L'oscuro visibile
eBook - ePub

L'oscuro visibile

  1. 384 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'oscuro visibile

Informazioni su questo libro

Dalle fiamme della Londra bombardata, emerge un bambino: indelebilmente ferito nel corpo e nell'anima, sembra provenire dal nulla. Chi è, cos'è, per cosa è il piccolo Matty? Egli stesso se lo chiede febbrilmente per tutto lo scorrere del romanzo, dal Blitz aereo sulla capitale britannica agli attentati degli anni Settanta. Attorno a lui, una serie di comprimari altrettanto inafferrabili, dall'odioso Pedigree alle apparentemente angeliche gemelle Sophy e Toni. Tra slanci mistici e minuziose descrizioni dell'Inghilterra contemporanea, episodi tragici e toni grotteschi, Golding racconta un mondo in cui nessuna armonia è possibile e il gioco delle parti tra Buoni e Malvagi si rovescia di continuo. Tutti, alla fine, sono colpevoli. Di non aver saputo capire, di non avere avuto pietà.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804745815
eBook ISBN
9788835716310
Parte seconda

SOPHY

VIII

Quello che la signora Goodchild aveva detto al signor Goodchild era decisamente vero. Le gemelle, Sophy e Toni Stanhope, erano tutto l’una per l’altra e trovavano la cosa detestabile. Se fossero state identiche forse sarebbe stato meglio, ma erano diverse come il giorno e la notte, night and day you are the one,1 notte e giorno. Persino una settimana prima del loro decimo compleanno, quando Matty le vide, Sophy aveva un’idea precisa quanto alla loro diversità. Sapeva che Toni aveva braccia e gambe più esili e una curva rosata meno morbida dalla gola fin giù tra le gambe. Le caviglie, le ginocchia e i gomiti di Toni erano più nodosi, e il suo viso, come le braccia e le gambe, era più magro. Aveva grandi occhi castani e dei capelli ridicoli. Erano lunghi e sottili. Non erano molto più folti di… be’, fossero stati più radi di così non ci sarebbero stati per niente: e, quasi si preparassero a scomparire, si erano completamente disfatti del loro colore. Sophy per contro sapeva di vivere alla sommità di un corpo più liscio, più rotondo e più forte, dentro a una testa totalmente coperta da riccioli scuri. Guardava attraverso occhi un po’ più piccoli di quelli di Toni, circondati da un fitto di lunghe ciglia scure. Sophy era bianca e rosa, ma la pelle di Toni, come i suoi capelli, non aveva colore. Era quasi trasparente; e Sophy, senza curarsi di sapere come faceva a saperlo, conosceva piuttosto bene la Toni-tà dell’essere che viveva più o meno là dentro. “Più o meno” era il massimo che si potesse dire, perché Toni non viveva interamente dentro la testa alla sommità, ma qua e là, in simbiosi con il suo corpo esile. Aveva il vezzo di inginocchiarsi guardando in su senza dire niente, cosa che sortiva un effetto curioso su tutti gli adulti presenti. Andavano in solluchero. La cosa era tanto più irritante in quanto Sophy sapeva che in queste occasioni Toni non faceva proprio niente. Non pensava, non sentiva e non esisteva. Era semplicemente scivolata via da se stessa come un fil di fumo. Dio, quegli enormi occhi castani, che guardavano in su da sotto cascate di capelli bianchi come lenzuola! Era una magia e funzionava. Quando succedeva, Sophy avrebbe desiderato scomparire dentro di sé, oppure ricordava i preziosi momenti in cui non c’era nessuna Toni. In uno di questi momenti, c’era una stanza tutta piena di bambini e di musica. Sophy riusciva a fare il passo di danza e le sarebbe piaciuto farlo per sempre: un, due, tre, ohp, un, due, tre, ohp; calmo piacere per come il tre portava sempre l’altra gamba a fare un salto per te, e, per qualche motivo, niente Toni. E piacere anche perché alcuni dei bambini non riuscivano a fare una cosa tanto semplice e gradevole.
C’era anche la lunga piazza. In seguito la pensò come il rettangolo, certo, ma quel che contava davvero era che aveva avuto papà tutto per lei, ed era stato proprio papà a proporre una passeggiata, procurandole un turbamento così delizioso che solo in seguito aveva capito perché l’aveva fatto. Avrebbe potuto causargli qualche turbamento, se avesse sentito la mancanza di Toni! Ma quale che fosse il motivo, lui la prese proprio per mano, e insieme, lei con il braccino alzato a guardare – bah! – piena di fiducia quel bel volto, avevano sceso i due gradini, oltrepassato i piccoli riquadri d’erba, giungendo sul marciapiede. Lui l’aveva corteggiata, non c’è altra espressione per dirlo. Aveva svoltato a destra e le aveva mostrato la libreria della porta accanto. Poi si erano fermati a guardare la grande vetrina delle Ferramenta Frankley’s e lui le aveva parlato delle falciatrici e degli attrezzi da giardino dicendole che i fiori erano di plastica e poi l’aveva condotta oltre la fila di casette sormontate da un’insegna con delle scritte. Le aveva detto che erano ospizi per le donne alle quali erano morti i mariti. Poi l’aveva fatta svoltare a destra lungo un viottolo stretto, un sentierino, e poi, attraverso un passaggio chiuso da un cancelletto girevole, si erano ritrovati sull’alzaia lungo il canale. Quindi le aveva parlato delle chiatte e le aveva raccontato che un tempo c’erano i cavalli. Svoltò ancora a destra e si fermò davanti a una porta verde nel muro di cinta. Improvvisamente lei capì. Fu come fare un passo nuovo, imparare una cosa nuova, il posto intero divenne nuovo. S’avvide che la porta verde era in fondo al vialetto del loro giardino e che già lui si stava annoiando splendidamente lì sull’alzaia davanti alla vernice scrostata. Allora lei corse avanti, giungendo troppo vicino all’acqua, ed egli l’afferrò come lei voleva ma con rabbia, proprio sui gradini che salivano l’Old Bridge. La trascinò letteralmente sopra quelli. Lei cercò di convincerlo a fermarsi al gabinetto pubblico alla sommità ma lui non ne volle sapere. Cercò di farlo continuare dritto dopo che lui aveva svoltato di nuovo a destra, cercò di tirarselo dietro su per la High Street ma lui non volle, svoltarono a destra e là c’era la facciata della casa. L’avevano aggirata tornando al punto di partenza e lei sapeva che il padre era annoiato, arrabbiato e che sperava di cuore di trovare qualcun altro che si occupasse di lei.
Era stato nell’atrio che aveva avuto luogo la breve conversazione.
«Papà, tornerà la mamma?»
«Ma certo.»
«E Toni?»
«Senti, piccola, non devi preoccuparti. Certo che torneranno!»
A bocca aperta lo aveva seguito con lo sguardo mentre egli spariva dentro la sua stanza della rubrica. Era troppo piccola per dire la cosa che aveva in mente, che sarebbe stato come uccidere Toni. Ma io non voglio che torni.”
Comunque, il giorno in cui Matty le vide erano davvero più o meno tutto l’una per l’altra. Toni aveva suggerito di andare alla libreria accanto per vedere se tra i nuovi libri ce n’era qualcuno che valesse la pena di avere. Con un compleanno la settimana dopo, forse era il caso di lasciar cadere qualche allusione per l’attuale zietta, che aveva bisogno di essere pungolata. Ma, quando tornarono dal negozio, la nonna era nell’atrio e la zietta se n’era andata. La nonna preparò le loro valigie e le portò via con la sua vetturetta fin giù a Rosevear, al suo capanno vicino al mare. Era una tale novità che scacciò dalla mente di Sophy libri, ziette e papà, talché il loro decimo compleanno volò via senza che lei se ne accorgesse. Inoltre, in quel periodo scoprì quanto poteva essere divertente un ruscello. Era molto più bello del canale e scorreva mormorando e gorgogliando. Lo seguì passeggiando al sole tra l’erba alta e i ranuncoli, i petali burrosi all’altezza della testa col loro polline giallo così reale da rendere la distanza stessa, lo spazio stesso, reali. C’era tanto verde, e tanta luce che arrivava da tutte le parti nello stesso tempo; poi, quando divise la verzura che altro non era che erba, vide acqua tra qui e là, quella sponda più lontana, straniera, acqua che scorreva nel mezzo, il Nilo, il Mississippi, gorgogliante, spumeggiante, acqua in corsa scintillante! E poi gli uccelli che incedevano maestosi attraverso la giungla fino alla sponda straniera! E quell’uccello tutto nero con una specie di bianco buco della serratura in cima alla testa e quella cinguettante, squittente, stridente nidiata lanuginosa che si arrampicava arruffandosi e rimbalzando tra l’erba dietro di lui! Uscirono sull’acqua, madre e piccoli, tutti e dieci in fila. Scesero lungo il ruscello e Sophy diventò tutt’occhi, non fu più altro che vedere, vedere, vedere! Era come allungare una mano e afferrare con gli occhi. Era come avere la parte superiore della testa tirata in avanti. Era una specie di assorbire, una specie di bere, una specie di.
Il giorno dopo, Sophy andò a guardare il ruscello attraverso i lunghi fiori burrosi e le erbe del prato. Come se l’avessero aspettata tutta la notte, essi erano là, i medesimi di sempre. La madre stava scendendo lungo il ruscello con la fila di piccoli dietro. Di quando in quando diceva: «Cuc!». Non era spaventata, niente di simile… solo un po’ diffidente.
Fu la prima volta che Sophy notò come le cose a volte si comportassero secondo un “naturalmente”. Sapeva lanciare un ciottolo, ma non troppo bene. Ora – e fu lì che intervenne il “naturalmente” –, ora c’era un grosso ciottolo a portata di mano tra l’erba e il fango quasi secco, in un posto in cui nessun ciottolo avrebbe avuto motivo di trovarsi a meno che il “naturalmente” non stesse operando. Le parve di non aver avuto bisogno di cercare il ciottolo. Le bastò muovere il braccio pronto al lancio perché la sua mano si chiudesse perfettamente intorno alla liscia forma ovale. Come faceva un sasso liscio e ovale a trovarsi proprio lì, non sotto il fango o anche sotto l’erba, ma proprio là dove il braccio pronto al lancio poteva trovarlo senza cercare? Il sasso della giusta misura per la sua mano era là proprio mentre lei sbirciava oltre i ciuffi vellutati di olmaria e vedeva madre e piccoli che si affaccendavano a nuotare giù per il torrente.
Quando si è una bambina, fare lanci è una cosa difficile, e, generalmente parlando, non è cosa che si pratichi per divertimento, un’ora dopo l’altra, come fanno i ragazzi. Ma persino molto dopo, prima di imparare a essere semplice, Sophy non riuscì mai a capire completamente come aveva fatto a vedere ciò che sarebbe successo. Eppure era lì, un fatto come un altro, lei vide la curva che il sasso avrebbe seguito, vide il punto in cui si sarebbe trovato l’ultimo piccolo, proprio quello, mentre il sasso sarebbe stato sulla sua traiettoria. “Sarebbe stato” o “era”? Anche perché – e questa è una sottigliezza – quando ci ripensò più tardi sembrò davvero che il futuro, una volta compreso, divenisse inevitabile. Ma, inevitabile o no, non riuscì mai a capire – perlomeno non fino al momento in cui il capire stesso non fu che un fatto irrilevante –, come fosse riuscita – braccio sinistro sollevato lateralmente, avambraccio che ruotava sul gomito oltrepassando l’orecchio sinistro in un lancio da bambina – come fosse riuscita non semplicemente a gettare in avanti l’avambraccio, ma anche a lasciar andare il sasso al momento, all’angolo e alla velocità giusti, come fosse riuscita a lasciarlo andare senza l’impedimento di una falange, di un’unghia, di un cuscinetto sul palmo, perché seguisse – e c’era soltanto una mezza intenzione –, perché seguisse – in questa frazione di secondo, come se fosse una possibilità scelta fra due, entrambe presentate, entrambe preordinate fin dall’inizio, gli uccellini, Sophy, il sasso a portata di mano, come se tutto l’insieme avesse contribuito a condurre a questo punto –, perché seguisse quella curva nell’aria, mentre il piccolo procedeva nuotando faticosamente verso quel punto, ultimo della fila ma inevitabilmente là, una specie di silenzioso fa’ come ti dico”: poi la completa soddisfazione dell’evento, il premiato tonfo, la madre che schizzava via sull’acqua, a metà volando con un grido come di asfalto che si crepa, i piccoli che scomparivano misteriosamente, tutti eccetto l’ultimo, ormai un brandello di piume tra cerchi che si allargavano, una zampa alzata di lato e un po’ tremante, il resto immobile a parte le oscillazioni dell’acqua. Poi ci fu il piacere più prolungato, la conquistata contemplazione del brandello di piume che ruotava dolcemente mentre il ruscello lo trascinava via.
Andò a cercare Toni e si raddrizzò tra l’olmaria con gli alti ranuncoli che le sfioravano le cosce.
Sophy non tirò più ai tuffetti e capì perché, perfettamente bene. Fu una percezione chiara, benché delicata. Una volta soltanto si poteva permettere a quel sasso di aderire alla mano preordinata, all’arco preordinato, e soltanto una volta si poteva farlo, quando un uccellino cooperi e si muova inevitabi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione. Una partita a scacchi con le tenebre. di Carlo Pagetti
  4. L’OSCURO VISIBILE
  5. Parte prima. MATTY
  6. Parte seconda. SOPHY
  7. Parte terza. UNO È UNO
  8. Copyright