Correre in aria
eBook - ePub

Correre in aria

  1. 132 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Correre in aria

Informazioni su questo libro

Figlia, sorella, amica, sportiva professionista, donna, studentessa: Larissa ha solo 19 anni ma è già tante cose. È una ragazza come tutte, con i sogni, le sfide, gli ostacoli di crescita e definizione di sé. Eppure Larissa è anche speciale, salta più lontano rispetto a ogni sua coetanea nel mondo. Larissa ha un talento unico e irripetibile, che comporta fatiche, responsabilità e ambizioni sempre più grandi, nella vita come nello sport. Andare, correre, saltare, provare, riprovare, provare ancora. Partenza, corsa, stacco, salto e poi si ricomincia da capo finché non si trova la formula giusta, centesimo di secondo e millimetro alla volta. Qualcuno dice che è il brutto dello sport, ma invece forse è il suo bello: ripartire ogni volta da capo, ogni volta in pista senza le distinzioni o le etichette predeterminate, tipo quello è bravo, quello non è bravo, quello ha fatto il record, quello è imbattibile, quello è figlio di.

Lo sport, come del resto tutta la vita, ci spinge a conoscere i nostri limiti per poi imparare a superarli, ma anche a rispettarli. E il salto in lungo è solo un altro dei mille modi in cui Larissa prova a farlo. Come l'amicizia, l'amore, la moda, lo studio, Firenze e tutti gli altri tasselli che compongono la sua vita.

In questo romanzo autobiografico si racconta cosa vuol dire nascere speciali, ma sentirsi comunque normali, un romanzo sulla generazione Z, la voglia di emergere e quella di inseguire i propri sogni, anche quelli apparentemente impossibili. Partire da un'idea e finire lontanissimo. Saltare da un punto e volare sempre più in là.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804744153
eBook ISBN
9788835716273

1

Larissa? Larissaaaa? LARISSA!
Nome ripetuto tre volte. Il primo interrogativo, con lieve tono perentorio. Il secondo con la A allungata, quasi spazientito. Il terzo proprio urlato, come se sapesse già che tanto non mi alzerò, che anche stavolta è già tardi ma come sempre bisogna richiamarmi all’ordine in modo ripetuto e rituale, perché in effetti è l’unico modo con cui posso, anzi decido, di svegliarmi.
Ok babbo, ci sono. Penso, rigorosamente senza parlare.
Apro gli occhi, non l’avevo ancora fatto.
Pensavo con le palpebre abbassate, non più spenta e non ancora accesa.
Se fossi un device, il termine giusto sarebbe stand by.
Una volta qualcuno mi ha detto che prima delle gare – e per me gara significa un grande impegno di forze che vanno concentrate, compresse, ridotte alla massima densità come se fossero rannicchiate in uno spazio piccolissimo e pienissimo, lo stesso che occupo quando salto e mi spingo più in là possibile – sembra sempre che in me entri in funzione la modalità a basso consumo energetico.
Una sorta di stato sospeso in cui cerco di disattivare ogni funzione vitale superficiale e ogni pensiero aggiuntivo, come se stessi risparmiando e tenendo da parte la più piccola briciola di energia necessaria.
Capita proprio questo, prima di ogni gara. In realtà capita anche dopo. In realtà a volerla vedere come uno di quei grafici con cui adesso si interpreta l’andamento di qualsiasi fenomeno, le mie giornate sono come grandi onde che si muovono sinuose tra alti picchi di prestazione e basse secche di recupero. Un mare mosso, insieme burrascoso e divertente. A tratti potrebbe spaventare, ma c’è da ammettere che non ci si annoia mai.
Piano piano riprendo possesso del mio involucro, apro l’armadio del mio corpo per decidere cosa mettermi. Estremità, arto, giuntura. Scheletro, muscolo, pelle. I capelli lasciamo perdere, quelli non si sa mai come farli stare a posto.
Mi ricordo i giorni successivi al record di Ancona, quando dopo la gioia, che era esplosa così potente, inaspettata e tracimante da farmi perdere qualsiasi coordinata spazio-temporale, improvvisamente era come se tutto fosse imploso in una specie di antimateria.
Una stanchezza profonda, risucchiante, assoluta. Settantadue ore di blackout energetico totale in cui avevo dormito ininterrottamente, mentre a turno mio padre, mia madre poi ancora mio padre e ancora mia madre si affacciavano alla porta della camera con cibo e bevande che assumevo in stato di semi-incoscienza, e intanto Anastasia si avvicinava per accertarsi che il mio respiro fosse sempre regolare, usando uno specchietto come aveva visto fare in non so quale serie tv.
Picco alto 6 metri e 91, picco basso che sfonda l’asse delle ascisse e finisce giù, giù, giù… come i surfisti quando cavalcano l’onda perfetta pur sapendo che prima o poi anche quella si ripiegherà su se stessa fino a essere inghiottita dal mare, e loro con lei, rannicchiati nel minor spazio possibile, rotolando in acqua con il respiro trattenuto, in attesa di risalire a galla, aprire gli occhi e tornare tra noi.
Proprio come faccio io.
LARISSA AA AAA AAAA!
Nome urlato con A finale trascinata in modo esponenziale, quasi cantato. Detto così potrebbe sembrare piacevole, peccato che mio padre sia anche il frontman di un gruppo heavy metal e quindi no, quando alza la voce e urla non c’è nulla di armonioso.
Ultima chiamata, segnale d’allarme.
Non sono ancora scesa dal letto e i miei pensieri sono già passati dalle energie rinnovabili agli assi cartesiani, dalla musica al surf, ripercorrendo diversi ricordi degli ultimi mesi. Ecco vedi, parto sempre da qualcosa che è successo, un’immagine che mi è rimasta impressa, una frase che mi hanno detto, a volte anche un suono o un profumo, e da lì si accende tutto un meccanismo di pensieri che si attivano e si attorcigliano uno dopo l’altro, senza fermarsi mai. Una porta che si apre su un’altra porta, che si apre su un’altra porta ancora…
Mentre io sto ferma, stesa, a volte con gli occhi già chiusi o ancora sigillati dal dormiveglia.
Parto da un’idea e finisco lontanissimo. Salto da un punto e volo sempre più in là.
Non che sia un male, per una lunghista.
Certo, quando si esagera e i meccanismi vanno fuori giri non fa così bene. Lo chiamano overthinking, e suppongo che starsene a scrollare i social non sia certo d’aiuto. Tutte quelle stories che partono una dopo l’altra ipnotizzandoti su cose che poi non ti interessano nemmeno davvero. Per non parlare dei video di TikTok.
LARISSA, NON TI SARAI PERSA SUI SOCIAL, VERO?
Eccolo. Sesto senso da genitore. Non che ci voglia una grande perspicacia, al giorno d’oggi, per immaginare cosa stia facendo un’adolescente che non risponde a un richiamo ripetuto.
Cosa facevano i nostri genitori quando erano al nostro posto, con i loro genitori che li chiamavano per assicurarsi che fossero svegli e in fase di preparazione per andare a scuola?
Cosa facevi tu, mamma? Avevi un diario su cui scrivere i tuoi pensieri, anche quelli poco felici contro la sveglia che suona troppo presto, i genitori urlanti, il compito di inglese che per te che stavi in Inghilterra sarà stato in un’altra lingua ugualmente aliena, i prof agguerriti, la maturità che si avvicina, la scuola che trovami una generazione per cui sia mai stato davvero un piacere andarci?
E tu, babbo? Leggevi i fumetti, ascoltavi la musica? Anche se sicuramente non da uno smartphone con attaccate delle casse portatili, come facciamo io e Anastasia oggi?
C’è da dire che ai tuoi tempi la musica era migliore.
Tutti quei sound mixati, forse un po’ classici ma di certo ben strumentati.
Faccio partire la mia playlist del mattino, che è un po’ come dare un segnale a mio padre che a) sì, sono sveglia; b) non mi sono persa sui social (non ha ancora capito che si possono tenere aperti contemporaneamente Apple Music e Instagram, ma di certo non sarò io a spiegarglielo!); c) per qualche minuto, anche solo il tempo di una canzone, non ho ancora voglia di parlare.
Nel processo di risveglio e riattivazione energetica la parola pronunciata a voce è sempre, sempre, l’ultimo stadio. Ma questo chi mi conosce lo sa bene.
Una volta, dopo aver dormito insieme qui da me come abbiamo sempre fatto sin da quando ci siamo conosciute, all’improvviso Gioia mi ha detto: «Certo che la mattina appena sveglia sei proprio lunatica».
I suoi occhi come pietre preziose, pure, dure. Completamente cristallizzate, senza zone opache di contaminazione.
Il tono diretto ma contemporaneamente dolce, come un abbraccio stretto che non ti fa scappare via.
Già non avevo voglia di parlare, a quel punto non sapevo nemmeno cosa rispondere. Ma Gioia sa leggere i miei sguardi e le mie espressioni fin quando all’asilo, senza dircelo, abbiamo deciso che saremmo state amiche per sempre. È scoppiata a ridere con quella sua risata che non smentisce mai ciò che ha appena detto, semplicemente lo rende più scorrevole.
«Lo so che in questo momento non sei davvero in silenzio, sono solo curiosa del botta e risposta che ti starai facendo in quella tua testolina ricciuta.»
Ce la fa sempre a strapparmi un sorriso, anche se silenzioso.
«E comunque ha ragione Co – Star e tu sei proprio il perfetto ritratto della Luna in Scorpione. Pensiero continuo al limite dell’overthinking. Prima una cosa e poi il suo opposto e poi l’opposto dell’opposto. Ti immagino che salti tra i tuoi pensieri e opposti-di-pensieri ancora meglio di quello che fai in pista. Ecco cosa dice esattamente, rileggitelo nella app: “Le Lune in Scorpione combinano tenacia e intuizione e in un mix esplosivo. La loro determinazione è tesa, ossessiva. Quasi una predeterminazione”.»
Quando legge qualcosa con cui è pienamente d’accordo, Gioia si illumina e brilla. La sua luce riflessa spalmata su quella parola così grave e imponente.
Predeterminazione.
O forse volevano dire anche loro predestinazione?
Ero predestinata a diventare quel che sono, a fare quel che faccio?
Ho letto questa parola così tante volte, dopo quell’incredibile record di Ancona con cui ho eguagliato il record di mia madre a Valencia, nel 1986.
Eguagliato: capito? Significa uguale fino all’ultimo dei 691 centimetri di salto.
Non uno in più, non uno in meno. Poi vai a spiegare tu ai giornalisti la differenza tra predestinazione, predeterminazione… e autodeterminazione.
A me piace pensare che tutto ciò che faccio dipenda da me, che non devo e non ho bisogno di accettare a priori una posizione, un’etichetta, un destino, ma che posso sempre guardarmi intorno, cercare ciò che è meglio e più giusto e andare a prendermelo saltando sempre un po’ più in là.
Mi piace il concetto di giusto, che non ha nulla a che vedere con il bene o il male.
Gioia mi dice sempre che dopo la maturità dovrei iscrivermi a Giurisprudenza, e adesso che manca pochissimo alla fine del liceo dovrò pensarci sul serio e prendere anche questa decisione.
L’università e ancora prima la maturità, ma soprattutto le Olimpiadi di Tokyo di luglio e i Mondiali U20 di Nairobi il mese dopo.
Una porta che si apre su un’altra porta, che si apre su un’altra porta ancora…
Vedi che poi i pensieri, che sembrano girare a vuoto nella mente, in realtà poi si rispecchiano nei meccanismi reali della mia vita di tutti i giorni?
Più che una pista di un salto in lungo mi sembra quasi di dover affrontare una corsa a ostacoli.
Quando ho cominciato con l’atletica, gli ostacoli mi piacevano: combinavano i diversi movimenti della corsa e del salto. La precisione, la forza, il ritmo di passo e stacco. Più di tutto però mi piaceva il momento in cui ti sollevi da terra e punti in avanti. Ecco perché poi ho deciso di dedicarmi solo a quello.
Ecco vedi, è successo ancora. Dalla Luna in Scorpione della mia carta astrale sono finita a pensare all’atletica.
GAME OVER, LARISSA.
SPERO CHE TU SIA QUASI PRONTA E CHE LA TUA STANZA NON SIA IL SOLITO TEATRO DI GUERRA, PERCHÉ NON HO INTENZIONE DI TRASCORRERE UN’ALTRA MATTINATA A FARE LA CONTA DEI SUPERSTITI TRA I TUOI POVERI VESTITI!
Che ridere immaginare il mitico Gianni Iapichino, ex primatista italiano nel salto con l’asta, allenatore, maestro di golf, manager sportivo, cantante di una band, impegnato, anzi forse completamente sopraffatto, dalle montagne di look di una figlia fashion addicted che non accetta e non accetterà mai di presentarsi a scuola con le prime due cose prese dall’armadio.
Che ridere, ma anche che tenerezza. Se non ci fossero lui e mia madre, a consentirmi di fare l’atleta professionista senza scordarmi di poter essere anche un’adolescente come tutte le altre…
QUASI PRONTA.
Prime parole, poche, essenziali.
Dovrei specificare che 18 anni compiuti sono sufficienti per non sentirsi dire ogni mattina che devo sistemare la mia stanza, come forse invece andrebbe ricordato a mia sorella Anastasia…
Ma sarei ingiusta a dirlo, primo perché effettivamente questa camera al momento sembra aver appena ospitato l’ultima edizione del festival vintage Vinokilo a Firenze, secondo perché mia sorella sicuramente non starà beneficiando della stessa pazienza.
Da quando vive con mia madre Anastasia ha imparato a mettere a posto ogni cosa ancora prima di usarla, per evitare i leggendari richiami all’ordine di Fiona. Solo quando è qui con noi sembra dare sfogo a tutta la sua anima ribelle, e si diverte a creare disordine e scompiglio ovunque passi, proprio come un piccolo diavolo della Tasmania.
Sento i passi del babbo fuori dalla porta. Si avvicina senza mai entrare, facendo sentire la sua imponenza anche oltre le pareti, come...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CORRERE IN ARIA
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. Ringraziamenti
  21. Copyright