Mokoya era stata addestrata in teoria fondamentale della Slasca al Grande Monastero, da Maestro Chong, un uomo alto, severo e dalle ampie falcate, con una voce fragorosa che rimbombava per tutta la classe. A distanza di decenni, poteva ancora chiudere gli occhi e ricordare il boato profondo del suo timbro, accompagnato da un coro acuto di grilli estivi.
“La natura degli oggetti è fissa e nota. Quel secchio è rosso; il fuoco consuma il legno; il ghiaccio è più leggero dell’acqua.” Avanzava a grandi passi per la stanza come se ne fosse il proprietario. “Commiserate l’oggetto, poiché esso è intrappolato nelle sue stesse circostanze. L’acqua non può ghiacciare in piena estate, così come il sole non può scegliere di interrompere il suo ciclo nel cielo.”
Una delle accolite aveva riso. Maestro Chong le aveva suonato le nocche della sua mano sulla testa, mettendo bruscamente a tacere la sua allegria. La sua voce aveva risuonato sonora: “Ascoltatemi bene, cani! Oggi imparerete a spezzare i vincoli delle circostanze. Poiché i maestri delle cinque nature sanno che la Slasca è in perpetuo movimento. E attraverso le nature della Slasca, possiamo cambiare la natura degli oggetti”.
Attraverso le nature della Slasca possiamo cambiare la natura degli oggetti. Quell’afoso pomeriggio, tutti gli accoliti erano rimasti seduti, imperlati di sudore, mentre i bicchieri d’acqua rifiutavano di trasformarsi in ghiaccio, e le mura e il pavimento del padiglione, caldi come l’abbraccio di un fratello, deridevano i loro sforzi.
Quelle lezioni d’infanzia sembravano incalcolabilmente lontane e, al tempo stesso, intimamente vicine, ora che Fenice fendeva il vento a tutta velocità, con la testa oblunga abbassata, ogni poderoso passo scricchiolante sul ghiaccio appena formato. Mokoya faceva appena in tempo a estrarre il fuoco dalle acque dell’oasi per creare una pista gelata sotto di loro.
Se Mokoya avesse fatto caso alla matematica, avrebbe fatto un ragionamento di questo tipo: la forza è massa per accelerazione, la pressione è forza diviso area della superficie. La capacità portante del ghiaccio è un fattore del quadrato del suo spessore. Una creatura in corsa del peso di Fenice richiede una base di ghiaccio solido che misura una resa. Il volume è lunghezza per ampiezza per altezza. Due li di distanza tra le caverne e Bataanar, percorse su una pista larga una resa. Diecimila rese cubiche d’acqua da gelare.
Ma nessuno di questi calcoli attraversava la sua mente. Nella finestra di estrema concentrazione che si era aperta in lei e l’aveva inghiottita, ogni pensiero era una distrazione, il rumore di fondo delle sue azioni. L’occhio della mente aveva soppiantato le sue percezioni sensoriali, e il mondo si arrendeva al brillio della Slasca. Thennjay, a bordo del suo fluttuatore, era un puntino all’orizzonte. Dietro di lui, Rider adornava la Slasca con motivi poligonali, spingendo Mora controvento. Fenice cominciava a perdere terreno.
Ci fu un’esplosione di luce ed energia a centinaia di rese di distanza, come se un vulcano si fosse risvegliato con una violenta esplosione di luce. Bataanar.
Mokoya spalancò gli occhi, assalita dalla paura. All’orizzonte, tremolante come un miraggio, Bataanar era coperta da una cupola di fuoco. Ma non erano le fiamme della città che bruciava. La luce proveniva dagli scudi termici che la difendevano dall’attacco della creatura.
Le dimensioni del naga facevano sparire Mora, eclissandola di cinque o sei volte, in una maniera che rendeva irrilevante qualsiasi proporzione. Il rosso sangue strepitava contro il nero veleno della sua pelle. Le sue ali spiegate, che artigliavano gli scudi, oscuravano alla vista metà della città.
Il naga stridette, un suono come di metallo che si lacera, come l’urlo di divinità morenti. Piantò le ali contro gli scudi e li graffiò con le zampe posteriori, come se volesse dilaniare la città stessa.
Com’era possibile che quella bestia fosse ancora viva? Perché gli scudi non l’avevano bruciata?
La cupola protettiva cominciò a creparsi, a emettere un bagliore sgradevole, intenso quanto la morte. Gli scudi termici erano dispositivi potenti e complessi, in grado di incenerire tutto ciò che oltrepassava la loro soglia. Solo i Tensori potevano caricarli o innalzarli contro un attacco prolungato. Ma Bataanar era una città di lavoratori, una città di sangue e sudore, e il suo riluttante manipolo di Tensori era più adatto a provvedere alla manutenzione e al caricamento delle attrezzature minerarie.
Dov’erano i pugilatori? Dov’era suo fratello? Sarebbero riusciti a respingere il naga?
Il battito di Mokoya era così rapido da stordirla. Fenice non poteva correre più veloce di così. Non poteva volare. Non sarebbero arrivate in tempo.
Com’era che aveva detto Rider? “La Slasca non conosce né tempo né spazio… Se ne prendi un punto e lo porti su un altro, puoi viaggiare tra di essi.”
Nella caverna, aveva sentito la Slasca torcersi come il tovagliolo di un bambino, e poi scivolare via da sotto di lei.
Ritornò all’occhio della mente. La strenua lotta tra lo scudo e il naga deformava la Slasca, aprendo una faglia nella sua struttura. La conflagrazione sembrava tanto vicina da poterla toccare, ma non lo era. Se solo avesse potuto accorciare la distanza…
Non era possibile, in teoria, eppure…
Fu come assistere all’apparizione di uno schema dal nulla. La geografia della Slasca mutò attorno a Mokoya – tutto era come prima, ma il modo in cui lei lo vedeva era cambiato, e se solo avesse tirato il tessuto in questo modo…
La Slasca si piegò.
Il ghiaccio si tramutò in sabbia sotto Fenice. Il raptor lanciò un grido mentre le sue zampe cedevano, facendogli perdere l’equilibrio. Cielo e terra si ribaltarono. Poi, arrivò il dolore: l’impatto della testa, delle spalle e dei fianchi di Mokoya contro la solida superficie del terreno. La sabbia invase le sue vie respiratorie.
Mokoya si alzò a fatica, tossendo e sputacchiando. L’odore di metallo fuso bruciava nell’aria – odore di morte, di fornace industriale. Il suo goffo piegamento della Slasca le aveva gettate su una sottile striscia di sabbia tra l’oasi e Bataanar. Laddove l’area fertile si restringeva in una lingua di verde e baciava il margine della città, dozzine di barche stavano in attesa di traghettare i lavoratori alle miniere. Il naga proiettava un’ombra su tutta questa zona.
I pugilatori sui loro mezzi fluttuanti non erano altro che una nuvola di mosche che irritavano la pelle della bestia con le loro minuscole folgori. Mokoya scorse Adi e la squadra raggruppate al riparo dell’insenatura dell’oasi, impotenti.
Il naga lanciò un altro richiamo. Così vicino alla città, il suo verso perforava i timpani come una lancia.
Mokoya si protese nella naturterra e tensette con tutta la forza che aveva. La gravità si deformò, trascinando verso il basso l’immane corpo del naga.
Ma poi avvertì la bestia tensere a sua volta e, in un istante di sgomento, mollò la presa. Una creatura capace di usare la slascienza. Impossibile.
Come un carro schiacciato sotto il peso di un albero caduto, gli scudi di Bataanar vennero meno.
Primo principio: la naturacqua tiene le cose in movimento. Con l’esplosione della cupola protettiva, il naga cadde in avanti; cacciò un grido e batté le possenti ali nel tentativo di restare sospeso in volo. La forza dello spostamento d’aria scaraventò Mokoya all’indietro. Durante la caduta, il naga urtò le torri di guardia con un’ala e una zampa posteriore, frantumando le fortificazioni in una pioggia di blocchi di pietra che rovinarono al suolo.
Riversa sulla schiena, Mokoya vide una solitaria figura in nero saltare sulle macerie delle mura cittadine. Akeha. Il suo gemello poteva nascondere la sua identità ad altri, ma lei lo avrebbe sempre riconosciuto. Sollevò una mano, con un oggetto stretto tra le dita. Lei ne percepì il potere e capì che cosa fosse. «Grande Slasca, non…»
Akeha lo lanciò.
Cazzo.
Il fratello li chiamava “globi solari”, ma la sua invenzione era tutto fuorché una fonte di illuminazione. Quando li aveva creati, aveva dato alla luce delle armi potentissime. Racchiusa in quell’involucro, c’era una minuscola quantità di gas ardente, invisibile agli occhi, tensita a un tale eccesso di temperatura e pressione che gli atomi si scioglievano, soccombevano l’uno dentro l’altro e alteravano la loro natura. Akeha stava manipolando un immenso quantitativo di energia terrestre, tutto condensato attorno a quel singolo, infinitesimale punto…
Mokoya si schermò il viso.
Akeha sprigionò l’energia.
La deflagrazione le squassò le ossa. Qualcosa di enorme piombò in acqua con un boato tremendo, un profondo gemito. Un odore aspro dilagò nei suoi polmoni. “Keha, brutto figlio di puttana.”
La vista di Mokoya si schiarì in tempo per vedere le ali di Mora interrompere il cielo. Le zampe del naga più piccolo erano spade che falciavano la schiena del colosso caduto mentre questo si dimenava in acqua. Il naga più grande rovesciò l’immane testa all’indietro e colpì Mora con un sinuoso movimento del collo. Mora cadde con un grido disperato, da animale ferito.
Il gigantesco naga spiccò il volo. Onde alte come tsunami sbatterono le barche le une contro le altre nell’insenatura, con un rumore come di scheletri danzanti. Il battito delle sue ali appiattì sabbia e cespugli al suo passaggio. Si diresse a est. Naturalmente. Il tratto di deserto che non avevano ancora perlustrato.
Mora arrancava per uscire dall’insenatura, incapace di alzarsi in volo. Una figura misera stava china sulla sua groppa: Rider, accasciatə per lo sfinimento. Il cuore di Mokoya si contrasse dolorosamente quando lə vide scivolare giù dalla sella e crollare sulla sabbia.
Il fianco e la schiena di Mokoya dolevano a ogni passo. Ma lei corse lo stesso. La sua mente evocò immagini di Rider senza vita, il suo sangue che scolava sul terreno caldo, i tatuaggi roventi di rosso che penetravano nella sua carne.
Poi, Rider si mosse, alzandosi lentamente in piedi, facendo un passo verso di lei e piegandosi di nuovo in due. Sollevata, Mokoya chiuse la distanza tra loro e lə attirò nel suo abbraccio. Il suo cuore pulsava in maniera discontinua sul collo e nel petto. «Mokoya» sussurrò.
«Riposa» disse lei. «Starai bene. Sia lode alla sorte.»
«È come temevo» proseguì, a malapena coerente, a malapena cosciente. «Questa creatura… il suo significato…» I suoi arti tremarono, e tutto il corpo si abbandonò.
«Rider!» Il suo peso trascinò Mokoya verso il suolo smosso e febbricitante. Rider era pallidə e ricopertə di sudori freddi, un’impronta sfarfallante nella Slasca. La sgraziata tensione di Mokoya nella naturforesta non rivelò nulla. I meccanismi del corpo di Rider, le sue diramazioni e i suoi flussi d’energia erano stati sempre poco chiari per lei. Non capiva quale fosse il problema.
Un fluttuatore si avvicinò mentre Mokoya era concentrata sulle contrazioni irregolari del cuore di Rider. Uno-due, uno-due, uno-due. Le sue braccia tremavano, la sua vista era disturbata da scintille elettriche.
«Nao?» Lei alzò lo sguardo. Thennjay era una figura calda e massiccia contro il vertiginoso abisso del cielo. Non poteva leggere la sua espressione, però colse il tono allarmato della sua voce. «In cosa siamo andati a cacciarci, Nao?»
Mokoya si strinse Rider al petto. Non aveva risposte da dargli.