«Ciò che Nightmare insegna è che il mostro torna sempre. Se passiamo in rassegna i vari tentativi fatti nel corso della saga per sconfiggerlo, ci troviamo davanti a un documento di sconcertante potenza antropologica che riassume secoli di strategie fallimentari nella battaglia contro il male. Ecco Nancy, primo Nightmare, la ragazza degli anni Ottanta, del “cerca la verità dentro te stessa”, la futura devota di Osho: con un balzo di sconcertante egocentrismo antropomorfo arriva a sostenere che “io ho dato la vita a Freddy, io gliela tolgo”. Per lei è tutto un discorso di energia, basta distogliere la sua attenzione per sottrarre ogni linfa vitale al mostro. Funziona? Non funziona. E che dire di Neil, del terzo Nightmare? Ecco arrivare il classico reduce degli anni Settanta, il rivoluzionario cattocomunista, il dottore buono che salva le ragazze pazze e i tossici: lui il mostro lo capisce, sviscera il suo passato difficile, Freddy è figlio di uno stupro di gruppo su una suora, bisogna seppellire i suoi resti in terra consacrata, ha solo bisogno di essere capito, la nostra bontà cancellerà la sua cattiveria. Funziona? No, Freddy non solo torna, Freddy uccide quei ragazzi problematici che Neil stava salvando. Ma, attenzione, la saga, a un certo punto, si conclude. Una ricetta deve esserci. E chi è l’unica persona che riesce a uccidere veramente Freddy? È Maggie, la figlia. È lei che, nella scena finale, rifiuta tutta l’interazione classica dello scambio padre-figlia: lui che la chiama “principessa”, le chiede di fare le cose “per papà”. No: lei lo rifiuta, e finalmente uccide il mostro. Uccidere il patriarcato: è l’unica soluzione per poter veramente distruggere il mostro annidato nella stanza dei nostri figli.»
Lo so, oggi può sembrare un delirio: ma, all’epoca, quel mix di cinema di serie B e rivoluzione andava molto tra centri sociali, minuscole case editrici e festival che ai relatori non potevano pagare neanche il biglietto del regionale – in accademia, no, ancora non riusciva a farcela: e l’espressione intransitiva dei docenti della commissione mi annunciava (se mai ce ne fosse stato bisogno) che la mia carriera universitaria finiva lì, col titolo di dottore di ricerca.
Che era comunque già qualcosa, per uno che era stato bocciato al primo anno del liceo classico.
Ma non mi stupì che, quel giorno – il giorno in cui proprio io diventavo la persona col titolo di studio più alto dell’intera famiglia Grossi-Giovannetti – nessuno mi fosse venuto a vedere, e che solo zia Toni avesse sentito il bisogno di chiamarmi per sapere come fosse andata la discussione della mia tesi (“Se vedo quei film non dormo” era stata la reazione più positiva dei docenti chiamati a valutarla); no: non mi stupì, perché c’erano cose più importanti.
Ad esempio, che era tornata Perla.
E com’era Perla, la Perla che mi aspettava nel giardino della nonna, la Perla che non vedevo da sette anni?, ammetto di essermela immaginata per tutto il viaggio, anzi, di avere dato per scontato quello che avrei visto: una ragazza che ha superato i trent’anni, ma rimasta identica a quella di diciassette.
Ma la Perla che mi aspettava in giardino era un’altra donna, anzi, propriamente: la Perla che mi aspettava in giardino era una donna.
Una donna magra, anche troppo, col viso sciupato delle persone sottopeso, una ruga profonda tra le sopracciglia e i capelli tagliati corti, tinti di un biondo platino, che le davano un’aria dinamica e stanca, da parrucchiera della periferia romana che a trent’anni ha già un divorzio giudiziario, una cartella in Equitalia e una figlia grande.
Portava dei leggings in finto tessuto jeans e una maglietta a maniche lunghe, bianca, con sopra la scritta Paris e una Tour Eiffel stilizzata: mentre parcheggiavo, mentre cercavo di studiarla il più possibile onde non farle notare il mio sconcerto – quello stupore di fronte a un cambiamento radicale che una trentacinquenne rischiava di interpretare come un “sei proprio invecchiata” – mi concentrai su quella maglietta e pensai di cominciare così:
“Quando sei stata a Parigi?”, ma, per fortuna, non appena ebbi aperto il trasportino, Pablo si lanciò giù dal bagagliaio, si gettò ai suoi piedi e cominciò a farle le feste.
E Perla si chinò e cominciò ad accarezzarlo, a grattarlo sulla pancia, a stringergli il muso, a farsi leccare in faccia.
«Ti piacciono i cani?», non so perché, ma Perla e amore per i cani erano due concetti che non accostavo facilmente.
«È ancora un cucciolo! Quanto ha?»
«Più o meno sette mesi.»
«Oddio!», e già l’avevo persa: già Perla e Pablo stavano correndo nel giardino di mia nonna.
Zia Toni venne a baciarmi sulla nuca, e poi, insieme a me, continuò a osservare quello spettacolo: Perla che non assomigliava più a Perla-la-perla ma alla protagonista di qualche film di Ken Loach su secche e combattive donne proletarie delle Midlands, Perla impegnata a giocare col mio cane in quello che un tempo era stato solo il giardino dei nonni, e che ora era il giardino di tutte le donne di famiglia (“il gineceo felice”, lo chiamava zia Toni, e poi riattaccava subito a litigare con la nonna).
Poi arrivò Ines a saltarmi sulla schiena, rischiando di ribaltarmi a terra: non era più una bambina che potevo portare sulle spalle.
«Che film vediamo stasera?» mi gridò nelle orecchie.
«The Blair Witch Project l’hai visto?»
«Se poi non dorme giuro che…» disse zia Toni.
«È roba da bambini delle elementari…»
«E Nightmare? Lo guardiamo?» chiese Ines, scendendo dalla mia schiena.
«No!» disse zia Toni.
«Zia, è in prima media. Non puoi pensare che alla sua età possa campare di Harry Potter.»
«Nightmare a undici anni?»
«Io voi genitori di oggi non vi capisco. Siete un concentrato di ansia che…»
«Vediamo quando li farai tu, i figli!»
Perla corse verso di noi, con le guance rosse, mentre Pablo continuava a saltarle addosso, addentandole i lembi della maglietta: ma, a lei, che lui facesse a brandelli la sua T-shirt con la scritta Paris non sembrava importare – lanciava dei gridolini divertiti, finché non fu davanti a me: mi abbracciò, mi baciò sulle guance.
Sentii delle lacrime premermi contro le palpebre.
«Tutto bene?»
«Un po’ di allergia» mentii.
«E da quando hai l’allergia?»
«È Roma, le polveri sottili, i gas di scarico…»
«È perché fumi troppo!» sentenziò, dalla cucina, mia mamma.
Fu Pablo a togliermi dall’impasse in cui altrimenti mi sarei sentito chiuso: l’incapacità di trovare argomenti di conversazione con una sorella che non vedevo da sette anni, non frequentavo da quasi venti e con cui l’ultima conversazione era terminata con qualcosa tipo “vaffanculo e sparisci”.
«Un giorno sono arrivato a casa di un’amica, c’era questa cucciolata e lui mi è subito saltato addosso. Non avevo mai pensato di prendermi un cane.»
«Io ho avuto Clara, un pastore corso.»
«Quelli neri giganti?»
«Era una cucciolona. Un giorno all’area cani è stata aggredita da un barboncino, le ho dovuto far dare i punti.»
«Da un barboncino?»
«Ti giuro che succede più spesso di quanto non pensi, coi cani grandi si fa un grande lavoro per fare in modo che non siano aggressivi, i piccoletti invece…»
«E che fine ha fatto?»
Perla si incantò: ebbi la netta sensazione di avere fatto una domanda che non avrei dovuto fare, ma il motivo si perdeva nella mole ingente e sfilacciata di dettagli sulla sua vita che Toni mi aveva rovesciato addosso negli ultimi tempi – c’era qualcosa che riguardava un cane che a un certo punto era scomparso, qualcosa che nessuno aveva capito del tutto.
Erano molte le cose che nessuno aveva capito del tutto.
«Insomma, bionda!» buttai lì, per farle capire che non doveva per forza rispondermi.
Perla si toccò i capelli:
«Bianca, vorrai dire.»
«Davvero? Pure tu?»
«Almeno a te danno un’aria alla Richard Gere.»
«Ma per favore! Mi danno un’aria da vecchio e basta! È la maledizione della mamma: Mauro nemmeno ora ha mezzo capello bianco.»
«Non sai quanto è noioso doverli tingere.»
«Non sai quanto è brutto non poterli tingere! Ti invidio da impazzire.»
«Mica vorrai tingerti i capelli?»
«È una cosa veramente sessista questa cosa che una donna può tingerli, ma se è un uomo a farlo diventa subito Luciano Pavarotti.»
«O von Aschenbach!»
«Ecco, brava. Ero Tadzio, e mi ritrovo von Aschenbach…»
Scoppiammo a ridere insieme, poi Perla mi guardò, con gli occhi pieni di affetto:
«Ma, capelli bianchi a parte, come stai? Mi hanno detto che hai una tua casa… che non solo hai una laurea, hai pure un dottorato!»
«Ho una laurea e un dottorato di ricerca in cinema di serie B, venticinque metri quadri in affitto al settimo piano senza ascensore, nessun lavoro e nessuna speranza di trovarne uno in tempi relativamente brevi, ma tutto bene, grazie.»
Perla mi guardò, lievemente sconcertata: sembrava avere perso l’abitudine a quel tono, al perenne secondo livello a cui eravamo stati addestrati fin dall’infanzia.
«Ma non ti preoccupare: lo troverò, un lavoro. Con tutti i film della exploitation che ho visto, conosco almeno qualche milione di modi di fare a pezzi un corpo. Potrei diventare il consulente di un gruppo paramilitare.»
Niente: continuava a fissarmi, confusa.
«Insomma, e tu?»
«Anch’io devo trovarmi un lavoro. Adesso è troppo lunga da spiegare, ma a Ostia non voglio tornarci», riuscii a rimanere impassibile di fronte a quel suo “adesso è troppo lunga da spiegare”: come se mia zia, mia madre e mia nonna avessero parlato di altro che non fosse lei nel corso dell’ultimo anno. «So che in questo momento posso solo trovare il lavoro che ho sempre fatto, la barista, però non voglio fare questo per sempre. Voglio fare la maturità da privatista.»
«Mi pare giusto.»
«Di solito i miei colleghi avevano il sogno di aprirsi il locale, però a me non mi è mai andato, voglio fare l’università e avere qualcosa in mano.»
«Tipo?»
«Se dovessi ragionare in base ai sogni ti direi che voglio iscrivermi a psicologia. Ma, senti, ho quasi trentaquattro anni: dovrei prendere la laurea, poi fare l’esame di Stato, la specializzazione… Ins...