Thrill with lissome lust of the light,
O man! My man!
Come careering out of the night
Of Pan! Io Pan!
Io Pan! Io Pan! Come over the sea
From Sicily and from Arcady!a
Al suono della vibrante cetra, dei cembali tinnanti, dell’acciarino acuto, del timpano profondo, sopra gli accenti della strofe prima, mosse la danzatrice il piede scalzo nel mezzo della sala, dentro il cerchio magico, la barriera dei nove pentagrammi, delle fiamme, delle Fortezze alle Frontiere dell’Abisso, nei pressi dell’altare, il viso di biacca, di cinabro, vaporosa nei veli candidi, celesti, oro. Brillavano alla luce dei ceri, delle lampe i suoi anelli, le armille, le goliere, il cranio calvo, ballonzolavano a ogni passo le sue mamme, le sue trippe, le sue chiappe. Danzava la prostituta sacra del tempio d’Erice o Agrigento e recitava insieme l’inno a Pan.
Roaming as Bacchus, with fauns and pards
And nymphs and satyrs for thy guards,
On a milk-white ass, come over the sea
To me, to me…b
Piegò il ginocchio, lanciò in alto le braccia, gettò indietro il capo l’antica Gaia ch’era incarnata in lui. In lui ch’era stato il tebano Ankh-f-n-Khonsu, Ko Hsuan discepolo di Lao-Tze, Alessandro VI Borgia, Cagliostro, un giovane morto impiccato, il mago nero Heinrich Van Dorn, Padre Ivan il bibliotecario, un ermafrodita deforme, il medium dalle orecchie mozze Edward Kelley, il dottor John Dee, l’evocatore d’Apollonio di Tyana, il gran cabalista Eliphas Levi, in lui, il gentiluomo di Cambridge, Aleister MacGregor, Laird di Boleskine, principe Chioa Khan, conte Vladimir Svareff, Sir Alastor de Kerval, in lui, la Grande Bestia Selvaggia, To Mega Thérion 666, Il Vagabondo della Desolazione, Aleister Crowley (dàttilo e trochèo).
…come over the sea,
(Io Pan! Io Pan!)
Devil or god, to me, to me,
My man! my man!c
Si levò, si tese, si librò con leggerezza sulle punte, piroettò dentro l’ali a spirali dei suoi veli, nei nembi, nelle falde vaganti delle nuvole d’incenso, nella beatitudine sua interna, nella felice trascendenza dei vapori d’oppio, d’etere, di hashish, di cocaina, delizie che forniva Turi Amatore, l’uomo di Palermo, nel ficus dragonesco a piazza Marina. Ma egli, il Neofita dell’Alba d’Oro e della Rosa Croce, il Frater Perdurabo, il Baphomet, il Maestro del Tempio, il Magus, il Folgorato dalla Rivelazione del Cairo, il Depositario del Liber Legis, l’Angelo Custode stesso, Aiwass l’egizio, il Veggente di sé, il Santo che è per divenire se stesso all’ennesima potenza, l’Ipsissimus, il Capo Visibile dell’Ordine mandato dagli Invisibili delle caverne del Tibet, l’Incarnazione umana del Dio, l’Avatar, il Logos del Nuovo Eone, dell’Era di Horus, del Dio Veniente, sorto dalla morte di ogni altro Dio, egli non temeva veleni, fuochi, lame, assumeva fumi, vapori, sublimazioni di cristalli per giungere all’assoluta trance, alla suprema estasi, alla visione ultima, all’unione, all’immedesimazione con Lui, il Principe d’ogni turpitudine, piacere, d’ogni gioia, il Grande Rivoluzionario, il Signore degli Abissi.
…
Strong as a lion and sharp as an asp
Come, O Come!
I am numb
With the lonely lust of devildom.d
Si liberò con lenti movimenti d’ogni velo, orpello, denudò la rosea carne e si dispose a terra come la cagna in foia o la pingue scrofa che si sgozza sopra l’ara.
Al cenno imperioso della Prima Concubina, della Vergine Guardiana, del Babbuino di Thot, d’Alostrael, di Babalon, della Donna Scarlatta sopra il trono, si staccò dalla parete di figurazioni accese, dalla penombra del tempio e venne al centro il barone Cìcio, il pastore Dafni, in clamide verde, ghirlanda di lauro, battendo con assillo i cembali, saltando. Appresso, la Seconda Concubina, la sorella Cypris, nei capelli oro, nella veste cielo, che tirava per mano, conduceva il trasognato Janu, nudo, sparuto, pelliccetta a màcule torno ai fianchi smilzi.
…O Pan! Io Pan!
Io Pan! Io Pan Pan! Pan Pan! Pan,
I am a man:
Do as thou wilt, as a great god can,
O Pan, Io Pan!…e
Urlava, implorava la Bestia. Mentre che Cypris, tentando d’infiammare Janu con l’arti sue, glielo spingeva addosso. Il capraro restava indifferente. E scrollava la testa sormontata da due corna di capelli attorti, sorrideva vacuo.
Il pastore Dafni l’incitava battendogli all’orecchio il suo metallo, insinuando:
«Dài, Januzzu, dài! Chista è comu na missa, un sacru incarnamentu. Ah, avissi iu un pistuni comu chissu!»
Inutile.
Janu si negò a quella carne che s’offriva, che sussultava là per terra. Si girò annaspando, aggrappandosi a Ninette, la sua compagna. Lei si divincolò e corse via pel terrore del Maestro, della Prima Concubina, ché già l’avean punita, legata per un giorno alla Calura. Janu la seguì come un nutrico che non si stacca dal latte nella poppa, l’ape dal nettare nel fiore.
…Io Pan! Io Pan Pan! Pan!
I am thy mate, I am thy man,
Goat of thy flock, I am gold, I am god,
Flesh to thy bone, flower to thy rod…f
Declamò ancor più forte la danzatrice a terra. Restò immobile. Attese. S’era interrotta ogni musica, ogni nota, sospeso ogni sussurro, fiato, il silenzio freddo era calato nella sala. Si rivoltò sopra la schiena. Guardò avanti a sé la Lampa, il Roveto ardente, la Luce sempiterna sopra l’altare, sopra l’ampolla di cristallo che conteneva l’Olio – olivo mirra cipero cinnamomo – e sopra la Sferza il Pugnale la Catena, sopra la Bacchetta la Spada la Coppa il Libro il Disco la Campana. Si sollevò e appoggiò sui gomiti. Vide intorno a sé il deserto, più vuoto per la presenza trepida, per il sorriso scemo del barone Cìcio. In fondo, oltre la barriera delle fiamme, le cortine degli incensi, oltre le penombre, contro i suoi dipinti, la parete della sua Sistina misterica e oscena, vide, rigida sul trono, macchia sanguigna, oro, remota e astratta, lei, la Scarlatta, la Sacerdotessa, l’Ifigenia del tempio cruento della Tauride, la Guardiana del Sangral, la Cortigiana del Mondo, il Babbuino, lei, Leah, Babalon. Accanto, fermi come statue di zolfo, sale, gli altri thelemiti, sorella Metonith, la donna uomo, il Lupo Jane, l’ombra sopra la tela, Fattrice delle filme americane, e il fratello Genesthai, il Fiore nascente, il marinaio Cecil, il santo potenziale dall’aspetto di teppista. I due fanciulli ancora, Hansi e Howard, Dioniso e Hermes, che fumavano assonnati, distesi sopra stuoie. Il baffuto cocchiere avanti all’uscio sempre in attesa come uno Psicopompo. Sentì ch’era sopraggiunto quel momento, quell’attimo tremendo in cui cadeva dal mondo ogni velario, illusione, inganno, si frantumava ogni finzione, fantasia, s’inceneriva ogni estro, entusiasmo, desiderio, la realtà si rivelava nuda, in tutta l’insopportabile evidenza, cava si faceva la testa, arido il cuore. Il momento in cui gli sembrava di precipitare in un pozzo senza fine, la belva nera della Melanconia lo addentasse in continuo alla gola senza saziarsi. Guardava il mondo in quello stato, si guardava intorno, e ogni cosa gli appariva squallida, perduta. Perduto lui nei suoi quarantacinque anni, vecchio, flaccido, insonne, in preda ormai a smarrimenti, allucinazioni. Grifagna e putrida nei denti, nel fiato, secca e famelica la donna, Leah. Persa con quel caprone nero, quel selvaggio siculo Ninette, la serva, l’ottusa sgualdrinella. E la lesbica turrita e il truce marinaio e l’impotente, l’avaro, il ridicolo barone di provincia… Misera la villa, inospitale, fetida, priva di cessi, acqua, invasa dalle cimici, di caldi e di freddi insopportabili quel luogo… E il patrimonio dileguato, l’ansia costante per la mancanza di denaro… Oh come tutto quel teatro da lui apparecchiato gli apparì d’un tratto orrendo, miserando, come insostenibile la vita!
Allora lui, il Superuomo, che aveva varcato ogni confine, violato ogni legge, che aveva osato l’inosabile, lui, la Grande Bestia dell’Apocalisse, come per prima lo chiamò la madre, il Gran Maestro dei Cavalieri dello Spirito, il Muratore della Grande Opera, il Poeta eccelso, il Pittore magico, lo Scalatore delle vette, l’uomo più malvagio, ridiventava Alick, il fanciullo di Leamighton, il figlio del birraio, l’ostinato predicatore quacchero, della donna gelida, fanatica, che mai gli diede un bacio, e chiedeva aiuto, aiuto!, e prorompeva sconsolatamente in pianto.
Pianse, pianse sussultando nel petto, nella pancia, e le lacrime rigavano la crosta della faccia.
S’alzò la Grande Madre dal suo trono e avanzò con maestà mezzo alla sala, raggiunse l’uomo a terra. Prese nelle sue mani la testa calva, la strinse al seno vizzo, la cullò, versando insieme nell’orecchio parole di conforto.
«The snow, the snow…» implorò la Bestia.
La donna tirò fuori dalle pieghe del saio una scatola d’argento, l’aprì, prese pizzichi di polvere, li sparse sul coperchio e glieli fe’ annusare. L’uomo si ributtò indietro, si ridistese. Attese che montasse l’onda calda, la scossa della gioia, che l’invadesse il dio, che ritornasse nel sangue, scorresse per le vene e l’esaltasse il fuoco chimico di sempre, lo stupore, l’euforia, il rapimento astrale.
Dicono gli Innominabili dell’infinito spaziale, della visione di un luogo che contiene tutti i luoghi, un punto tutti i punti del creato – Aleph, Pentacolo, Matto dei Tarocchi, Fatalità, Assenza d’ogni scopo, Allusione, Immagine del tutto –, ma non disvelano l’evento, nel vorticare tremendo dell’eterno, dell’infinito temporale, d’un tempo che contiene tutti i tempi, un attimo ogni altro attimo. In quest’istante rapido, in quest’immensa stasi, l’uomo rivive tutta la sua vita, come l’impiccato allo stringere del cappio o il ghigliottinato...