Il nemico
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Il nemico

Romanzo eretico

  1. 112 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il nemico

Romanzo eretico

Informazioni su questo libro

«Si chiamava Settimo perché era il settimo di undici figli. La sua vita non è stata una festa, piuttosto è stata l'esatto contrario.» Settimo è il padre del narratore di questo "romanzo eretico", di questa epica familiare fatta di fatica in fabbrica, di vino, di preghiera e bestemmia, amore e tradimento, sofferenza, nascita e morte. Tra vita quotidiana e invettiva spirituale, tra corpi dolenti e desiderio d'assoluto, Il nemico è il feroce atto di accusa di un uomo contro Dio; Tonon trasforma la scrittura in un rituale esoterico per denunciare l'insopportabile ingiustizia dell'esistere.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804746836
eBook ISBN
9788835716471

IL NEMICO

L’amore al tempo delle catacombe
Ci ho provato in tutti questi ultimi vent’anni, ci ho provato, a ridere. A ridere di questa condizione, a ridere di quello che andavo diventando fondendomi alla mia sposa muta. Ci ho provato fino a quando l’ultimo lembo di pelle si è attaccato, a fare di noi, veramente, una sola carne, come nella promessa cattolica. Allora, in quella definitiva fusione di carne, ho cominciato a scrivere un’ultima Sacra Scrittura. Adesso inizio a scrivere questi appunti, questo commentario a quella Sacra Scrittura che mi va rubando il tempo, l’energia, la luce. Resteranno solo questi appunti, da qui a poco. Ma voglio che si sappia che ci ho provato, ci ho provato in tutti i modi a ridere, ma non ci sono riuscito. Che forse è stata lei a risucchiarmi dentro questa pazzia, che forse sono stato io a risucchiarla nella mia, che forse sono diventato suo figlio, che forse non so cosa sono diventato. So che in questa cara carne fusa non troverò più l’antico riso pasquale, quello che faceva ridere Dio stesso. Non rido più da vent’anni, ho solo un ghigno, adesso, sulla faccia, mentre, dopo aver vuotato una bottiglia di rosso, provo a tirarmi seghe lucenti per illuminare questa catacomba. Ma voglio che si sappia che ci ho provato: a fare luce, a ridere.
I capelli le hanno preso fuoco, l’altra notte. Il fuoco l’ha appiccato lei, inavvertitamente. Nel sonno che la prende dopo cena, quando si accende la sigaretta della buonanotte. Quando tira, in una decina di boccate violente, la nicotina che la accompagnerà a visitare i morti. Il fuoco l’ha appiccato lei mentre – io distratto dalla partita – socchiudendo gli occhi, lasciandoli scendere sul niente della propria vita inutile, sprecata, della propria vita fatta di occhi neri, nerissimi, puntati a faro a rendere ancora più scura la notte, una notte di neri pensieri, mentre cadeva a precipizio nel nostro regno felice, mentre si stava dimenticando di tutto, e la sigaretta a metà usciva dalla gabbia delle dita, con un carpiato strabico andava a cadere sulla tovaglia di plastica, a lambire il tovagliolo di carta, ad appiccare, dopo un rotolamento strozzato, tipico di chi muore, ad appiccare un fuoco leggero, solo un piccolo divampare da tavolo, un’occasione sprecata, un preludio al fuoco che arderà il mondo nella parusia del Dio che stiamo aspettando a trafitture, a tagli, a piallamenti di ossa. Lei cede al sonno dei saldati, scende sul tavolo facendo rotolare un bicchiere vuoto che si ferma sul paniere, mentre Inzaghi segna il due a zero e io mi elevo sopra il divano, mi stacco con leggerezza, come fossi una particella di sodio, una particella di qualcosa che ha smesso di esistere, e forse non è mai esistita, mentre salgo verso il soffitto, tutto aperto, tutto spalancato, come uno che sta facendo le prove della felicità, o di qualcosa che almeno le somigli, mentre salgo così glorioso, così accecato, insopportabilmente prossimo alla gioia, allo spalancamento, allo smembramento di me, alla dimenticanza, allo smettere di ricordare, mentre salgo leggero e tutto smembrato, tutto spalancato, mentre salgo mi arriva alle narici l’afrore di un pollo appena messo sulla griglia. Allora scendo, ridiscendo dallo spalancamento, mi chiudo come un glicine alla sera, plano come una moto al Mugello dopo una curva presa male, rotolo, arranco nella sabbia, guardo il salotto schermato dal casco, c’è nuovamente questa visiera a fasciarmi dal mondo, bardato, ancora, tutto cigolante, come un cavaliere sgroppato corro per quei due metri dal salotto alla cucina, corro ridicolo come può correre un motociclista tutto fasciato dalla tuta, corro verso l’incendio, verso i capelli della mia sposa infiammata, corro per quei due metri intasati di profumo di griglia, di carne sulla griglia, afferro la bottiglia di acqua minerale che intravedo dalla fenditura, svito il tappo e lascio scendere l’acqua sul paniere che va incendiandosi, sulla tovaglia che si sta squagliando sui capelli devastati della mia sposa addormentata. Lascio scendere l’acqua, come fossi l’arcangelo dell’acqua, quello che spegnerà l’incendio definitivo, quello che trasfigurerà tutto questo mondo. L’acqua doma i capelli inceneriti della mia sposa addormentata, io la sollevo dal fumo della battaglia, dalla plastica fusa sul truciolare della tavola, me la porto davanti alla visiera e le dico: «Usciremo da qui, prima o poi, gazzellina, ne usciremo». Me la carico sulla schiena, attraverso i due stratosferici metri che separano il tavolo della cucina dallo stipite del salotto, mi guardo intorno, dai lati della visiera intravedo figure nemiche, le potenze dell’aria capitanate da Lucifero. Mi domando se è necessario attraversare il buio che conduce alla stanza da letto. Intanto Inzaghi alza la coppa al cielo, io alzo da terra la mia gazzella bruciacchiata. Si può vincere la battaglia, non la notte, mi dico mentre guardo il nero dietro la porta del salotto. E la mia sposa bruciacchiata comincia a pesarmi, per quel niente che pesa, sulla schiena.
La svesto. La stendo nel letto. Ed è così che se ne va. È così che abbandona questo mondo. È così che sparisce. Abbandona questo mondo così, tu che la guardi da un tre metri di distanza, tra i bagliori del media player e Venditti in cuffia e il rigurgito del vino in gola. La guardi mentre scende nel regno definitivo, nella chiusa. Scende come una piazza che frana, che cede dal centro, che abbandona la periferia a raggio, vibrando, spalancando un buco al centro esatto del niente, irradiandolo, il niente, in sottili crepe, che fanno ritorno alla periferia dello stesso niente rinnovato, rinato. Scende così, mica inabissandosi, ma girando attorno alla periferia del cerchio, ruotando il capo disegna il perimetro, il compasso piantato sul cuscino. Disegna la perfezione del cerchio per abbandonarla, per rendersi bestia sfasciata, carogna abbandonata al buio, ai vermi, a tutte le bestie della terra, agli arconti dominatori. E frana, attraverso le vene che abbandonano la perfezione del perimetro, verso la voragine creata dal sonno, precipita la tua sposa disossata, verso il niente aperto, intero.
Scende come una mongolfiera in assenza di gas, tu la guardi, dal trono su cui siedi a redigere l’ultima Scrittura. Cede, dopo il disegno del cerchio sul cuscino, cede, s’inabissa con uno scatto di nuca, è come se affondasse il cuscino, con quello scatto, è come se solo la testa scendesse di sotto, nel regno dei morti, di quelli che sono stati. La immagino mentre, piena di grazia, monta sul cavallo bianco, la immagino anche prima, mentre lo sella, il nostro cavallo bianco, mentre lo monta, il nostro cavallo bianco, con la grazia, l’eleganza delle sue gambe di gazzella, la immagino da qui, dalla lontananza dettata dai miei due metri ulteriori, definitivi. E lei, gazzella, zebra, bellissima, bellissima, comincia a cavalcare. In groppa al cavallo bianco attraversa i mondi di chi è stato, di chi non sarà mai più, mai, mai più. Il regno dei morti ha questa pretesa di assolutezza, chi lo attraversa sa che da lì non si può uscire.
Ho questa fantasia di dire alla gente qualcosa ogni tanto, io che ho imparato l’obbedienza del silenzio alla scuola magistrale della mia sposa muta. Ho questo scarto di fantasia che ogni tanto mi prende, tra una commozione e l’altra, ho questo pensiero che mi costringe, come in un travaso, a passare da un immaginario all’immagine. E, quindi, nell’immagine, in questi appunti che resteranno a dare testimonianza del nostro silenzio, della nostra distruzione da fenomeni di circo antico, quello che era ancora popolato di mostri assoluti, scrivo ora a un voi che è immagine di una legione: se dovesse capitarvi di attraversare quello spazio di terra puntinato, compresso dai silos, sbregato dai filari, esploso di parallelepipedi (quelle cose che crescono, spalancano la terra e crescono, quelle scatole che crescono e franano, si spaccano), alle 7.30 di una mattina d’inverno, con la mente ancora immersa nel brodo del sonno, con i pensieri che ancora affogano, con quei rapidi barlumi di coscienza sulla propria orribile vita che va disintegrandosi, giorno dopo giorno, in un capannone, mentre ossigenate i polmoni con la seconda sigaretta, e vi infilate nella colonna di automobili che porta la mandria della classe operaia, quel carnaio tutto sbriciolato, quella poltiglia di vite sacrificate al miraggio della pensione, se dovesse capitarvi di sentire una briciola di schifo, mentre state tutti compressi nella ferrazza, tutti aggrovigliati, così contorti da non sembrare altro che carne e ferro e leghe e plastiche, così, innesti, protuberanze, escrescenze, se dovesse capitarvi di sentire una briciola di schifo e il bisogno di sputare, allora potrebbe capitarvi di fermare la vostra auto prima di entrare nel carnaio e, nella ferma, potrebbe anche capitarvi di credere – mentre scendete dalla vostra auto e magari la bocca vi si riempie di catarro – che la vostra vita abbia un senso; ebbene ricredetevi, perché non ce l’ha, proprio non ce l’ha, un senso. Allora immaginiamo: vi mettete a sputare il catarro e pensate che il senso della vostra vita è esattamente come quel catarro che ingloba l’erba umida, che si aggruma piano alla terra, mentre tirate su il filo pensate che si può dare un senso alla propria vita in tanti modi, per esempio figliando, oppure sparandosi un colpo in gola, credendo in un dio, impiccandosi, dandosi fuoco, mettendosi, all’improvviso, a parlare con l’Uomo Ragno, smettendo all’improvviso di parlare, sputate e pensate questi pensieri allegri, questi pensieri che stanno nel brodo, allora immaginiamo che vi capiti di vedere una figurina tutta nera. Immaginiamo che vi capiti di vedere, all’improvviso, attraverso il brodo dove stanno gli occhi, due stinchi di donna spuntare dall’orlo di una gonna nera. Potrebbe capitarvi di pensare che quelle sono gambe di gazzella. Potrebbe capitarvi di pensare che gambe di gazzella sia lo strascico del vostro sonno schifoso, quella cosa che vi fa stare distesi nel buio, a indovinare il soffitto, a vedere, tra le crepe del cranio, i mondi dello spavento, quell’assembramento di morti che stanno solo zitti e sfilano, svolazzano, continuano a morire… O magari il vostro sonno è pura gioia, o puro annullamento, magari vi addormentate e vi svegliate, non vi domandate mai se abbia senso qualunque cosa facciate, magari. Comunque, quella figurina nera è mia moglie. È muta per volontà, sterile per natura. La sterilità l’ha fatta impazzire, le ha saldato la bocca. La sterilità ha costretto la sua vita a dipendere dalla mia, e la mia dalla sua, ovviamente. Adesso siamo una saldatura perfetta, inossidabile. Per lei vado inventando una Sacra Scrittura, il testo capace di dare ragione della sua sofferenza e della mia. La mia vita adesso è questa: scrivere del mondo che verrà. Il mondo che deve venire, la nostra felicità. Perché viviamo intrappolati qui, da molti anni ormai. E il nostro sonno è devastato. Scaviamo il materasso, sbraniamo il cuscino. Scendiamo nel sonno col terrore santo dei martiri. Attraversiamo il territorio del buio in apnea, riemergiamo per brevi tratti di occhi sul soffitto, sul nero, per mangiare l’aria. I morti hanno questa furia di parlare, e parlano tutti assieme, ognuno parla a se stesso, hanno queste voci in falsetto, a volte cantano, e noi corriamo mano nella mano in mezzo a tutti quei morti che parlano e cantano, attraversiamo quel coro, quel frastuono di morti tutti putrefatti ma composti, splendidi nel disfacimento. Il nostro sonno è questo attraversamento di morti. Quando rallentiamo la gimcana, ci capita di capire i discorsi dei morti. È allora che i nostri corpi distesi sul materasso cominciano a dibattersi, le nostre braccia a scavare l’aria, a percuotere il muro, le nostre nocche a scorticarsi, i nostri denti a limarsi, i nostri polsi a slogarsi, le nostre mascelle a serrarsi nell’aria. Non è possibile sopportare quello che hanno da dire i morti. Il nostro martirio notturno è questa sopportazione impossibile. Cominciamo a dormire abbracciati, io e la mia sposa muta, ci svegliamo dandoci la schiena. Una volta avevamo presa l’abitudine di cominciare a piangere appena accesa la luce. Oggi che ci siamo dimenticati di cosa siamo stati, aggrumiamo con la lingua la limatura di denti, facciamo dieci passi – abbracciati per sorreggerci (questo è tutto il nostro amore) – e la sputiamo nel lavandino. Mentre sputiamo ci viene in mente qualcosa (un ricordo di quello che siamo stati), poi ci guardiamo e ci viene da sorridere di tenerezza (noi che abbiamo attraversato il martirio). Stiamo, come cose abbandonate, ogni giorno in questo deserto e mai siamo stati toccati dal dubbio che deserto non sia. La mia sposa è stanca (quanta bontà, quanta sterminata bontà ci vuole per continuare, per continuare così). Con lei bevo vino in bottiglie di plastica. La mia sposa è sterile e io lo sono diventato, di conseguenza. La mia sposa è fedele, gelosa fino all’ossessione. Non mi lascia mai. Si ubriaca con me di quel vino bianco imbottigliato nella plastica verde che beviamo in bicchieri di plastica trasparente. Insieme abbiamo costruito questa possente armatura protettiva. Camminiamo bardati, leggermente ubriachi. Fatichiamo a trascinare questa corazza. Ma noi siamo diventati forti. Ci ostiniamo a precipitare nel silenzio e abbiamo smesso di piangere nella vasca da bagno. Abbiamo smesso di piangere mentre ci laviamo i denti. Siamo diventati forti e muti. Da qui vediamo l’orizzonte e facciamo finta di accettare le predizioni della scimmia che indovina. Pratichiamo l’antico rito, quello dettato dalla Sacra Scrittura che vado compilando, tra vino e polvere di truciolare, quello che ci prepara all’attraversamento. Ci ostiniamo a precipitare nel buio, come vuole l’antico rito. Solo così potremo raggiungere la Luce definitiva, l’abbaglio supremo, quello che brucia gli occhi. Viviamo nel buio perché la nostra speranza dice: Quel giorno, finalmente, smetterete di vedere. Il buio. Imparare a memoria le stanze. Il buio è scuola, bisogna imparare ad amarlo, il buio, il buio educa al silenzio, educa al proprio sterminio, alla propria sparizione. Viviamo nelle tenebre esteriori per spalancare la luce dentro di noi. Siamo questa pasta di luce che ci avvampa, ci istupidisce di felicità per gli attimi rari dello stordimento da troppo buio esteriore. Ci ostiniamo a essere nessuno. La nostra speranza dice: Essere nessuno, non essere visti e non vedere. Ci ostiniamo a morire, a praticare l’eutanasia di sé. La liturgia dell’antico rito dice: Solo la morte è vera. Attraversiamo ogni giorno questo deserto. Stiamo nell’armatura. Pratichiamo l’antico rito. Questo deserto è fitto di strade. Il nostro mondo è tutto chiuso in una via, quella che percorriamo, bardati, quattro volte al giorno. Ogni mattina usciamo dal buio, lasciamo che l’acqua ci tolga di dosso le larve del sogno, indossiamo l’armatura, saliamo sulla nostra auto e partiamo. In questo deserto fluiscono le facce piene di luce. Le facce piene di luce sono la manifestazione del male. La Scrittura che vado compilando dice che la luce del mondo è l’opera del Nemico. Il Nemico spruzza la sua sborra sul mondo in zampilli di luce. Noi, nell’armatura, ci proteggiamo da questa luce. Noi cerchiamo la vera Luce, quella che sta dietro la porta dello spavento supremo. Quella porta sta nelle profondità. Bisogna scendere, prendere confidenza con la terra, coi morti, abituarsi al buio, allo spavento, per raggiungere la vera Luce. Ed è così, nell’armatura, che noi attraversiamo il deserto, circondati dalle facce di luce. Quando entriamo nel capannone dove lavoriamo, facciamo fatica a schermarci dal bagliore lavico che cola su tutto. La macchina enorme che sega pannelli di truciolare ci detta il ritmo della preghiera. Noi stiamo dietro la macchina, nel nostro silenzio, nel nostro buio interiore. Siamo nessuno. Le facce di luce che stanno intorno sono schermate dall’armatura. Il Capo delle facce di luce che stanno nel capannone ogni tanto irrompe nel nostro buio, nella nostra preghiera. Capo Faccia di Luce ci impartisce comandi incomprensibili, spacca le nostre tenebre, sporca il perfetto silenzio dove abitiamo. Non era questo il mondo che volevamo, io e la mia sposa muta. L’antico rito dice: L’ultimo giorno sarà annunciato da una gazzella.
Nella mia compilazione doviziosa, cerco la voce di Dio nel vino. Il vino veicola la voce altrimenti inudibile di Dio. Tracanno il bianco che acquisto nell’osteria situata a duecento metri da casa (il paese in cui viviamo è una fibrosi di vigne, la gente butta fuori sangue e vino, piscia residui di vinaccia, qui, in questo paese, esistono solo il vino e la fabbrica). Il primo vino scende alle 17.30, una volta rientrati in casa, svestiti, purificati dall’abluzione. Gambe di gazzella a guardare i gatti in cortile, poi a guardare i pesci dentro, nella nostra camera nuziale, nel nostro tempio, nella nostra cappella mortuaria dove accettiamo la morte, io a lasciare il primo vino fluire nello stomaco, salire, attraverso la rete venosa, nel cervello, dettare i comandi alle dita che battono la tastiera. Il primo vino apre la porta, e le dita cominciano a picchiettare, il secondo scardina le resistenze e le dita cominciano a percuotere, il terzo rende udibile la voce di Dio e comincia il dettato, quel parlottare da vecchio sputacchiante con cui Dio è uso dettarmi il Vangelo dell’altro regno. La Scrittura arriva al quarto vino, quando il mezzo litro dilaga e precipita verso il litro, e dovreste vedermi mentre giro il capo verso il soffitto, alle pareti, al prato, come a cercare continuamente la sorgente della voce catarrosa di Dio. Gambe di gazzella gioca coi gatti. Io giro il capo in tutte le direzioni e scrivo le parole inudibili di Dio. Invento i mondi della serenità, fingo un mondo dove regnerà unicamente la felicità. Il vino precipita verso il litro e più precipita, più i tasti sembrano scendere da soli, come se fosse Dio a pestarli, è Dio, che ha smesso di esistere in questo mondo da millenni, a pestare i tasti, è questa la redazione del Vangelo dell’altro regno, la Sacra Scrittura compilata per gambe di gazzella, per un amore dell’altro mondo.
Ma ci sono notti in cui il vino non basta. Lo senti che devi arrivare ai quaranta gradi per convincerti che un calcio nei coglioni non fa male. Ma Dio, inizialmente, nei quaranta gradi vede solo la tua confusione. Finge di balbettare, ha vagiti di bambino, a volte miagola, fa scricchiolare il parquet, cadere libri, usa trucchi da film horror per rimestare ancora di più nella tua confusa coscienza teologica. Ma tu hai imparato tutti i trucchi di Dio. Tu cresci come un vecchio nell’apparente confusione alcolica. È proprio in quel punto che Dio si confonde. Tu hai imparato, in allenamenti estenuanti, sfide con la morte che ti stavi per regalare, tu hai i...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il nemico
  4. SOTTO IL SOLE DI LUCIFERO
  5. IL NEMICO. L’amore al tempo delle catacombe
  6. Note
  7. Copyright