Erano le otto del mattino, l’ora in cui gli ufficiali, i funzionari e i turisti di solito dopo una notte calda, afosa facevano il bagno nel mare e poi andavano nel padiglione a bere un caffè o un tè. Ivàn Andréič Laévskij, un giovanotto sui ventott’anni, biondo, magrolino, con il berretto del ministero delle Finanze e in pantofole, andando a fare il bagno trovò sulla spiaggia molti conoscenti e tra loro un suo amico, il medico militare Samójlenko.
Con la testa grossa, i capelli a spazzola, senza collo, rosso, nasuto, le folte sopracciglia nere e le fedine canute, grasso, flaccido, e come se non bastasse con una rauca voce di basso da soldato, questo Samójlenko a tutti i nuovi arrivati dava la sgradevole impressione di essere rozzo e roco ma, due o tre giorni dopo averlo conosciuto, il suo viso cominciava a sembrare straordinariamente buono, gentile e perfino bello. Nonostante la sua goffaggine e il tono piuttosto rozzo, era un uomo pacifico, infinitamente buono, benevolo e servizievole. In città dava del “tu” a tutti, dava sempre soldi in prestito, curava tutti, aiutava con impegno, rappacificava, organizzava picnic ai quali cuoceva spiedini di carne e una saporitissima zuppa di cefali; aveva sempre qualcuno per cui darsi da fare o chiedere favori e qualcosa di cui rallegrarsi. A giudizio unanime era integerrimo, e gli venivano attribuite solo due debolezze: in primo luogo si vergognava della propria bontà e cercava di mascherarla con uno sguardo severo e una ruvidezza posticcia, e in secondo luogo gli piaceva che gli infermieri e i soldati lo chiamassero “vostra eccellenza”, anche se era solo consigliere di Stato.1
«Aleksàndr Davìdyč, rispondi a una domanda» cominciò Laévskij, quando entrambi, lui e Samójlenko, furono entrati nell’acqua fino alla spalla. «Supponiamo che ti sia innamorato di una donna e ti sia messo con lei; che abbia vissuto con lei, diciamo, più di due anni e poi, come succede, te ne sia disamorato e abbia cominciato a sentirtela estranea. Come ti comporteresti in un caso del genere?»
«Molto semplice. Scompari, carina, e fine della discussione.»
«Facile dirlo! Ma se lei non ha dove andare? È una donna sola, senza una famiglia, non ha un quattrino, non è capace di lavorare...»
«Embè? Gliene sbatti in faccia o cinquecento subito, oppure venticinque al mese, e morta lì. Molto semplice.»
«Supponiamo che tu i cinquecento ce li abbia, e i venticinque al mese pure, ma che la donna in questione sia un’intellettuale orgogliosa. Sei sicuro che le offriresti dei soldi? E in che forma?»
Samójlenko voleva rispondere, ma in quel momento un’onda grande sommerse entrambi, poi sbatté contro la riva e rumoreggiò nella risacca tra i sassolini. Gli amici uscirono sulla spiaggia e cominciarono a vestirsi.
«Certo, è un’impresa vivere con una donna se non la ami» disse Samójlenko, scrollando la sabbia da uno stivale. «Però, Vànja, bisogna ragionare con umanità. Succedesse a me, non le darei a vedere di essermi disamorato e vivrei con lei fino alla morte.»
D’un tratto si vergognò delle proprie parole; si riprese e disse:
«Per me, comunque, se non ci fossero donne sarebbe lo stesso. Che se le porti il diavoletto dei boschi!»
Gli amici si vestirono e andarono al padiglione. Qui Samójlenko si sentiva a casa sua, e per lui c’erano addirittura stoviglie speciali. Ogni mattina gli servivano sul vassoio una tazza di caffè, un alto bicchiere sfaccettato d’acqua con il ghiaccio e un bicchierino di cognac; lui prima beveva il cognac, poi il caffè bollente, poi l’acqua ghiacciata, e doveva essere molto gradevole, perché dopo aver bevuto gli occhi gli si facevano lucidi, si carezzava le fedine con entrambe le mani e diceva, guardando il mare:
«Che vista stupefacente, meravigliosa!»
Dopo una lunga notte sprecata in tristi pensieri inutili che gli avevano impedito di dormire e sembravano aumentare l’afa e il buio della notte, Laévskij si sentiva distrutto e pesto. Con il bagno e con il caffè non ci fu un miglioramento.
«Continuiamo il nostro discorso, Aleksàndr Davìdyč» disse. «Non te lo nasconderò e te lo dirò sinceramente, da amico: con Nadéžda Fëdorovna va male... molto male! Scusami se ti confido i miei segreti, ma ho bisogno di parlarne.»
Samójlenko, presentendo di che cosa si sarebbe parlato, abbassò gli occhi e si mise a tamburellare con le dita sul tavolo.
«Ho vissuto con lei per due anni e non l’amo più...» continuò Laévskij. «O meglio, ho capito che non c’è stato nessun amore... Questi due anni sono stati un inganno.»
Laévskij aveva l’abitudine, intanto che parlava, di esaminarsi con attenzione la palma rosa della mano, di rosicchiarsi le unghie o di sgualcire i polsini con le dita. Ed era proprio quello che stava facendo.
«So benissimo che non mi puoi aiutare» disse. «Ma ti parlo perché per noi gente fallita e inutile la salvezza sta tutta nel parlare. Devo dare un senso globale a ogni mio atto, devo trovare una spiegazione alla mia vita assurda e una sua giustificazione in qualche teoria, nei modelli letterari, nel fatto che noi nobili, per esempio, siamo degenerati e così via... Stanotte, per esempio, mi consolavo pensando continuamente: “Ah, come ha ragione Tolstòj, ha spietatamente ragione!”. E mi dava un po’ di sollievo. Davvero, mio caro, che grande scrittore! Checché se ne dica.»
Samójlenko, che non aveva mai letto Tolstòj e che tutti i giorni si riprometteva di leggerlo, si confuse e disse:
«Sì, tutti gli scrittori scrivono di fantasia, lui invece proprio dalla natura...»
«Mio Dio,» sospirò Laévskij «quanto siamo menomati dalla civiltà! Mi sono innamorato di una donna sposata; lei pure di me... All’inizio ci sono stati i baci, e le serate tranquille, e i giuramenti, e Spencer, e gli ideali, e gli interessi comuni... Che menzogna! In sostanza scappavamo da suo marito, ma ci raccontavamo la fola che stavamo scappando dal vuoto della nostra vita da intellettuali. Il nostro futuro ce lo figuravamo così: all’inizio nel Caucaso, intanto che avessimo fatto conoscenza con il posto e con la gente, io avrei vestito l’uniforme da funzionario e lavorato, poi ci saremmo presi un pezzo di terra incolta, avremmo faticato con il sudore della fronte, fatto crescere un vigneto, coltivato un campo e così via. Se al posto mio ci foste stati tu o quel tuo zoologo von Koren, magari avreste vissuto con Nadéžda Fëdorovna per trent’anni e avreste lasciato ai vostri eredi un ricco vigneto e mille desjàtine2 coltivate a mais, io invece mi sono sentito un fallito fin dal primo giorno. In città c’era un caldo insopportabile, noia, poca gente, e ad andartene nei campi, là sotto a ogni cespuglio e pietra pensi che ci siano falangi,3 scorpioni e serpenti, e oltre i campi montagne e deserto. Gente estranea, natura estranea, una cultura penosa: tutto questo, mio caro, non è facile come passeggiare per il Névskij in pelliccia sottobraccio a Nadéžda Fëdorovna e sognare le terre calde. Qui bisogna lottare all’ultimo sangue, e che razza di combattente sono io? Un pietoso nevrastenico, che non si vuole sporcare le manine... Fin dal primo giorno ho capito che le mie idee sulla vita di fatica e sulla vigna non valevano un fico secco. E quanto all’amore, devo dirti che vivere con una donna che per te ha letto Spencer ed è venuta in capo al mondo è altrettanto noioso che con una Anfìsa o Akulìna qualsiasi. L’odore di stiro, di cipria e di medicine è lo stesso, ogni mattina gli stessi bigodini e lo stesso autoinganno...»
«In una casa non si può fare a meno di stirare» disse Samójlenko, arrossendo perché Laévskij gli parlava con tanta confidenza di una signora che conosceva. «Vedo che oggi, Vànja, non sei nello spirito adatto. Nadéžda Fëdorovna è una donna bella, istruita, tu sei una persona di elevatissimo ingegno... Certo, non siete sposati,» continuò Samójlenko, lanciando un’occhiata ai tavoli che c’erano intorno «ma non è certo colpa vostra e per di più... non bisogna avere pregiudizi ma stare al passo con le idee moderne. Sono anch’io a favore del matrimonio civile, certo... Però, secondo me, una volta che ci si è messi insieme, bisogna starci fino alla morte.»
«Senza amore?»
«Ora ti spiego» disse Samójlenko. «Otto o nove anni fa avevamo qui come agente un vecchietto, una persona di elevatissimo ingegno. E lui diceva sempre: “Nella vita familiare quel che più conta è la sopportazione”. Senti, Vànja? Non l’amore, ma la sopportazione. L’amore non può durare a lungo. Per un paio d’anni hai vissuto nell’amore, e ora, evidentemente, la tua vita familiare è entrata in un periodo in cui tu, per mantenere l’equilibrio, per così dire, devi mettere in atto tutta la tua sopportazione...»
«Tu al tuo vecchio agente ci credi, mentre per me il suo consiglio non ha senso. Il tuo vecchietto era capace di fingere, era capace di fare esercizi di sopportazione e in tal modo di considerare una persona che non amava come un oggetto indispensabile per i suoi esercizi, ma io non sono ancora caduto così in basso; se mi verrà voglia di fare esercizi di sopportazione, mi comprerò i pesi da ginnastica o un cavallo recalcitrante, ma le persone le lascerò in pace.»
Samójlenko chiese del vino bianco con il ghiaccio. Quando ebbero bevuto un bicchiere, Laévskij d’un tratto domandò:
«Dimmi, per favore, che cos’è l’encefalomalacia?»
«È, come spiegartelo... una malattia in cui il cervello si indebolisce... è come se si liquefacesse.»
«È curabile?»
«Sì, se la malattia non viene trascurata. Docce fredde, impacchi di cantaride... Be’, qualcosa per uso interno.»
«Ah... Dunque vedi qual è la mia situazione. Vivere con lei non posso: è al di sopra delle mie forze. Finché sono con te, io filosofo e sorrido, ma a casa il mio umore è a terra. Sto talmente male che, se mi dicessero, supponiamo, che sono costretto a vivere con lei anche solo un altro mese, ho idea che mi ficcherei una pallottola in fronte. Nello stesso tempo separarmi da lei non posso. È sola, non sa lavorare, di soldi non ne abbiamo né io né lei... Dove si caccerebbe? Da chi andrebbe? Non riesco a farmi venire in mente nulla... Be’, dimmi tu: cosa devo fare?»
«Mmh, già» muggì Samójlenko, non sapendo cosa rispondere. «Lei ti ama?»
«Sì, mi ama, nel senso che alla sua età e con il suo temperamento si ha bisogno di un uomo. Farebbe tanta fatica a separarsi da me quanto dalla cipria o dai bigodini. Sono un elemento indispensabile del suo boudoir.»
Samójlenko si confuse.
«Oggi, Vànja, non sei in forma» disse. «Si vede che non hai dormito.»
«Sì, ho dormito male... Nel complesso, caro mio, mi sento da schifo. Ho la testa vuota, il cuore in gola, mi sento debole... Bisogna che fugga!»
«Dove?»
«Là, a nord. Verso i pini, i funghi, la gente, le idee... Darei metà della mia vita per essere da qualche parte nella regione di Mosca, o di Tùla, a fare il bagno in un fiume, intirizzirmi, sai, poi girovagare per tre o quattro ore anche con l’ultimo degli studenti e cianciare, cianciare... Che profumo ha il fieno! Ricordi? E di sera, quando passeggi in giardino, da casa arrivano le note del pianoforte a coda, si sente un treno che passa...»
Laévskij si mise a sorridere dalla soddisfazione, gli vennero le lacrime agli occhi e, per nasconderle, senza alzarsi dal suo posto, si protese verso il tavolo vicino a prendere i fiammiferi.
«Io invece sono ormai diciott’anni che non vado in Russia» disse Samójlenko. «Ormai mi sono dimenticato com’è. Secondo me, non esiste un posto più meraviglioso del Caucaso.»
«C’è un quadro di Vereščàgin: sul fondo di un pozzo profondissimo i condannati a morte si tormentano. Il tuo Caucaso meraviglioso me lo figuro proprio come un pozzo del genere. Se mi offrissero di scegliere tra le due, fare lo spazzacamino a Pietroburgo o il principe qui, propenderei per lo spazzacamino.»
Laévskij si abbandonò ai pensieri. Guardando il suo corpo ingobbito, gli occhi fissi in un punto, la faccia pallida sudata e le tempie infossate, le unghie rosicchiate e la pantofola che lasciava vedere un calzino mal rammendato sul calcagno, Samójlenko fu penetrato da un senso di pietà e, forse perché Laévskij gli ricordava un bambino indifeso, domandò:
«Tua madre è viva?»
«Sì, ma non mi vuole più vedere. Non mi ha potuto perdonare questa relazione.»
Samójlenko voleva bene all’amico. Vedeva in Laévskij un bravo ragazzo, uno studente, un tipo alla buona, con il quale si poteva bere, ridere, parlare con franchezza. Quello che capiva di lui non gli piaceva affatto. Laévskij beveva molto e nei momenti meno opportuni, giocava a carte, disprezzava il lavoro, viveva al di sopra dei propri mezzi, parlando ricorreva spesso a espressioni indecenti, usciva in pantofole e litigava con Nadéžda Fëdorovna in presenza di estranei: e questo non piaceva a Samójlenko. Mentre il fatto che Laévskij un tempo avesse studiato alla facoltà di Lettere, che ora fosse abbonato a due riviste voluminose, che spesso parlasse in modo così intelligente che lo capivano solo in pochi, che vivesse con un’intellettua...