Il mulino del Po
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Il mulino del Po

Dio ti salvi - La miseria viene in barca - Mondo vecchio sempre nuovo

  1. 2,142 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il mulino del Po

Dio ti salvi - La miseria viene in barca - Mondo vecchio sempre nuovo

Informazioni su questo libro

Tre generazioni di una famiglia di mugnai fluviali sulle acque e nelle terre intorno a Ferrara, in un secolo di storia d'Italia, dalla ritirata di Napoleone in Russia alla prima guerra mondiale. Il capolavoro del grande scrittore bolognese.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
Print ISBN
9788804420958

Volume terzo

MONDO VECCHIO SEMPRE NUOVO

Capitolo primo

VECCHIE COLPE

I
— Ma voi poi, siete coniugata legalmente con questo Giuseppe Scacerni, detto Coniglio mannaro, attualmente ricoverato e degente nel manicomio provinciale di Ferrara?
Il segretario del comune di Copparo capoluogo, fece questa domanda rapidamente senza levar gli occhi da una delle carte che ingombravano il tavolo dell’ufficio, dove aveva convocato Cecilia. Allo stesso modo, pocanzi, le aveva chieste le generalità sue e del marito, accennandole, senza guardarla, di sedere, senza che lei accettasse l’invito. Non ricevendo adesso risposta, levò gli occhi e interrogò:
— Eh?
— Eh? — fece Cecilia di rimando.
— Con chi parlo?
— E che ne so io? — ribattè lei con una scrollata di spalle infastidita.
— Ehi, dico, siamo qui in due: ho da discorrer da per me come i matti? Parlo con voi, — e in così dire la stizza del segretario cresceva colle parole, — propriamente con voi.
— Eppoi?
— Mi volete far l’eco?
— Mi contenterei di sapere che cosa vuol dire coniugata.
— E sarà dunque detto che nel nostro secolo, — esclamò con enfasi il segretario, — sia possibile tale e siffatta ignoranza?
Aveva levati gli occhi al soffitto, e li fissò nel vuoto rispondendosi:
— È possibile purtroppo, e ne abbiamo le prove ogni giorno, anche, — e battè la mano sui fascicoli di carte polverose, — anche nelle difficoltà che incontriamo nel redigere il registro dello stato civile, tenuto nel cessato regime dai parroci in modo semplicemente deplorevole e scandaloso.
— Allora, visto che davvero parla da solo, — disse Cecilia in atto d’andarsene, — sarà meglio non stare a perdere dell’altro tempo.
E se n’andava davvero se non l’avesse richiamata:
— Ehi, ehi, quella donna, che maniere son queste?
— E lei si spieghi da cristiano, se vuole che io lo capisca.
— Sarebbe come dire che parlo da animale?
— Sarebbe a dire che se ha voglia e tempo di scherzare, io no.
— Insomma, — accondiscese il segretario a spiegare, — coniugata legalmente vuol dire sposata, sposata davanti al curato, come s’usava ai vostri tempi; oggi, davanti al sindaco o chi per esso, facente funzione d’ufficiale di stato civile.
— E io non credevo mai che il comune mettesse della gente lì su quella scranna, e che la pagasse coi nostri soldi, per divertirsi alle nostre spalle e a farci correre, quando abbiamo altro da fare che sentire delle fanfaluche. N’avevo ben il sospetto ma non ci volevo credere del tutto. E mi faccio meraviglia d’uno che pare una persona seria! Dove siamo, dico: ai burattini?
— Finitela, la mia donna!
— Ho bell’e finito. Ma lei sappia che non ho l’uso di sentirmi chiamare: quella donna. Quelli che sanno le creanze di noi molinari, mi dicono, a me: padrona Cecilia. Non che m’importi, ma per buona creanza. E mi domanda se sono stata davanti al curato! Ma ho bell’e finito, e me ne vado.
— Padrona, padronissima, — fece ironico il segretario, — ma non di andarvene, perchè vi faccio fermare dalla guardia comunale.
— Vorrei vedere anche questa!
— La vedrete, se non rispondete a tono e come si deve, parlando all’autorità. E mettetevi in testa che non è proprio per mio gusto e divertimento che v’ho convocata in questo ufficio e che vi interrogo.
— Speriamo, — fece lei un poco intimidita e per niente persuasa.
— Quantunque, a considerare la vostra ignoranza, la mia padrona Cecilia, da divertirsi ci sarebbe! Ma adesso che sapete che cosa significa: siete dunque legalmente coniugata con Giuseppe Scacerni?
— E lei — proruppe daccapo Cecilia — per chi mi prende?
Il segretario perse affatto la pazienza:
— Per il due di briscola, per la regina di coppe, vi prendo! Ma che maniere son queste? E che arroganza? Chi vi credete di essere? Andaste o non andaste dal prete? Rispondete!
— E da chi dovevamo andare? L’ha detto anche lei poco fa, che a quei tempi non usava il sindaco.
— Sta bene. E dove?
Il segretario s’apprestava a scrivere le risposte.
— Dove? A Ferrara.
Rispondendo, una ressa di ricordi spiacevoli s’affoltava alla memoria di Cecilia, senz’esserci ancora rientrati.
— Abitavate a Ferrara, a quei tempi?
— No, stavo alla Guarda, sul mulino, alla piarda delle Nogarole, quella che se l’è portata via la rotta. A Ferrara ero capitata per caso, — soggiunse come per evitare che costui investigasse oltre.
— Ci abitava il Giuseppe Scacerni?
— Neanche lui. Stava in casa d’una sua zia, perchè s’era fatto male ruzzolando le scale.
— Questo non m’importa, e, — disse mentre lei pensava: manco male, — e in che chiesa vi sposaste?
— In che chiesa?
— Fatemi il santo piacere di non ripetere le mie domande a questo modo, e rispondetemi, invece!
— In nessuna chiesa, adesso che mi ci fa pensare.
— E come può essere, in nessuna chiesa?
— Eh, sarebbe una storia lunga!
— E vi ho chiamata apposta perchè me la raccontiate, — disse il segretario posando la penna.
— A lei? — esclamò Cecilia. — Son fatti miei.
— Non tanto, padrona Cecilia, non tanto…
— Non sono fatti miei?
— Andare a letto con uno o con l’altro, questi, per modo di dire, son fatti di chi ci va, e schiavo! Ma il matrimonio, e i figli, e lo stato civile, questi son fatti del comune e dove ci ha da entrare il comune, ed è giusto e legittimo che ci entri.
— Io direi che il comune cominciasse da parlare più come si deve a una donna della mia età!
Già lei c’era venuta di malavoglia a Copparo, e da gente di penna e d’ufficio non s’era aspettato mai nulla di buono; adesso quelle ultime parole incomprensibili le riuscivano malefiziose, senza la giunta di quelle prime svergognate; e tutte insieme le riuscivano odiose per la prepotenza bislacca di voler entrare e rimestare una storia trista, alla quale da anni ed anni nè pensava nè voleva pensare. Ma un’inquietudine la colse:
— I figli, — disse senza attendere che il segretario un po’ interdetto dall’intemerata le replicasse, — mi saprebbe dire come c’entrano i figli?
— Oh bella! Se il matrimonio non fu valido e regolare, i figli sono naturali e illegittimi.
— Sarebbe a dire?
— Bastardi, la mia donna.
— Badi come parla!
— E dalli! Volete che vi si parli con riguardo, eppoi non capite; vi si parla come potete capire, eppoi vi offendete! Mettetevi in testa che se v’interrogo è per bene vostro, e che dimostrare che siete sposata regolarmente, è nell’interesse dei vostri figli.
— E come si fa? — chiese lei stretta dall’inquietudine.
— Oh, lo vedete che non sapete niente, e volete parlare? Lasciatevi insegnare, e rispondete. In che parrocchia foste sposati?
Così dicendo, riprendeva la penna, ma lei:
— Non lo so.
— Bisognerà informarsene.
— Ecco in due parole quel che posso dire, — disse Cecilia ansiosa, — e bastano due parole, perchè lei deve sapere, come ho detto, che colui, Giuseppe Scacerni, s’era trovato a ruzzolare le scale di sua zia a Ferrara, e stava fasciato colla testa ammaccata in paura di morire. E benchè io non ci volessi credere, dovette esser vero, perchè venne un prete e ci sposò lì in casa della zia, come in punto di morte. Mi ricordo che si chiamava l’abate Valmora. Ecco il quanto.
— È una storia impasticciata, ma bisogna cercare nei libri parrocchiali della Guarda, per vedere se il Giuseppe Scacerni presentò la fede di matrimonio, o se no, cercarla in quelli della parrocchia della zia a Ferrara; e se non risulta neanche lì, bisogna cercare in Arcivescovado.
— Di tutto questo io non so niente.
— Ma i figli dove sono stati battezzati?
— Alla Guarda, ma faceva tutto mio marito.
— E avrà avuta una carta, un documento.
— Quello se l’è portato via il Po quando ruppe; se l’è portato via colle case e col giudizio di mio marito, col Ponticin della Pioppa e colla Ca’ Morgosa, voglio dire, quando lui, con quel disastro, ci diventò matto.
— Vi rendete conto, adesso, che è una faccenda intricata?
Se ne rendeva conto, e la spaventava un confuso presentimento che non potesse uscirne altro che danno e tristezza. E il segretario volle intanto una piccola rivincita sull’orgoglio di lei:
— Ma se lui doveva morire, poi, che bisogno c’era di sposarvi?
— Avevamo le nostre ragioni.
— Ah, avevate le vostre ragioni? In quanti mesi erano, le ragioni?
— Non quelle che crede lei! Ma non importa dirle a lei, m’immagino?
— Non importa. Sapete leggere? — soggiunse aprendole una lettera sotto gli occhi.
— Una volta si diceva: chi sa leggere paghi le tasse; oggi non c’è più salvezza, e lo mostra quell’iniquità del macinato! Insomma, non so leggere, benchè il macinato mi tocca di pagarlo lo stesso.
Per renderci conto dell’animo di lei verso l’odiatissima tassa sul macinato, si faccia conto che lo nominava facendo il viso di chi, andandoci soggetto, nomini il mal di denti o di fegato o il mal della pietra.
— Allora, — diceva il segretario, — senza tanti discorsi, sappiate che con questa lettera la direzione del manicomio comunica che lo stato del Giuseppe Scacerni non è più pericoloso nè per lui nè per gli altri; e in conseguenza invita la famiglia a ritirarlo presso di sè ovvero a provvedere che sia ricoverato in un asilo di mentecatti. Insomma, — concluse vedendola sbigottita e frastornata, — non è più matto, ma cretino, e siccome voialtri non siete nullatenenti nè miserabili, ve lo dovete prendere al mulino, mi sono spiegato? Non dico che vi facciano un bel regalo, ma le cose stanno come ho detto. E voi, se è lecito, a che cosa pensate?
— Penso, — disse come da sè, — penso che non so nemmen io a che cosa penso: ma se non ce lo volessi al mulino, costui?
— Se è vostro marito, e in ogni caso i figli, se li ha riconosciuti, dovete prendervelo, oppure metterlo all’asilo, pagando la retta, s’intende.
— Pagando, pagando… Da che è cambiato il governo, non si fa altro. Non per niente è il governo che ha messo il macinato.
— Eppoi? Non siete nullatenenti, voialtri mugnai. Ma sapete che cosa vi consiglio?
— Che cosa?
— Per chiarire la vostra posizione e quella dei figli, mettetevi in mano d’un avvocato.
— Dio scampi e liberi!
— Eppure soltanto un avvocato potrà trovare il capo di questa matassa.
— Già, e come lo pago? Colle annate magre di dopo la rotta? Col macinato?
— E dalli col macinato!
— Lei fa presto a discorrere; ma anche tenere una bocca inutile, e un cretino da badare che non caschi magari in fiume, per una donna che manda avanti la baracca di due mulini coll’aiuto di figli tutti ragazzi, è un bell’intrigo.
— Lo comprendo, e perciò vi ho detto che un avvocato può studiare il vostro caso, e i vostri obblighi, perchè se poi risultasse che colui non fece le cose in regola, sareste libera da obblighi. È vero che salterebber fuori delle altre questioni, e insomma, io vi ho consigliata per il vostro bene.
— Che mi venga un accidente in questo punto, — proruppe Cecilia, — se me lo voglio ritrovar davanti colui!
— Non per entrare nei fatti vostri, ve n’ha fatte molte colui?
— Lasciamo correre, — disse lei riprendendosi. — Me lo dà lei l’indirizzo d’un avvocato?
— A Copparo c’è solo l’avvocato Prosperi.
— L’ho sentito nominare per galantuomo, — disse lei congedandosi.
— E ricordatevi che quando sarà chiarita la vostra posizione nello stato civile, dovrete venire a dichiararla qui in comune.
Mentre andava a cercar dell’avvocato, nel pensiero di Cecilia anche lo stato civile ebbe la sua parte d’improperi. Quegli anni, da poi la rotta del ‘72, erano stati più o meno magri, e per lei tutti difficili e faticosi, e come l’avevano smagrita, così anche l’avevano indurita e fatta poco paziente verso tutto ciò che non fosse la fatica, sempre validamente affrontata.
Adusta e grigia anzi tempo, o per lo meno in confronto della bella donna quale s’era conservata innanzi quegli ultimi anni, dagli stenti appariva per altro invigorita, scabro fusto di lavoratrice faticatora, alla quale non si dava età, se non per dire che gli anni l’avevano temprata, e ridotta a tale che ora a morder su lei si sarebbero consumato il dente. La penuria sempre, spesso la miseria, talvolta la fame s’era fatta risentire sui due mulini, San Michele e Paneperso, con molte e gravi angustie, e sempre con l’ira contro il macinato, che dai fieri tumulti del ‘69 in poi, compendiava in sè nell’animo dei poveri l’odio contro le tasse e i gravami che il Regno s’era trovato nella dura necessità di imporre e di esigere in misura molto più larga e con più rigore assai, che non gli antichi governi, alla memoria dei quali giovavano ormai, oltre la mitezza dei balzelli, la rilassatezza nell’esigerli, e l’effetto degli anni sul ricordo dei dispiaceri passati.
I figli di Cecilia, maschi e femmine, cresciuti intanto alla buona e severa scuola della madre loro, della povertà e del fiume, il quale non aveva risparmiato loro fatiche e traversie da addestrarli e romperli al mestiere, erano ormai, i due maschi maggiori, provetti mugnai, pure serbandosi ubbidienti alla madre e sommessi, come voleva la necessità e disciplina e rispetto di lei, maestra nel mestiere, e l’esempio dato mostrando come aveva saputo cavarsela nelle contingenze più scabrose, al governo di due mulini coll’unico aiuto di un garzone e delle loro forze bambine. Eppoi la necessità di cavarsela da sola, l’abitudine di comandare e d’essere obbedita, l’avevano resa, non che imperiosa, intollerante di contrasti. Sicchè se continuava a ricordare e a dire che per salvar lei e i figli Dio aveva fatto un miracolo nei giorni della rotta, e ch’egli provvede quando l’uomo non sa più che fare, soggiungeva: «Aiutati, che Dio t’aiuta»; e: «Male non fare, paura non avere»; col sottinteso di non aspettarla gratis la grazia del Signore, e la sua misericordia, di non metterla a cimento.
Da un pezzo non pensava più a Coniglio mannaro, altro e meglio avendo a cui badare, e delle sue nozze poi non aveva quasi più ricordo, allorchè queste e lui nella sua peggior figura, era sopraggiunto a rimetterglieli in mente il discorso del segretario comunale. E quelle si sa ch’erano state un ricatto, ma non le era mai balenato il sospetto, prima di quel momento a Copparo, che avesser potuto non esser valide, nè tuttavia concepiva come; ma un tal sospetto bastava a ferirla nell’orgoglio, a indignare la sua probità, a inqu...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Riccardo Bacchelli
  3. Il mulino del Po
  4. RICCARDO BACCHELLI
  5. IL MULINO DEL PO
  6. Volume primo DIO TI SALVI
  7. IN RUSSIA NEL 1812
  8. DIO TI SALVI
  9. Volume secondo LA MISERIA VIENE IN BARCA
  10. Volume terzo MONDO VECCHIO SEMPRE NUOVO
  11. Epilogo
  12. Copyright