7 giorni 7 vite
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7 giorni 7 vite

  1. 228 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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7 giorni 7 vite

Informazioni su questo libro

Léo è un diciassettenne come tanti, voti mediocri, insicuro, interessato solo a guardare film su Netflix e a leggere manga. Vive con la famiglia a Valmy-sur-Lac, cittadina di provincia piuttosto grigia, e conta le ore che lo separano dalla fine dell'anno scolastico. Di lì a poco, infatti, non solo finiranno le lezioni, ma avrà luogo la festa del liceo, un'occasione imperdibile - così pensa Léo - per riconquistare l'ex fidanzata Valentine. Quest'anno, poi, si tratta di un evento particolarmente speciale, perché verrà organizzato in omaggio a Jessica Stein, una studentessa uccisa esattamente trent'anni prima proprio durante il ballo.

Una domenica mattina accade l'impensabile: Léo non solo si sveglia nel corpo di un altro ragazzo, ma lo fa proprio nei giorni che precedono la morte di Jessica. Da questo momento, e per il resto della settimana, ogni sua giornata si svolgerà due volte. Una nel passato, in un corpo ogni giorno differente, e una nel presente. Di qui l'idea: e se ne approfittasse per impedire l'omicidio di Jessica e scoprire l'identità dell'assassino?

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804724926
eBook ISBN
9788835716884

SEI GIORNI PRIMA…

SABATO

1

Non siamo liberi di fare niente.
Quando in camera mia parte la suoneria dell’iPhone, prima apro faticosamente un occhio, poi emetto un sospiro di stanchezza.
Sono le sette e mezzo e le cifre luminose lampeggiano sullo schermo appoggiato a terra. Una musichetta accompagna l’insieme. Allungo la mano e disattivo la sveglia. In automatico.
Per la maggior parte dei miei coetanei il sabato mattina vuol dire poltrire a letto. Per me no. Fuori un uccellino vola via emettendo un fischio nervoso. Credo che anche lui avrebbe voluto dormire un altro po’.
Tiro via le lenzuola e mi apro un varco nel percorso a ostacoli di camera mia. La stanza è una specie di allegra babele, con tazze di cereali mezze vuote impilate sulla scrivania, calzini sistemati ad arte nei posti più improbabili e tonnellate di manga buttati qua e là sul parquet. Il computer è rimasto collegato tutta la notte e sputa in sordina le note di una canzone dei Vampire Weekend, This Life. Dalla parete un vecchio poster di Rocky III, comprato in un mercatino vintage, mi lancia uno sguardo d’acciaio. “Gli occhi della tigre” dice la locandina. Per quanto mi riguarda, a quest’ora sarebbe più adatto l’occhio da pesce lesso. Ma come titolo sarebbe meno accattivante, immagino.
“Ti vuoi proprio far del male, eh?” mi ha chiesto Areski quando gli ho comunicato che avevo deciso di fare sport tutti i sabati mattina.
Per lui era l’incastro perfetto di due concetti assurdi già di per sé: 1) lo sport e 2) il sabato mattina.
“Il sabato mattina non esiste. Il sabato comincia a mezzogiorno. È il principio stesso del sabato.”
Mi libero dai pantaloni del pigiama ed esco dalla mia stanza con l’iPhone in mano. Sulla porta è appeso un poster di “One-Punch Man”, corredato dalla scritta VIETATO ENTRARE. Faccio finta di dargli un pugno, poi mi infilo sotto la doccia solo dopo aver messo la mia playlist “Sabato mattina”. Mio padre impazzisce – intendo: a vedermi sempre con lo smartphone in mano ovunque vado, anche in bagno. Mia madre è più comprensiva. “Ricordati che ai nostri tempi avevamo sempre un walkman sulle orecchie” gli dice. “In fondo era la stessa cosa.” Parla di quei vecchi aggeggi che leggevano le audiocassette – ne ho visti nello stesso mercatino dove ho comprato il poster di Rocky III. Il più delle volte mio padre si limita a brontolare, a borbottare che no, non era la stessa cosa, e si richiude nel suo solito mutismo. È un tipo piuttosto silenzioso. Mia madre preferisce la parola “taciturno”. Non so cosa vuol dire di preciso, ma immagino che sia qualcosa tipo “chiuso e irascibile”. Se così fosse, allora sì. È un tipo piuttosto taciturno.
Quando esco dal bagno e scendo in cucina non c’è nessuno. Ho addosso un vecchio pantalone della tuta con strisce fluo e la maglietta di “Stranger Things”. Prima di uscire, la mamma ha lasciato un biglietto sul frigo. Papà, invece, russa al piano di sopra. A differenza di lei, non deve alzarsi alle sei per lavorare come commesso in un negozio di scarpe dalla parte opposta del dipartimento. A conti fatti, essere disoccupati non porta soltanto svantaggi.
Mentre mando giù una mug di caffè nero, stacco il biglietto dal frigo – un pezzetto di carta piegato a metà e infilato sotto una calamita di Paperone. È la lista della spesa scribacchiata a penna in diversi colori, che inizia con un messaggio in rosso: “Léo, puoi andare al negozio di alimentari? Grazie grazie!”. Pane, pasta, insalata, fette biscottate, prosciutto. Il solito menu. Non molto sofisticato, lo so. Ma di sicuro non ci possiamo permettere caviale tutte le sere.
Accanto alla lista la mamma ha disegnato un cuore con dentro la parola “baci”. Mi affretto a nascondere il bigliettino nella tasca della tuta, per paura che se ne accorga qualcuno. Un giorno dovranno prendersi la briga di ricordarle che ho diciassette anni.
Quando esco di casa, un cielo senza nuvole si estende a perdita d’occhio. Non sono ancora le otto, ma il sole batte già forte e sento una goccia scendermi lungo la schiena. Il jogging settimanale rischia davvero di concludersi in un bagno di sudore. Non importa. Ho bisogno di allenarmi per affrontare la settimana che viene. Tra nove giorni iniziano le prove d’esame di francese. Poi le vacanze estive: le ultime prima dell’anno conclusivo, l’esame di stato, l’università, l’età adulta, il mondo del lavoro e altre simili amenità. Ma la cosa più strana è che a me non importa niente di tutto ciò.
In realtà l’unica cosa che mi interessa è la festa di fine anno di venerdì prossimo.
Mentre comincio a sgambettare, mi metto a fare i calcoli. Compreso oggi, mi restano sette giorni. Poco meno di centocinquanta ore per riconquistare Valentine e convincerla a tornare con me. Mi sembra fattibile. Sempre che io riesca ad arrivarci vivo. Tra il lavoro nel negozio Vidéo 2000, il pugilato, il ripasso per l’esame di francese e i miei genitori problematici da gestire, la vedo dura.
Ma non sono uno che si scoraggia facilmente.
“Gli occhi della tigre, Léo. Gli occhi della tigre!”
Attorno a me le case si somigliano tutte. Sembra che non siano state costruite per davvero, ma soltanto appoggiate una accanto all’altra. Anzi, deve essere andata proprio così. A poco a poco allungo la falcata, rallento il respiro e trovo gradualmente il mio ritmo di corsa. Nelle orecchie la playlist “Sabato mattina” ha ceduto il posto a un’altra intitolata “Jogging”, e le note dei Justice in Safe and Sound accompagnano il battito regolare delle mie sneaker sull’asfalto.
La palestra è a poco più di due chilometri, se si passa dallo stadio comunale. Però questa mattina decido di imboccare un’altra strada, di tagliare per i sentieri che portano al lago e risalgono attraverso il bosco. È un po’ più lunga, ma almeno sarà in ombra. A ogni modo non ho fretta.
La settimana prima o poi finirà.
Valmy-sur-Lac è una cittadina di provincia, simile a migliaia di altre, circondata dalle montagne e costruita sulle rive di un lago dalle acque scure che ha ispirato una serie di storie terrificanti e dicerie lugubri. Conoscete la leggenda metropolitana della coppia di adolescenti che cerca un posto tranquillo per baciarsi e si imbatte in un maniaco armato di uncino? Oppure quella del tizio che dà un passaggio a una dama bianca? Immagino che esistano ovunque. Bene, a Valmy si svolgono sempre attorno al lago. Non è il posto più brutto del mondo ma, in tutta onestà, non è nemmeno il più eccitante.
La provinciale è deserta a quest’ora, la attraverso e mi inoltro nel sentiero che taglia il bosco. Da lontano intravedo lo stadio comunale sovrastato dagli alti proiettori. Proprio qui, sei mesi fa, Valentine mi ha annunciato che non le piacevo più.
Tra tutto, eravamo usciti un mese e mezzo.
Sei settimane.
Mille e otto ore.
Il sentiero sterrato non è molto adatto a correre, e più volte sento le sneaker sdrucciolare sul terreno.
“Non è colpa tua” mi ha assicurato lei. “Sono io. Sono molto confusa. Ho bisogno di fare il punto su me stessa, capisci?”
In quel momento ci trovavamo al bar dello stadio comunale, durante una partita di calcio tra la squadra del nostro liceo e quella di Saint-Péray. Per la sorpresa mi deve essere sfuggito di mano il bicchiere di plastica pieno di birra. Dagli altoparlanti sopra di noi la radio trasmetteva una canzone un po’ schifosa. Gli Scorpions o qualcosa del genere. Cazzo, Still Loving You. Di sicuro.
“No, non capisco” mi sono limitato a rispondere deglutendo a fatica.
Lei ha inclinato la testa, e sospirando mi ha posato teneramente la mano sulla guancia: “Oh, Léo, non rendermi le cose più difficili”.
La settimana dopo aveva già fatto il punto su se stessa, a quanto pare, visto che usciva con Jérémy Claquard e faceva in modo che lo sapessero tutti. Baci languidi all’entrata e all’uscita da scuola, scambi di paroline dolci a mensa, passeggiate mano nella mano nel cortile del liceo: non mi è stato risparmiato niente. “Fare il punto su se stessi”: dicono che i grandi maestri spirituali ci impiegano una vita intera. Che scarsi. Valentine aveva sistemato tutto in una settimana, e in più era riuscita a farsi il tizio più popolare del liceo, il figo di turno – che indossa magliette attillate, suona la chitarra in un gruppo rock e mastica di continuo la stessa gomma immaginaria.
Risalgo il sentiero sterrato accelerando la falcata e cercando di evitare i rami di pino che mi frustano il viso.
Per me, ovviamente, l’umiliazione è stata totale. Tra l’altro Areski non mancava di farmelo notare: “Cazzo, bro! Scaricato come un sacco della spazzatura! Bum! Che botta, Léo!”.
E in genere accompagnava le sue dichiarazioni con gesti eloquenti. Tanto per infilare il dito nella piaga.
“Grazie, bro, sei un amico.”
“Però devi tornare con i piedi per terra. Cosa credevi? Valentine Beaupain con Léo Belami? Sarebbe come… non so…”
“Se non lo sai, non dirlo.”
“…degustare uno champagne con un panino al tonno del supermercato.”
Ad Areski piacciono i paragoni culinari. Da grande vorrebbe diventare chef e aprire un ristorante. Sarebbe il primo grande chef “arabo e handicappato”, come dice lui. Si muove in carrozzella dall’età di otto anni.
Ero conscio che qualcosa non quadrava quando Valentine si era interessata a me. Lei: ragazza brillante, caporedattrice del giornale del liceo, rappresentante di classe, carina, slanciata, eccetera. E io: ragazzo banale, con voti mediocri, insicuro, interessato solo a guardare film su Netflix e a leggere manga. Per niente epico, lo so.
Per questo avevo deciso di darmi allo sport: per dimostrare che anch’io potevo diventare un cretino decerebrato. Forse, se avessi messo su un po’ di muscoli, Valentine avrebbe accettato di ridiventare la mia ragazza? Dopotutto cos’aveva più di me Jérémy Claquard, a parte i bicipiti?
Per raggiungere il mio obiettivo il programma era semplice: jogging settimanale e ore di pugilato su un sacco da boxe consumato in fondo alla palestra comunale. Alla vecchia maniera. Tipo Rocky III.
The eye of the fucking tiger!
Rimango buona parte della matt...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 7 GIORNI 7 VITE
  4. SEI GIORNI PRIMA...
  5. Playlist
  6. Ringraziamenti
  7. Copyright