Aiken, Carolina del Sud, oggi
Faccio un respiro, scatto sul bordo del sedile e mi sistemo la giacca, mentre la limousine rallenta fino a fermarsi sull’asfalto bollente. I furgoni delle reti televisive aspettano lungo il cordolo, accentuando così l’importanza dell’evento dall’apparenza innocua di questa mattina.
Ma non un solo momento di questa giornata accadrà per caso. In questi ultimi due mesi, da quando mi trovo nella Carolina del Sud, non si è fatto che lavorare affinché le sfumature fossero proprio quelle giuste: adattando le illazioni in modo da insinuare, ma nulla di più.
Non si devono fare dichiarazioni definitive.
Non ancora, almeno.
Non per un bel pezzo, se dipendesse da me.
Vorrei riuscire a dimenticare le ragioni di questo mio ritorno a casa, ma a farmi da costante promemoria basta solo il fatto che mio padre non stia leggendo i suoi appunti né verificando le informazioni fornite da Leslie, la sua super-efficiente responsabile dell’ufficio stampa. Non c’è modo di sfuggire al nemico che viaggia silenzioso in automobile con noi. Si nasconde sul sedile posteriore, sotto il vestito grigio dal taglio impeccabile, ma che adesso casca un po’ troppo abbondante dalle ampie spalle di mio padre.
Papà guarda fuori dal finestrino, la testa piegata di lato. Ha esiliato i suoi assistenti in un’altra vettura insieme a Leslie.
«Ti senti bene?» Mi allungo per rimuovere dal sedile un capello lungo e biondo, il mio, in modo che non gli penzoli dai pantaloni quando uscirà dall’auto. Se mia madre fosse qui tirerebbe fuori una di quelle spazzoline anti-pelucchi, ma è rimasta a casa a predisporre il nostro secondo evento della giornata: una foto di Natale della famiglia che dev’essere scattata con mesi d’anticipo, nel caso in cui la prognosi di papà dovesse peggiorare.
Siede un po’ più dritto, solleva la testa. Per effetto dell’elettricità statica i folti capelli grigi gli stanno dritti e scomposti. Vorrei lisciarglieli, ma mi trattengo. Potrebbe essere vista come una violazione del protocollo.
Se mia madre è intimamente coinvolta nei piccoli aspetti delle nostre vite, come spazzolare i pelucchi e pianificare una foto di Natale a luglio, mio padre è tutto l’opposto. È distaccato: un’isola di granitica mascolinità in un arcipelago di donne. So che ha profondamente a cuore mia madre, le mie due sorelle e me, ma di rado esprime questo sentimento ad alta voce. So inoltre di essere la sua preferita, ma anche quella che maggiormente lo disorienta. È figlio di un’epoca in cui le donne andavano al college per assicurarsi un buon matrimonio. Non è ancora sicuro di che cosa fare di una figlia trentenne uscita col massimo dei voti dalla facoltà di giurisprudenza della Columbia di New York, e che nel mondo spietato di una procura distrettuale, a dire il vero, si trova bene.
Qualunque sia la ragione – magari solo perché in famiglia i ruoli di figlia perfezionista e dolce figliola erano già stati assegnati – sono sempre stata la figlia cervellona. Mi piaceva la scuola ed era scontato che sarei stata la portabandiera di famiglia, la sostituta del figlio maschio, quella che avrebbe preso il posto di papà. Ma ho sempre creduto che sarei stata più vecchia quando fosse successo, e sarei stata pronta.
Adesso guardo mio padre e penso: Come puoi non volerlo, Avery? Questo è ciò per cui lui ha lavorato tutta la vita. Ciò per cui generazioni di Stafford hanno sgobbato fin dalla Guerra d’Indipendenza, per amor del cielo. La nostra famiglia si è sempre tenuta forte alla fune maestra della pubblica amministrazione. Papà non fa eccezione. Fin dall’Accademia militare di West Point e dal servizio nell’aviazione dell’esercito prima che io nascessi, ha tenuto alto il nome di famiglia, con dignità e determinazione.
È ovvio che lo vuoi, mi dico. L’hai sempre voluto. Solo non ti aspettavi che accadesse ora, e non in questo modo. Tutto qui.
Mi aggrappo segretamente, con tutte le dita, alla migliore delle ipotesi. I nemici saranno sgominati su entrambi i fronti: politico e medico. Mio padre guarirà grazie all’intervento chirurgico che lo ha rimandato a casa in anticipo dalla seduta elettorale estiva, e alla pompa chemioterapica che deve indossare fissata alla gamba ogni tre settimane. Il mio ritorno a casa ad Aiken sarà solo transitorio.
Il cancro non farà più parte della nostra vita.
Può essere sconfitto. Altri ce l’hanno fatta, e se c’è qualcuno che ce la può fare, quello è il senatore Wells Stafford.
Non esiste da nessuna parte un uomo più forte o migliore di mio papà.
«Pronta?» mi domanda, rassettandosi il vestito. È un sollievo vederlo darsi una lisciata ai capelli, eliminando così quella cresta di gallo che aveva in testa. Non sono pronta a varcare il confine tra figlia e badante.
«Ti seguo a ruota.» Farei qualunque cosa per lui, ma spero che ci vogliano ancora molti anni prima che la vita ci obblighi a un’inversione dei ruoli di genitore e figlia. Ho visto quanto sia dura, osservando mio padre lottare nel prendere decisioni per sua madre.
Mia nonna Judy, un tempo acuta e vivace, oggi non è che il fantasma di se stessa. Per quanto sia doloroso, papà non può parlarne con nessuno. Se i media si attaccassero al fatto che l’abbiamo trasferita in un istituto, specialmente così esclusivo, in una magnifica tenuta a nemmeno dieci chilometri da qui, la situazione sarebbe senza via d’uscita, politicamente parlando. Visto l’emergente scandalo su decessi ingiustificati e casi di maltrattamento avvenuti in strutture per anziani del nostro Stato, i nemici politici di papà farebbero notare che il massimo dell’assistenza possono permetterselo solo quelli con i soldi, arrivando magari ad accusarlo di aver parcheggiato la madre in un istituto perché è un bruto dal cuore duro a cui degli anziani non importa niente. Direbbero che chiuderebbe allegramente gli occhi sulle necessità dei più deboli, quando questo dovesse favorire i suoi amici e i finanziatori della sua campagna.
La verità è che le decisioni che ha preso per nonna Judy non hanno niente a che vedere con la politica. Siamo come qualsiasi altra famiglia. Ogni possibile alternativa è lastricata di sensi di colpa, costeggiata dal dolore e sfregiata di vergogna. Proviamo imbarazzo per la nonna. E siamo preoccupate per lei. Ci affligge il pensiero di dove questa crudele discesa nella demenza senile possa condurre. Prima di decidere di trasferirla alla casa di riposo, mia nonna era sfuggita alla badante e al personale di casa. Aveva chiamato un taxi, era sparita per un’intera giornata e finalmente era stata ritrovata mentre vagava in un complesso di uffici che un tempo era il suo centro commerciale preferito. Come ci fosse riuscita quando non si ricorda nemmeno i nostri nomi, resta un mistero.
Stamattina indosso uno dei suoi gioielli preferiti. Me lo sento al polso mentre scivolo fuori dalla portiera della limousine. Fingo di aver scelto il bracciale con le libellule in suo onore, mentre in realtà è il muto promemoria di quanto le donne Stafford facciano ciò che dev’essere fatto, anche contro la loro stessa volontà. La sede dell’evento di questa mattina mi mette a disagio. Non mi sono mai piaciute le case di riposo.
Non è che una semplice visita di cortesia, mi dico. La stampa è qui per coprire l’evento, non per fare domande. Scambieremo qualche stretta di mano, visiteremo l’edificio. Ci uniremo ai residenti per celebrare il compleanno di una donna che sta per diventare centenaria. Suo marito ne ha novantanove. Una vera prodezza.
In corridoio l’odore è molto intenso, come se qualcuno avesse scatenato i tre gemelli di mia sorella armati di disinfettante spray. L’aria è satura di una fragranza artificiale al gelsomino. Leslie annusa e approva con un cenno, mentre con un fotografo e svariati stagisti e assistenti si dispone al nostro fianco. Per questa comparsata non sono previste guardie del corpo. Non c’è dubbio che siano andate avanti per prepararsi all’assemblea in municipio di questo pomeriggio. Nel corso degli anni, mio padre ha ricevuto minacce di morte da gruppi radicali e milizie di estrema destra, così come da numerosi altri squinternati che sostenevano di essere cecchini, bioterroristi e rapitori. Di rado lui prende sul serio simili minacce, cosa che invece fanno gli addetti alla sua sicurezza.
Girato l’angolo, veniamo accolti dalla direttrice dell’istituto e da due altre troupe armate di telecamera. Noi camminiamo. Loro filmano. Papà spinge a tutto gas sullo charme. Stringe mani, posa per le foto, si prende il tempo di parlare con la gente, si china sulle sedie a rotelle e ringrazia le infermiere per il lavoro difficile e impegnativo in cui mettono tutte se stesse giorno dopo giorno.
Io seguo la corrente e faccio altrettanto. Un affascinante vecchietto con una bombetta in tweed flirta con me. In un delizioso accento britannico, mi dice che ho dei begli occhi blu. «Se fossi di cinquant’anni più giovane, l’affascinerei al punto da farle dire sì a un appuntamento» scherza.
«Credo che ci sia già riuscito» rispondo, e ridiamo.
Una delle infermiere mi avverte che il signor McMorris è un Don Giovanni dai capelli d’argento. Lui le fa l’occhiolino, tanto per darne prova.
Mentre passeggiamo lungo il corridoio verso la festa di compleanno organizzata per la centenaria, mi accorgo che in realtà mi sto divertendo. Qui la gente sembra contenta. Non è lussuoso come l’istituto di nonna Judy, ma non ha niente a che vedere con le strutture carenti di personale denunciate nella recente sfilza di cause legali. Con ogni probabilità, nessuno dei querelanti vedrà mai un centesimo, indipendentemente dal tipo di risarcimento che sarà loro attribuito dai giudici. Gli sponsor finanziari dietro la catena delle case di riposo usano un network di holding e società fittizie che possono facilmente mandare in bancarotta per evitare di sborsare gli indennizzi. Che è la ragione per cui la rivelazione dei legami fra una di queste catene e uno dei più vecchi amici e maggiori finanziatori di mio padre è stata così potenzialmente devastante. Papà è una personalità in vista contro la quale è possibile puntare il dito e indirizzare il pubblico sdegno.
Rabbia e biasimo sono armi potenti. L’opposizione lo sa bene.
Nella sala comune è stato allestito un piccolo podio. Mi defilo andando a sedere di lato insieme al seguito. Scelgo un posto accanto alla porta a vetri che dà su un giardino ombreggiato, dove fiori di tutti i colori sbocciano malgrado il feroce caldo estivo.
Su uno dei vialetti, c’è una donna in piedi, da sola. Guarda in un’altra direzione, gli occhi fissi in lontananza, apparentemente ignara della festa. Le mani posate su un bastone. Indossa un semplice abitino di cotone tinta crema e un golfino bianco nonostante la calura. I capelli folti e grigi sono intrecciati intorno alla testa, un’acconciatura che, insieme al vestito incolore, la rende quasi simile a uno spettro, residuo di un passato ormai dimenticato. I tralicci del glicine stormiscono mossi da una brezza che tuttavia pare non sfiorarla, amplificando la sensazione che lei non sia reale.
Rivolgo l’attenzione alla direttrice della casa di riposo. Dà a tutti il benvenuto e promuove la ragione dell’incontro odierno: dopotutto, raggiungere un intero secolo di vita non è cosa di tutti i giorni. Essere stata sposata per la gran parte di quegli anni e avere ancora l’amato al proprio fianco è persino più sorprendente. Davvero un evento degno della visita di un senatore.
Per non parlare del fatto che questa coppia è stata fra i supporter di mio padre fin dai suoi giorni di governo nello Stato della Carolina del Sud. Tecnicamente, lo conoscono da ancor più tempo di me, e gli sono quasi altrettanto devoti. Alla menzione del nome di mio padre, la festeggiata e il suo consorte applaudono con entusiasmo, tenendo ben alte le mani scheletriche.
La direttrice racconta la storia dei due dolcissimi innamorati appollaiati al tavolo centrale. Luci nacque in Francia quando le strade erano ancora percorse da carrozze trainate da cavalli. È perfino difficile da immaginare. Durante la Seconda guerra mondiale partecipò alla Resistenza francese. Suo marito Frank, pilota di caccia americani, venne abbattuto durante un combattimento. La loro impetuosa storia d’amore sembra tratta da un film. Luci, che apparteneva a una rete clandestina, lo aiutò a camuffarsi e lo fece uscire di nascosto e incolume dal paese. Finita la guerra, lui tornò a cercarla. Lei viveva ancora nella stessa fattoria con la sua famiglia, tutti rintanati in uno scantinato, la sola parte della casa che fosse rimasta in piedi.
Gli eventi che queste due persone hanno superato mi riempiono di stupore. Ecco ciò che è possibile quando l’amore è sincero e profondo, quando le persone si votano l’una all’altra, quando sono disposte a sacrificare tutto pur di stare insieme. Ed è quello che vorrei per me, ma a volte mi chiedo se per la mia generazione una cosa simile sia del tutto possibile. Siamo sempre così distratti, così… impegnati.
Abbasso gli occhi sul mio anello di fidanzamento. Io ed Elliot abbiamo tutte le carte in regola, penso. Ci conosciamo così bene. Siamo sempre stati molto vicini…
Afferrando il braccio del suo cavaliere, la festeggiata si issa lentamente dalla sedia. Avanzano insieme, curvi e sbilenchi. Una visione dolce e strappacuore. Auguro ai miei genitori di vivere questa fase matura della vita. Spero che possano godere di una lunga pensione… un giorno… in futuro, quando mio padre deciderà finalmente di scalare una marcia. Questo male non può prenderselo a soli cinquantasette anni. È troppo giovane. Troppo disperatamente necessario, alla sua famiglia e al mondo. Ha ancora del lavoro da fare. Dopodiché, anche i miei genitori meriteranno un po’ di tranquillità, con il quieto passare delle stagioni e del tempo da trascorrere insieme.
Mi sento invadere da un sentimento di tenerezza e respingo i pensieri. Nessuna manifestazione emotiva in pubblico, è l’esortazione frequente di Leslie. Le donne in questo ambiente non se lo possono permettere. Viene interpretato come incompetenza, o debolezza.
Come se non lo sapessi già. Un’aula di tribunale non è molto diversa. Le donne avvocato sono sempre sotto processo in più di un senso. Dobbiamo giocare secondo regole diverse.
Quando si incontrano vicino al podio, mio padre rivolge a Frank il saluto militare. L’uomo si ferma, impettito, e restituisce l’onore con precisione marziale. I loro sguard...