Il personaggio che si muove attraverso snodi poco conosciuti oppure tristemente noti, il protagonista di queste pagine, è di fatto Adolf Hitler. E questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto su Adolf Hitler. Non ci sono discronie né invenzioni; Genna piuttosto dilata particolari e fatti reali della vita del Führer, dalla sua infanzia fino al suicidio nel bunker, con sguardo attonito di fronte allo scatenamento di uno tsunami di coincidenze che conducono al potere una nullità: l'omuncolo destinato a produrre la più efferata tragedia della storia. Non c'è nulla, in queste pagine, della morbosità che affligge tanta storiografia hitleriana, né indagini fantasiose sulla sua vita sessuale né evocazioni di inverificate forze esoteriche: Hitler è irrevocabilmente consapevole e responsabile, gli eventi sono descritti per come è accertato che andarono. Quest'opera ispirata e severa è il canto che non può ma vorrebbe risarcire di amore e di pietà le vittime del suo sterminio. Senza nulla concedere a lui personalmente, all'essere che più di quaranta volte pensò di suicidarsi, non riuscendoci che alla fine, dopo aver trascinato con sé nel baratro milioni di vite.

- 672 pagine
- Italian
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Io Hitler
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Letteratura storica1
Lambach (Austria), marzo 1897
Confrontatevi con lui.
Considerate se questo è un uomo.
È scatenato nei cieli, immenso, invisibile, entra nel tempo e ne riesce, digrigna i denti giallastri, immensi, i suoi occhi di brace illuminano tutte le notti future.
È il Lupo della Fine, si chiama Fenrir.
Gli antichi nordici sapevano che un giorno avrebbe rotto il vincolo. Fu allevato nella terra dei giganti, fu fatto rinchiudere da Odino e serrati i suoi arti con una catena che i maghi prepararono con rumore del passo del gatto, barba di donna, radici di montagna, tendini d’orso, respiro di pesce, saliva di uccello – alla vista e al tatto sembrava un nastro di seta, ma in realtà nessuno avrebbe potuto spezzare quella catena. E in attesa della fine, il lupo Fenrir è rimasto recluso, a ululare, a sbavare, a tentare di spezzare il vincolo.
E ora è riuscito.
Da fuori del tempo cala nel tempo e nello spazio, percorre ciclopico i vasti cieli europei, annusa i confini e marca il territorio, urina piogge acide sulle frontiere della Germania, ulula e stride, stalattiti di ghiaccio pendono dal suo ventre unto, le zampe cavalcano l’etere, velocissimo, non sa nulla, ispeziona con le narici dilatate, è il mostro dell’avvenire, il portatore dell’apocalisse.
Apocalisse significa: rivelazione. Rivelerà a chi?
Gira a vortice, a spirale, sull’Europa pronta al disfacimento. Sulle case borghesi. Sui patriarchi che tengono alla propria onorabilità. Sulle mogli accantonate. Sui molti bambini cresciuti a bacchettate. Sulla natura iridescente del pianeta che si prepara al degrado.
Di tutto ciò, il lupo Fenrir non vede nulla: sono forme che ai suoi occhi accesi evaporano. Il tempo è una breve distrazione tutta umana.
Ed ecco che l’olfatto capta.
Intercetta l’odore ricercato. Ecco la traccia. Avverte la presenza della non-persona. A lui si legherà, perché entrambi sono niente, e cresceranno insieme, e il lupo Fenrir apprenderà dal non-umano, si riempirà, si gonfierà di liquami e tradimenti e orrori non suoi, scaturiti da quello zero che non è una persona, e l’odore di quella annusa nell’aria e dunque precipita. Verso l’Austria, a capofitto, lasciandosi cadere attraverso i gradi multicolori dell’arcobaleno, perforando l’aurora, l’alba, le fasi del tempo umano, le ore trascorse.
È qui.
I due bambini hanno sette e otto anni e si sono staccati dal gruppo. Fa sera, cala buio, seppure le giornate stiano tornando ad allungarsi. I padri severi, così anziani e brutali, nelle case ordinate e pulite del piccolo paese di Lambach, li puniranno a cinghiate. Tutto il pomeriggio hanno giocato agli indiani, il bambino di otto anni era scatenato, ordinava e gestiva il gioco, e poi di un tratto ha detto all’altro bambino: «Andiamo nei boschi. Esploriamo la giungla africana».
E adesso che la tenebra cala, e il fondo del bosco è a tratti soffice e in certe zone melmoso, loro calpestano, lievi, le foglie marcite dell’inverno trascorso. Conoscono il bosco, cercano la radura ombrosa, nel semibuio.
Scostano rami gemmati, aggirano i sempreverdi. L’aria è pungente, ammoniacale.
Ecco la radura.
«Tu fai il negro» dice il bambino più grande «e io il cacciatore bianco e ti sparo.»
L’altro bambino protesta, urla che il negro non lo fa, ride, inizia a correre indietro gridando, a perdifiato, si graffia tra i rami, cade nelle marcite del sottobosco, si rialza, non ha voce, esce dal fitto degli alberi, corre nella strada polverosa bianca, ora è buio, vede la sua casa, entra spalancando la porta, e suo padre urla e estrae la cinghia, la scena drammatica famigliare ha corso, la madre cerca di interporsi tra la cinghia e il suo piccolo figlio, il padre urla, il bambino va recluso nella stanza.
Stasera non mangerà.
Il bambino più grande è rimasto solo nella radura buia. L’erba è fosforescente.
Dice tra sé: “Io ero il bianco”. Pensa: “Vado a casa”. Pensa che prenderà cinghiate dal padre.
Non fa in tempo a muovere un passo.
Come un nero asteroide, fatto di basalto illuminato dalle gocce di condensa, appare improvviso il lupo: gigantesco, alto più di un umano adulto. Puzza. Cola bava dalle fauci mostrate. Ringhia: un rumore continuo, non animale ma geologico, sembra che si scuotano le fondamenta della terra. I suoi occhi accesi di rosso fuoco fissano il bambino di otto anni.
Il bambino è immobilizzato dal terrore. È paralizzato. Fissa gli occhi fissi nelle pupille di brace dell’enorme lupo. Belva che puzza di cadavere umano. Mosche, moltissime, ronzano attorno al suo corpo colossale.
Sono immobili e si fissano.
E il lupo, all’improvviso, parla – una voce fatta di spilli e di sisma, il bambino fatica a restare immobile, e il lupo Fenrir dice: «Tu sei ciò che sei. Imparerò da te, perché io sono niente».
E all’ultima sillaba l’animale aziona la macchina dei suoi muscoli titanici, è titanio per aria, balza nel cielo notturno chiaro, a velocità sorprendente, e il bambino riesce a stento a cogliere la scia luminosa che scompare senza traccia.
È fermo sulle sue gambe magre, fragili.
Sta iniziando a scordare il lupo, come un sogno, come l’allucinazione che vaticina.
Senza paura si muove. Dà le spalle alla radura, ripercorre il tratto di bosco fino alla strada chiara che sembra fosforescente nella sera di Lambach. Si dirige alla casa dove suo padre ha portato la famiglia a vivere, chissà per quanto, dopo tanti trasferimenti.
Il padre che odia.
Il bambino apre la porta. Sa che è tardi. Si attende la punizione. Qualunque bambino se la attenderebbe.
Con voce monocorde dice: «Ho visto il lupo Fenrir».
E suo padre si alza da tavola, estrae la cinghia, la madre cerca di trattenerlo, il padre urla: «Adolf Hitler, hai passato ogni misura!» e la cinghia si abbatte sul bambino, come si abbatte su tutti i bambini in questi anni umani che preludono ai disastri.
La cinghia non fa la differenza.
2
Otto anni prima, Braunau am Inn (Austria),
20 aprile 1889
Klara è il nome della donna.
È sul letto, la schiena inarcata, le gambe allargate, il ventre gonfio, il sudore le riga il volto congestionato, stride come una lupa. La levatrice le allarga le cosce, la stimola. I panni bianchi, l’acqua calda nel catino di zinco: sono sulla sedia in legno e iuta sulla destra del letto.
Le mani di Klara stringono lembi di lenzuola. Il dolore inflitto è altissimo.
Suo marito, l’anziano Alois, non c’è: è all’osteria. Così va il mondo in questo tempo. Ha abbandonato la dogana, che dà proprio sul fiume Inn. Lì è funzionario statale austriaco, Alois. A poche centinaia di metri è la Germania. Lui si sente tedesco. Ha finito l’orario di lavoro, è uscito dall’ufficio polveroso ed è andato a bere una birra (più birre) con gli amici del piccolo paese di frontiera. Orgoglioso, distinto. Sta ripulendosi col dorso della mano nerboruta i grandi baffi all’austroungarica, si reinfila l’abituale pipa in bocca, aspira profondo. E sua moglie sta partorendo. La sua terza moglie: Klara.
Soltanto un anno e mezzo fa, nel novembre ’87, Klara carezzava il volto cereo di suo figlio Gustav, due anni: il bimbo tossiva ininterrottamente, la febbre era alta. Aveva aperto la bocca: la gola infiammata, ricoperta di placche sospette, bianche. Klara era incinta, al nono mese. Gustav, pensava Klara, aveva una brutta influenza.
Pochi giorni dopo Klara partorì Otto: morì dopo poche ore. Fu un funerale straziante. Dove vanno i bimbi non battezzati? Spiriti di un limbo distante...
Era difterite, non influenza. Gustav aveva contagiato il neonato. Pochi giorni dal funerale di Otto, l’altra figlia di Klara e Alois, la piccola Ida, incominciò a tossire. Violenti attacchi febbrili. Poco prima di Natale, morì Gustav. Agli inizi di gennaio, morì anche Ida.
Nel giro di un solo mese, Klara aveva messo al mondo un figlio e ne aveva seppelliti tre: compreso quello appena partorito.
Difterite: la provoca un batterio specifico, il Corynebacterium diphtheriae. Il medico Edwin Klebs l’aveva scoperto quattro anni prima, nel 1883. L’anno successivo, un siero sviluppato dal biologo francese Emile Roux la poteva debellare. In tempo per i tre figli di Klara. Non è vero: era troppo presto.
I lutti la scossero. La mente, sfiancata.
Alois non le parlava.
L’estate, Klara era nuovamente incinta.
Sta spingendo. Le acque sono rotte. I semi sono germogliati. Il piccolo, nella placenta, non immagina niente. Avverte la spinta. Se la cava.
È uno zero, un vuoto: si prepara a riempirsi di mondo.
Klara urla.
Klara è probabilmente la nipote di suo marito e lo sa. Lo chiama da sempre “zio Alois”. Era già sposato, quando la vide la prima volta. Affermare che se ne innamorò è troppo. Aveva sedici anni, quando lo vide, e lui trentanove. Lui cercava un aiuto domestico. Klara si trasferì a casa sua. Cucinava, puliva, strofinava la biancheria sull’asse di legno. Sapeva che Alois tradiva sua moglie con una cameriera d’osteria. A Braunau tutti sapevano tutto di tutti – e tacevano: ogni tempo, le proprie regole.
Alois divorziò. Si portò Fanni, la cameriera, diciannovenne, in casa: era incinta, la sposò. Chiamarono la figlia Angela. Si aggiungeva all’altro figlio di Alois: Alois jr. La famiglia Hitler era un labirinto: di morti, lutti, misteri. La norma, ai tempi. E Fanni, che conosceva i labirinti degli Hitler e il temperamento del marito (un animale da letto svelto, brutale), fece cacciare Klara.
Lei riparò a Vienna: per poco. Fu richiamata a Braunau.
Fanni si era ammalata. Pallida come un cencio, spossata dalla mattina alla sera: suscitava, la sua malattia, l’iracondia bruta di Alois. Fanni non riusciva a badare agli affari di casa. Alois la spedì nei pressi di Lachwald, in una piccola fattoria, perché si riprendesse. Morì a ventitré anni, nell’84, in un agosto che si ricorda...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Io Hitler
- 1. Lambach (Austria), marzo 1897
- 2. Otto anni prima, Braunau am Inn (Austria), 20 aprile 1889
- 3. Leonding (Austria), 14 ottobre 1902
- 4. Leonding (Austria), 3 gennaio 1903
- 5. Linz (Austria), marzo 1905
- 6. Linz (Austria), febbraio 1906
- 7. Vienna (Austria), settembre 1907
- 8. Vienna (Austria), ottobre 1907
- 9. Linz (Austria), dicembre 1907
- 10. Vienna (Austria), febbraio 1908
- 11. Werfenstein (Austria), ottobre 1908
- 12. Vienna (Austria), febbraio 1909
- 13. Vienna (Austria), marzo 1909
- 14. Vienna (Austria), gennaio 1911
- 15. Vienna (Austria), aprile 1913
- 16. Monaco (Germania), agosto 1913
- 17. Monaco (Germania), 1 agosto 1914
- 18. Pasewalk (Germania), 8 novembre 1918
- 19. Pasewalk (Germania), 10 novembre 1918
- 20. Berlino (Germania), maggio 1919
- 21. Monaco (Germania), 12 settembre 1919
- 22. Uffing (Germania), dicembre 1922
- 23. Monaco (Germania), dicembre 1922
- 24. Berchtesgaden (Germania), ottobre 1923
- 25. Monaco (Germania), novembre 1923
- 26. Landsberg am Lech (Germania), novembre 1923
- 27. Landsberg am Lech (Germania), maggio 1924
- 28. Uffing (Germania), dicembre 1924
- 29. Långbrö (Svezia), ottobre 1925
- 30. Berchtesgaden (Germania), febbraio 1926
- 31. Monaco (Germania), marzo 1926
- 32. Berlino (Germania), maggio 1926
- 33. Monaco (Germania), marzo 1927
- 34. Berlino (Germania), maggio 1928
- 35. Monaco (Germania), ottobre 1929
- 36. Monaco (Germania), ottobre 1929
- 37. Berlino (Germania), settembre 1930
- 38. Berlino (Germania), settembre 1930
- 39. Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), novembre 1930
- 40. Berlino (Germania), marzo 1931
- 41. Monaco (Germania), settembre 1931
- 42. Berlino (Germania), ottobre 1931
- 43. Berlino (Germania), gennaio 1933
- 44. Berlino (Germania), gennaio 1933
- 45. Berchtesgaden (Germania), febbraio 1933
- 46. Berlino (Germania), febbraio 1933
- 47. Berlino (Germania), febbraio 1933
- 48. Berlino (Germania), aprile 1933
- 49. Berlino (Germania), maggio 1933
- 50. Berlino (Germania), maggio 1933
- 51. Düsseldorf (Germania), giugno 1933
- 52. Bad Wiessee (Germania), giugno 1934
- 53. Berchtesgaden (Germania), agosto 1934
- 54. Norimberga (Germania), settembre 1934
- 55. Saar (Francia), gennaio 1935
- 56. Londra (Inghilterra), aprile 1935
- 57. Monaco (Germania), maggio 1935
- 58. Norimberga (Germania), settembre 1935
- 59. Aquisgrana, Renania (Germania), marzo 1936
- 60. Berlino (Germania), agosto 1936
- 61. Londra (Inghilterra), settembre 1936
- 62. Guernica (Spagna), aprile 1937
- 63. Monaco (Germania), settembre 1937
- 64. Berlino (Germania), febbraio 1938
- 65. Vienna (Austria), marzo 1938
- 66. Monaco (Germania), settembre 1938
- 67. Parigi (Francia), novembre 1938
- 68. Berlino (Germania), marzo 1939
- 69. Vetta del monte Kehlstein (Germania), aprile 1939
- 70. Mosca (Unione Sovietica), agosto 1939
- 71. Gleiwitz (Germania, confine polacco), settembre 1939
- 72. Berlino (Germania), settembre 1939
- 73. Poznań (Polonia), ottobre 1939
- 74. Dachau (Germania), novembre 1939
- 75. Oslo (Norvegia), aprile 1940
- 76. Bruly-le-Pêche (Belgio), maggio 1940
- 77. Compiègne (Francia), giugno 1940
- 78. Londra (Inghilterra), luglio 1940
- 79. Coventry (Inghilterra), novembre 1940
- 80. Monaco (Germania), novembre 1940
- 81. Schorfheide (Germania), dicembre 1940
- 82. Berchtesgaden (Germania), febbraio 1941
- 83. Berlino (Germania), marzo 1941
- 84. Eaglesham (Scozia), maggio 1941
- 85. L’vov (Unione Sovietica), giugno 1941
- 86. Babi Yar (Unione Sovietica), settembre 1941
- 87. Minsk (Unione Sovietica), settembre 1941
- 88. Rastenburg (Germania), novembre 1941
- 89. Rastenburg (Germania), novembre 1941
- 90. Borodino (Unione Sovietica), dicembre 1941
- 91. Mosca (Unione Sovietica), dicembre 1941
- 92. Stalingrado (Unione Sovietica), dicembre 1941
- 93. Washington D.C. (Stati Uniti), gennaio 1942
- 94. Berchtesgaden (Germania), gennaio 1942
- 95. Wannsee (Germania), gennaio 1942
- 96. Vinnica (Unione Sovietica), agosto 1942
- 97. Stalingrado (Unione Sovietica), novembre 1942
- 98. Linea di El Alamein (Egitto), marzo 1943
- 99. Rastenburg (Germania), marzo 1943
- 100. Località ignota (Germania), maggio 1943
- 101. Gran Sasso (Italia), luglio 1943
- 102. Rastenburg (Germania), agosto 1943
- APOCALISSE CON FIGURE (1941-1945)
- POSTMORTEM (nel senzatempo)
- Nota dell’autore 2019
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