«Nell’anno 1723, la città di Lipsia elesse il nostro Bach a suo Musikdirektor e Cantor della Thomasschule. Egli seguì questa chiamata, benché lasciasse malvolentieri il suo gentile principe» dice il Nekrolog, col taglio vagamente biblico che è proprio del genere.1 Forkel premette alla chiamata la sua causa, e menziona la morte di Kuhnau, che però colloca nello stesso 1723, così avviando quel ravvicinamento dei tempi che tanto ha pesato nell’errata visione del trasferimento a Lipsia.2
Seguendo strettamente il Nekrolog, Forkel si preoccupa poi di raccontare più il seguito dei rapporti con Cöthen, che le circostanze del nuovo incarico: «Il principe Leopold di Anhalt-Cöthen lo amava molto, e perciò lasciò malvolentieri il suo servizio. Ma la morte, poco dopo sopravvenuta, di questo principe, gli dimostrò che la Provvidenza lo aveva guidato bene». L’epitaffio provvidenziale, posto a sanzionare a posteriori una decisione che più tardi rimpianse, ha il tono inconfutabile di un apologo di Johann Sebastian passato nella memoria del figlio. Con la forza dei ricordi tramutati in opinioni, Carl Philipp Emanuel trasferisce nel Nekrolog la sentenza che suo padre aveva coniato, contemplando il ciclo concluso, per consolarsi degli svantaggi oggettivi male apprezzati e degli errori suoi, che avevano compromesso, fin dal principio, la posizione di Lipsia.
Non è vero quel che si ripete, che lo accogliessero con riluttanza. La famosa frase di un consigliere comunale, doversi assumere «un mediocre» in mancanza del «migliore», non solo non fu pronunciata contro Bach, ma ebbe tutt’altro significato.
Il vittimismo che i biografi, anche recenti, credono necessario condimento sentimentale all’elogio, compromette fin dal principio la comprensione di quei ventisette anni che, già così chiusi nella loro successione, priva di mutazioni appariscenti, di viaggi importanti, d’altre fortune e traslochi, hanno finito con l’imporsi come il tratto predestinato della sua esistenza, riducendo le precedenti Stationen, anche le più fruttuose, al rango di transitori preludi e perfino deviazioni, in una strada che approda al suo fine, il servizio della chiesa.
Ripristinare tempi e ritmi del trasferimento a Lipsia è la premessa per restaurare una vicenda falsificata dall’approssimazione e dal vittimismo. Il predecessore di Bach, il modesto, anche se estroso enciclopedico e celebre Johann Kuhnau, morì, di sessantadue anni compiuti, il 5 giugno 1722,3 e Bach fu «eletto» il 22 aprile dell’anno successivo. Questi dieci mesi e mezzo vanno però ulteriormente suddivisi in due fasi,4 perché Johann Sebastian fa il suo ingresso nelle manovre per la successione solo il 21 dicembre, col che la sua partecipazione diretta si riduce a quattro mesi, le cui sorti erano tuttavia già ipotecate dall’accaduto dei mesi precedenti: un antefatto ricco di sorprese e contraccolpi che Bach, poco abile, come tutti gli egocentrici, a valutare moti e reazioni altrui, non seppe apprezzare nella pericolosità di comportamenti resi anomali dal sospetto, dal nervosismo e dalla fretta.
La biografia tradizionale rivela la sua insufficienza in questi tratti. Musicologi e bibliotecari, poco esperti di storia generale e non allenati all’analisi dei meccanismi per cui si producono decisioni complesse, non si sono mai accorti che la chiave dell’esordio di Lipsia non si trova nella vita di Bach ma nel racconto che, nella sua, ha dato Georg Philipp Telemann.5
Conosciamo la fissazione unilaterale che concentra il biografo sul solo oggetto delle sue cure, cieco e sordo a quanto possa accadere al più vicino dei suoi vicini. Ma è madornale che nessuno abbia fatto, delle Memorie di Telemann, l’uso che la loro chiarezza rivelatrice avrebbe meritato.
Scrisse Telemann che la «lusinghiera successione» di Kuhnau gli era stata promessa, a Lipsia «vent’anni prima, dal momento che la debolezza di costui lasciava già temere una morte vicina». A quel tempo tra i quaranta e i cinquanta, Kuhnau aveva salute delicata e il poco più che ventenne Telemann era già una personalità in vista nella musica della città. Venuto a Lipsia nel 1701 per studiare Jura all’Università, decise di dedicarsi interamente alla musica proprio negli anni di quello studio, segnalandosi in diversi modi. Come compositore di musica da chiesa si rivelò nella Thomaskirche, e con tanto successo, che «l’allora borgomastro e consigliere segreto dottor Romanus», lo convinse «a comporre ogni quindici giorni un pezzo» che, evidentemente, era una Cantata. In cambio, Telemann ricevette «un dono notevole, senza parlare degli altri vantaggi più cospicui che mi promise».
Per allestire i suoi programmi si fece aiutare dal giovanissimo Händel, che gli forniva i suoi lumi in materia di contrappunto, sia nelle frequenti visite (da Halle a Lipsia corre una trentina di chilometri), che «per corrispondenza».
Nel 1704, poco dopo aver conseguito la nomina a organista e direttore musicale della Neukirche, Telemann si trovò un posto di Capellmeister nella piccola corte di Sorau, e vi si trasferì. A Lipsia non lo dimenticarono. Conosciamo queste figure di borgomastri e consiglieri comunali, parenti e amici, appassionati alla musica, che diventavano all’occorrenza fiduciari, intermediari con gli organismi deliberativi cittadini di cui facevano parte, e ancora sollecitatori, garanti. Il borgomastro che Telemann ricorda non era lo stesso dottor Carl Friedrich Romanus, giudice municipale e consigliere ai tempi della successione a Kuhnau, che dette, come tutti gli altri, il suo voto a Bach, e la cui moglie sarà madrina di battesimo d’una sua figlia, tre anni più tardi. Ma tra i membri del Consiglio non mancavano i sostenitori intransigenti di Telemann, che il loro protetto dové confondere e mettere in imbarazzo col suo contegno avido e sfrontato; com’erano rimasti in imbarazzo i sostenitori di Bach al concorso amburghese di due anni prima.
Non solo per la musica sacra nella Neukirche e nella Thomaskirche era rimasto vivo il ricordo dell’attivo e precoce Telemann. Anche quando ascoltavano musica da concerto gli amatori lipsiensi rammentavano che alla sua iniziativa dovevano la fondazione di quel Collegium Musicum che, come egli stesso doveva constatare con orgoglio, esisteva ancora nel 1740. La sua personale traccia, dunque, non solo non si era illanguidita, ma semmai approfondita nei trent’anni trascorsi, via via che ammiratori e sostenitori avevano udito le notizie dell’ascesa da Sorau ad Eisenach e di qui a Francoforte e infine ad Amburgo (luglio 1721), la ricca città di cui concentrò nelle sue mani ogni attività musicale.
Nei periodici contatti con gli amici di Lipsia, Telemann non mancò di rinfocolare le attese, sempre rimesse al termine, più evidentemente vicino, della morte di Kuhnau, che infine venne. «Nel 1723, Lipsia m’invitò a prendere il posto del defunto Johann Kuhnau.» L’invito esprime, anche questa volta, l’intenzione di assegnare subito l’incarico, superando le fasi previste dalla lettera del concorso.
La sessione ristretta del Consiglio Comunale competente su questi affari si occupa della successione di Kuhnau per la prima volta il 14 luglio 1722, trentanove giorni dopo la morte del Cantor. Prima di Telemann, il borgomastro reggente, Adrian Steger, presenta i nomi di cinque candidati: Johann Friedrich Fasch, 34 anni, allievo di Kuhnau, che stava per andare come Capellmeister alla corte di Zerbst; Georg Balthasar Schott, 36 anni, organista della Neukirche; Christian Friedrich Rolle, 41 anni, Cantor a Magdeburgo, che conosciamo dalla perizia di Halle; Georg Lenck, 37 anni, Cantor a Laucha an der Unstrut, e Johann Martin Steindorff, 59 anni, Cantor a Zwickau. Sono candidature destinate a cadere appena Telemann accetti, come sarebbero cadute le altre candidature ad Amburgo nel 1720, se Bach avesse accettato il posto.
Come ad Amburgo erano pronti a esentare Bach dal contributo, a Lipsia si affrettano a dispensare Telemann dall’insegnamento, appena ne solleva l’obiezione. In questo momento, il Consiglio appare davvero un blocco compatto. I consiglieri, eletti a vita, erano trentadue, compresi i tre borgomastri, Abraham Christoph Platz (64 anni, borgomastro dal 1705), Gottfried Lange (50 anni, borgomastro dal 1719) e Adrian Steger (60 anni, borgomastro dal 1721), che quell’anno, fino all’agosto, era il borgomastro reggente. I trentadue consiglieri, infatti, si suddividevano in tre Consigli, uno attivo e gli altri due quiescenti, ciascuno col suo borgomastro, che assumevano la direzione degli affari con avvicendamento annuale l’ultimo lunedì di agosto, dopo la festa di San Bartolomeo. Il rinnovo del Consiglio (noi lo chiameremmo giunta), alla cui cerimonia la musica contribuiva con la Ratswechselcantate, non era dunque una elezione nel nostro senso, ma un avvicendamento tra sessioni del medesimo consesso.
Le decisioni che superavano la competenza di un solo Consiglio, e tuttavia non richiedevano il plenum dei tre, erano trattate da un Consiglio ristretto, «die Herren Seniores», ossia i membri più anziani dei tre Consigli.
I verbali del Consiglio ristretto, pubblicati dal Bitter,6 sono la fonte più importante sulla vicenda e attestano che la prospettiva di assicurare alla città un famoso Capellmeister che ne elevasse la vita musicale adeguandola alle nuove pretese culturali, prevaleva, in questo momento, sul vecchio scopo di trovare un diligente Cantor per la scuola.
È un’impressione fondata, eppure momentanea, perché poi gli umori muteranno; ma l’orgoglio cittadino sembra davvero soverchiare le preoccupazioni pedagogiche tradizionali, tanto più che il teatro d’Opera è chiuso. Il gruppo che preferirebbe un Cantor tradizionale non osa farsi vivo, né avanzare obiezioni.
Il Consiglio ristretto, per ora, non si divide. La corrente tradizionalista, messa a tacere dall’elezione di Telemann, si prenderà la rivincita con Bach, confortata dalla delusione subita per opera di Telemann, dal ritiro di un altro eletto, e da una lunga crisi di equivoci e sospetti.
Bach non fu mai in lizza con Telemann, la cui condotta, tuttavia, lasciò il terreno cosparso di risentimenti e inquietudini, destinati a pesare su Bach più di un’avversione al suo nome, che non ci fu mai.
Come due anni prima ad Amburgo, vediamo in azione due intenzioni e due comportamenti opposti: la città e i suoi consiglieri, risoluti ad assicurarsi i servigi del prescelto, sopravvalutano il prestigio e le attrattive del posto che offrono. Il candidato, quando è sicuro di partire favorito, sfrutta meglio che può il vantaggio, e se è contento del posto dove si trova, profitta della nuova opportunità per farsi aumentare la paga, senza lasciarlo. Questa ipotesi, per quanto sgradevole, fa parte delle regole del giuoco in tempi in cui la ricerca dei posti e la tutela dei relativi diritti hanno apparenze meno delicate, anche se la sostanza sia identica a quella dei nostri tempi.
Le manovre di offerta e ritiro potevano venire ulteriormente complicate dalla dichiarazione liberatoria che il precedente datore di lavoro, sovrano, città, o chiesa, poteva far mancare al momento decisivo, d’a...