
«Sì, ma…» provò a reagire lei.
«Tre minuti. Sbrigate.»
E quella come si era materializzata scomparve, senza neanche dare il tempo alla tassista di partorire una scusa delle sue, arte in cui, a giudizio unanime, era una fuoriclasse.
Debora a malincuore lanciò uno sguardo allo scarabeo sul cui dorso grigio si rifletteva l’ultima luce del crepuscolo, disse addio alla serata col flautista a base di musica, alcol e forse altre piacevoli sorprese, e partì.
Erano belle serate, ancora quasi estive, e i romani non perdevano occasione per sciamare fuori in libera uscita, per andare a farsi un aperitivo, o semplicemente per godersi il ponentino. Perciò Siena 23 non ci fece caso più di tanto quando, arrivata al semaforo di piazza Gentile da Fabriano, vide una piccola folla raccolta sul ponte della Musica, affacciata alla balaustra. La vista del Tevere, da quella prospettiva, con un controluce che pareva costruito da uno Storaro in stato di grazia, era da svenire. Niente di strano perciò che chi aveva appena staccato dal lavoro se ne andasse a passeggio su quello che sembrava il ponte di una nave sognando di essere in crociera, e si godesse il panorama.
Ma appena svoltò sul Lungotevere, la tassista vide qualcosa che la fece rallentare, e poi inchiodare di botto: ferme in seconda fila, vicino alle scalette che scendono al fiume, erano parcheggiate un’auto della Municipale e una pantera della polizia con il lampeggiante acceso. A condire il tutto, l’ululato insistente di una sirena in avvicinamento.
La luce azzurrina delle volanti aveva su Debora lo stesso effetto di una lampada per le falene. Non poteva vedere un’auto della PS in servizio senza che vi si accostasse per informarsi del chi e del come. Forse perché a bordo di quelle auto avrebbe potuto esserci lei, se solo avesse continuato l’apprendistato da ispettrice, invece di incollare le terga al sedile di quel maledetto taxi…
Infischiandosene alla grande del cliente che l’aspettava al Circolo Canottieri, spense il motore, tirò il freno a mano e scese dalla sua gabbia – neanche troppo dorata.
La volante era vuota, perciò Debora si avvicinò all’auto della Municipale, dove un vigile al posto di guida aveva appena finito di comunicare via radio.
«’Sera, capo. Che succede? Com’è che c’è la polizia? È successo qualcosa?»
«Sì, signorina. È successo qualcosa. Sposti il taxi, per favore. Se se ferma uno, se fermano tutti.»
Il pizzardone uscì con tanto di paletta per far segno alle macchine, che si erano già ingorgate, di procedere speditamente.
Se il vigile fosse stato più esplicito e meno reticente, forse Debora avrebbe desistito. Ma il non sapere cosa stesse accadendo lì sotto la rese ancora più curiosa. Spostò il taxi di pochi metri e tornò sui propri passi.
Insistere col vigile non avrebbe portato a nulla, al massimo a beccarsi una multa. Guardò più attentamente le persone affacciate dal ponte; non stavano ammirando il tramonto sul Tevere, stavano scrutando verso il basso, verso la banchina: segno che da lì lo spettacolo doveva essere interessante.
Mentre attraversava la strada per raggiungere il gruppetto di curiosi, dall’altra parte del fiume un’ambulanza sfrecciò giù sulla ciclabile e si fer...