Se chiedete a uno psicologo moderno in cosa consiste la realizzazione di sé vi risponderà: “Conoscersi, capire e interpretare ciò che siamo, rivisitare la propria storia, scoprire quanto il passato ha influenzato il nostro modo di essere”. Questa è la psicologia degli ultimi cento anni, prigioniera dei pensieri più banali riguardo alla nostra individualità. Tutti oggi pensano di essere il risultato delle cose che sono loro accadute.
La saggezza degli antichi è molto diversa da quella attuale, alla quale ci illudiamo di conformarci con regole da boy scout, piene di moralismi buonisti e di esercizi banali. Per noi la saggezza è prima di tutto l’equilibrio, una specie di controllo su emozioni, sentimenti, pensieri, sulle relazioni e sui comportamenti. Noi indaghiamo il passato per sapere chi siamo, i taoisti lo ritenevano inutile e ininfluente, anzi pericoloso per l’evoluzione della persona.
Così Giancarla Sandri Fioroni ci parla di Yin Fu Ching. Ecco la prima massima:
Osserva bene: ciò che regge la Natura: è il PRIMO PRINCIPIO, il Tao. Guarda come essa agisce e opera costituendo ciò che i nostri occhi vedono e segui questo insegnamento. Ciò è tutto.1
Guardare le piante, gli animali, il cielo, la terra, coltivare i fiori sul balcone, passeggiare nei boschi e… guardare le leggi naturali.
Questa massima costituisce la base dell’insegnamento taoista. Non vi sono deità, né Uomini illustri da prendere a modello, bensì solo la Natura.2
Non ci sono progetti da realizzare, opinioni da seguire, mete da raggiungere. Diventare impersonali, non sapere chi siamo, lasciar andare l’identità è il perno di una vita felice.
La prima parte dell’opera del maestro Lao-tzu, come è pervenuta a noi sotto il titolo di Tao Te Ching, è dedicata a spiegare che cosa significa Tao e precisamente dice: Il Tao che ha un nome, non è il vero Tao eterno. E prosegue precisando: Senza nome è il Principio che origina Cielo e Terra.3
Niente ricordi quindi, niente rielaborazioni come quelle del lutto, che nascondono il bisogno di piangere i morti tutti allo stesso modo, e di superare il dolore dopo averci ragionato su, dopo un periodo di lacrime omologate.
Per il pensiero Zen, la saggezza sta agli antipodi dei pensieri: se cercate la felicità attraverso i ragionamenti siete nel posto più lontano ed essa vi resterà completamente inaccessibile.
E allora da dove arriva la saggezza? Su cosa si fonda la gioia di vivere? Sull’indipendenza interiore, sullo stare lontano dal pensiero degli altri.
Il “sé (tseu)” non deve farsi contaminare dall’”altro (pei)”.4
La cosa peggiore che contamina la nostra essenza è il vedere il nostro passato in ogni azione della nostra vita. Si tratta di una falsa certezza, ormai acquisita dal pensiero della psicologia dominante di questa epoca, che ne ha fatto il suo perno, il suo fondamento.
Mamma e papà non c’entrano niente
Cerchiamo spesso la causa dei nostri disagi nelle esperienze vissute in famiglia da piccoli nel rapporto con i nostri genitori. In realtà stiamo male solo perché non stiamo seguendo la nostra strada, dimenticando la nostra missione nella vita. Abbiamo perso di vista il nostro fiore!
“Da bambino ho avuto un’infanzia travagliata. Mio padre picchiava mia madre, io mi mettevo in mezzo per dividerli e finivo per prendere qualche schiaffo.”
Chi parla è Carlo: inizia così il suo colloquio. Lo interrompo.
“Mi parli di cosa le piace, adesso, nella sua vita. Che cosa la fa ridere, divertire?” gli dico.
“Il mio lavoro di negoziante di articoli sportivi mi piace, funziona bene. Ma spesso mi vengono degli attacchi di tristezza, legati ai ricordi di mio papà.”
“E come vanno le cose in campo affettivo, intendo se ha una partner, o…”
Mi interrompe.
“Sono uno che non riesce a godersi la vita. Papà ha distrutto me, mia sorella e mio fratello. Ci ha distrutti psicologicamente.”
“Io intendevo” lo interrompo a mia volta “come va con la sua compagna, se ne ha una, se ha una vita di coppia.”
Carlo mi risponde.
“Con la mia compagna va bene, stiamo aspettando un bambino, ma io, a causa di mio padre, penso di essere un fallito. Dopo una bella serata con lei e con gli amici, mi dico subito che da un momento all’altro potrebbe succedere una disgrazia, qualcosa di brutto. Alla fine sono diventato un ansioso, proprio come mio padre.”
Carlo è stato in psicoterapia per lungo tempo, ha assunto anche psicofarmaci, ma “l’ansia, il panico, il senso di fallimento” non se ne sono mai andati.
È venuto da me perché ha scoperto per caso un mio libro, Le piccole cose che cambiano la vita.
Il dolore puro
Gli dico: “Facciamo un patto: non parliamo più del suo passato, di suo padre”.
”Ma se non parlo di mio padre” replica, “delle sue scenate, della vita rovinata a me, a mia madre e ai miei fratelli, non saprei proprio cosa dire.”
Si è formata un’idea malata, che intende la psicoterapia come il luogo del racconto del proprio passato, delle angherie subite, del padre o della madre che continuano a imperversare dentro di noi. Nessuno pensa, come ben sapevano invece gli antichi, che più si parla del passato e più lo si riporta in vita.
Ho parlato a Carlo del dolore puro. Cos’è il dolore puro? Quello senza causa. “Io sto male adesso, il motivo non lo so, non lo voglio sapere”: queste sono le parole da dirsi. Sentire il dolore, non resistergli, lasciargli spazio, lasciarlo scorrere nel corpo, lasciarlo fluire e… aspettare. Aspettare che cosa? Il Nulla, il vuoto dei pensieri, l’assenza: tutte energie che sono la vera, la sola terapia. Io non sono quello insultato da mio padre, io sono un fiore.
“Carlo, chiuda gli occhi” gli ho detto “e immagini il suo fiore…”
“Non ci riesco” mi ha risposto.
“Provi ancora…”
Dopo due o tre minuti a occhi chiusi mi dice: “Mah, direi la gardenia. Mia mamma la coltivava in giardino, nella casa in campagna, anche se mio padre diceva che perdeva tempo…”.
“Immagini solo la gardenia, senza nessuno, né madre, né padre, e provi a sentirne il profumo.”
Gli occhi sono chiusi e Carlo annusa: “Lo sento, lo sento!”.
“Immagini una scena d’altri tempi, senza genitori, dove ci sono le gardenie fiorite.”
“Mi trovo in un cimitero, ma sto bene. Ci sono tanti morti che riposano sottoterra, ma io mi sento a casa. Il profumo della gardenia mi protegge.”
Chi sono i morti nel cimitero? I ricordi! Di mamma e papà, delle liti che Carlo continua a riesumare e che finalmente vogliono essere sotterrate, lasciate andare via.
La gardenia e il suo profumo sono vivi, sono l’energia vitale pura che rinasce. Pura perché è senza pensieri, senza memoria.
Cerca il tuo fiore
Ognuno di noi, dicevano gli alchimisti, sta fiorendo e non lo sa. Lo ignoriamo, perché la nostra mente è fissata sul passato.
Parlare della gardenia, sentire il suo profumo, ci riporta alla vita: entriamo a contatto con un’energia che sgorga dagli occhi chiusi, dal buio, dove vive l’essenza. Ricordi e lamenti portano in sé un’energia vecchia, stantia, esausta.
Carlo stava male perché usava troppa “energia da cimitero” e perdeva di vista il profumo della vita, incarnato nella gardenia. Ogni volta che immagini il tuo fiore, entri nel regno dell’energia fiorile, creativa del cervello. Allora i ricordi se ne vanno e pian piano si allontanano. Le immagini sono vive, i ricordi foglie morte. Seduta dopo seduta, le immagini di Carlo prendevano via via sempre più spazio. Ha smesso di parlare del papà.
Il silenzio è il miglior farmaco per rigenerare il cervello. Bisogna tacere e rifiutarsi di ascoltare gli altri, i loro lamenti, le loro ossessioni, i loro ricordi. Il passato brucia le cellule nervose.
E poi? Cercare il vuoto, il Nulla, la sostanza mentale che prepara il nostro futuro. A occhi chiusi, immaginare un fiore, il suo profumo e… aspettare. Senza pensieri, l’essenza ci conduce verso il nostro destino. Ognuno ha il suo e non ha niente a che vedere con la sua storia e il suo passato. Bisogna dimenticare… L’oblio delle ferite subite, la distrazione dal passato ci porta verso la nostra energia creativa.
Il passato diventa il peggiore veleno contro l’indipendenza, impedisce la realizzazione di sé. Ogni ricordo ripetitivo, come quello di Carlo, diventa un’energia stagnante e tutta la vita ne viene vampirizzata. Così accade a Luca.
Buongiorno Morelli,
sono Luca, ho 34 anni e sono di ritorno da una settimana di ferie in Puglia dove ho letto il suo libro La saggezza dell’anima. Cercherò di riassumerle il più possibile la mia situazione, e i disagi che provo.
Da bambino ho avuto un’infanzia molto turbolenta, papà assente, dedito al lavoro e molto nervoso. Spesso le urla a casa, i litigi tra lui e la mamma mi colpivano come schiaffi dentro. Io facevo fatica a sopportare questa situazione e mi schieravo sempre a difesa della mamma. A tredici anni ho vissuto la loro separazione e io e la mamma ci siamo trasferiti a vivere dai nonni. L’azienda familiare, una ditta di autotrasporti, l’inserimento mio e dei miei fratelli maggiori non ha fatto che sfasciare ulteriormente i rapporti familiari, trasformandoli in odio…
Papà ha distrutto psicologicamente sia me che i miei fratelli, e ognuno ha reagito a suo modo. A me in particolare ha trasmesso un senso di fallimento e inadeguatezza. Oggi dopo vari viavai, sono uscito definitivamente dall’azienda di famiglia, ora ho un socio e ...