So che ce la posso fare, lo so. Dicano pure quello che vogliono. È solo questione di perseveranza.
«Effie, te l’ho già spiegato, l’angelo lì non ci sta» insiste mia sorella Bean, che mi guarda con un bicchiere di vin brûlé in mano. «Neanche in un milione di anni.»
«E invece sì.» Continuo imperterrita a cercare di fissare con il nastro a un ramo il nostro amato ornamento argentato, ignorando gli aghi di abete che mi pungono la mano.
«Non ci può stare. Lascia perdere. È troppo pesante!»
«Non lascio perdere!» ribatto. «Abbiamo sempre messo l’angelo sulla punta dell’albero di Natale.»
«Ma questo albero è la metà di quelli che abbiamo di solito» mi fa notare Bean. «Non te ne sei accorta? È un po’ spelacchiato.»
Do un’occhiata all’albero, al suo solito posto in una nicchia dell’ingresso. Certo che me ne sono accorta che è piccolo. Di solito abbiamo un albero enorme, imponente, folto, mentre questo è un po’ mingherlino. Ma al momento non è la cosa che mi preoccupa.
«Così vedrai che ci sta.» Faccio un bel fiocco con il nastro e lo lascio andare, al che il ramo crolla, l’angelo finisce a testa in giù e la tunica gli cade sulla testa, mettendo in mostra le mutande. Accidenti.
«Ah, molto natalizio!» dice Bean, strozzandosi dalle risate. «Gli scriviamo “Buon Natale” sulle mutande?»
«Bene.» Slego l’angelo e faccio un passo indietro. «Devo rinforzare il ramo con una bacchetta di legno o qualcosa del genere.»
«Ma mettici qualcos’altro, in cima all’albero!» Bean ha un tono tra il divertito e l’esasperato. «Effie, perché sei sempre così ostinata?»
«Non sono ostinata, sono perseverante.»
«Brava, Effie, diglielo» interviene papà, passando con un fascio di lucine sulle braccia. «Lotta fino all’ultimo! Non arrenderti mai!»
Ha gli occhi che brillano e le guance arrossate e io gli sorrido con amore. Papà mi capisce. È una delle persone più tenaci che conosco. Figlio di una madre single, è cresciuto in un minuscolo appartamento a Layton-on-Sea e ha frequentato una scuola molto tosta. Ma ha tenuto duro, è andato all’università e poi è entrato in una società finanziaria. E adesso eccolo: in pensione, agiato, felice, tutto per il meglio. Non si ottiene questo mollando al primo ostacolo.
Okay, è vero che ogni tanto la sua tenacia sconfina in una ostinazione irrazionale. Come quella volta che non ha voluto rinunciare a una corsa di dieci chilometri per beneficenza anche se zoppicava, e alla fine il risultato è stato uno strappo muscolare al polpaccio. Ma come ha detto lui, aveva raccolto il denaro, aveva raggiunto lo scopo ed era sopravvissuto. Quando eravamo piccoli, papà ce lo ripeteva spesso, “Sopravviverai!”, e questo a volte ci consolava, a volte ci dava forza e altre volte era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno. (Non vuoi sempre sentirti dire che sopravviverai. Ogni tanto quello che vuoi è guardare il tuo ginocchio sanguinante e lamentarti e qualcuno che ti dice con tanta tenerezza: “Che bambina coraggiosa”.)
È evidente che già prima del mio arrivo papà doveva essersi abbondantemente servito di vin brûlé, ma in fondo perché no? Siamo sotto Natale e oggi è il suo compleanno ed è il giorno in cui decoriamo l’albero. È una nostra tradizione farlo il giorno del compleanno di papà. Anche adesso che siamo grandi, ogni anno torniamo a Greenoaks, la casa di famiglia nel Sussex.
Mentre papà sparisce in cucina, mi avvicino a Bean e abbasso la voce. «Come mai quest’anno Mimi ha preso un albero così piccolo?»
«Non lo so» dice Bean dopo un attimo. «Forse per senso pratico. Cioè, ormai siamo tutti adulti.»
«Forse» ripeto, ma non sono soddisfatta della risposta. La nostra matrigna, Mimi, è creativa, artistica e ha tante idee pittoresche e bizzarre. Ha sempre amato le decorazioni natalizie e più ce n’erano, meglio era. Perché mai avrebbe dovuto decidere improvvisamente di essere pratica? L’anno prossimo, mi dico, andrò con lei a comprare l’albero. Le rammenterò con tatto che a Greenoaks abbiamo sempre avuto alberi enormi e non c’è motivo di interrompere la tradizione, anche se Bean ha trentatré anni, Gus trentuno e io ventisei.
«Finalmente!» esclama Bean fissando il cellulare, e interrompe le mie riflessioni.
«Che c’è?»
«Gus. Mi ha appena mandato il video. Che tempismo.»
Più o meno un mese fa papà ci ha detto che quest’anno non voleva regali. Come se noi potessimo dargli retta. Però, per essere onesti, ha già una quantità di maglioni e gemelli e simili, così abbiamo deciso di essere creativi. Bean e Gus hanno preparato un video, che Gus ha appena finito di montare, e io ho una mia sorpresa, che non vedo l’ora di mostrargli.
«Immagino che Gus sia stato molto occupato con Romilly» dico, facendo l’occhiolino a Bean, che risponde con una risatina.
Di recente nostro fratello Gus si è fidanzato con la strepitosa Romilly. E non è che la cosa ci sorprenda, no, non siamo affatto sorprese, però... insomma. Cioè, il fatto è che lui è Gus. Distratto. Vago. È bello, a modo suo, molto tenero, e bravissimo nel suo lavoro in campo informatico. Ma non è precisamente un maschio alfa. Mentre lei è una specie di concentrato di potenza con capelli perfetti e abiti sofisticati. (L’ho cercata online.)
«Voglio dare un’occhiata veloce al video» dice Bean. «Andiamo di sopra.» Mentre la seguo per le scale, chiede: «Hai impacchettato il tuo regalo?».
«Non ancora.»
«Perché ho portato della carta in più, casomai tu ne avessi bisogno, e del nastro. A proposito, ho ordinato il cesto per zia Ginny» aggiunge. «Dopo ti dico quanto mi devi.»
«Bean, sei un genio» le dico con affetto. Perché lo è. Pensa sempre a tutto. Fa sempre tutto.
«Ah, un’altra cosa.» Quando arriviamo su, fruga nella sua borsa. «Erano in offerta, tre per due.»
Mi porge uno spray alla vitamina D e mi mordo un labbro per non ridere. Bean è diventata un’invasata del salutismo. L’anno scorso mi rifilava sistematicamente capsule di olio di fegato di merluzzo e prima ancora era fissata con il tè verde.
«Bean, non devi comprarmi le vitamine! Cioè, grazie» aggiungo un po’ in ritardo.
Entriamo in camera sua e io mi guardo intorno provando un moto di affetto. È sempre uguale, da che ne ho il ricordo: gli stessi mobili dipinti a mano da quando Bean aveva cinque anni, letti gemelli di legno bianco, cassettone, armadio e toeletta, decorati con Peter Rabbit. Per tutta la nostra infanzia mia sorella ha manifestato l’intenzione di passare a qualcosa di più figo, ma non si è mai decisa a separarsene, e i mobili sono ancora qui. Per me Peter Rabbit è talmente collegato a lei che ogni volta che lo vedo da qualche parte penso: “Bean”.
«Hai invitato anche Dominic oggi?» mi chiede aprendo il suo iPad, e io mi illumino solo a sentire il suo nome.
«No, è un po’ presto per “ti presento i miei”. Ci siamo visti solo poche volte.»
«Ma sono state belle, queste poche volte?»
«Sì, molto belle.» Sorrido felice.
«Ottimo. Okay, allora vediamo...» Sistema l’iPad sulla toeletta e guardiamo insieme una frenetica sequenza di titoli di testa che dice: Il solo e unico... Tony Talbot! Segue una foto di papà pubblicata sul giornale locale di Layton-on-Sea quando, a undici anni, vinse una gara di matematica. Poi ci sono una foto della laurea e una del matrimonio con nostra madre, Alison.
Osservo il suo bel faccino e i suoi occhi grandi, e provo il solito senso di straniamento che mi prende ogni volta che vedo una sua fotografia, rimpiangendo di non sentire un legame più intenso. Quando è morta avevo soltanto otto mesi, e tre anni quando papà ha sposato Mimi. È Mimi che ricordo cantare per me quando ero malata, infornare le torte in cucina, era lei che era presente, sempre. Mimi è la mia mamma. Per Bean e Gus è diverso, loro qualche vago ricordo di Alison ce l’hanno. Mentre io non ho nulla tranne la somiglianza, che però è davvero notevole. Tutti le assomigliamo, con le nostre facce larghe, gli zigomi alti e gli occhi ben distanziati. Io ho un’espressione perennemente sorpresa e i grandi occhi azzurri di Bean sembrano sempre interrogativi. Mentre Gus di solito ha l’aria assente, come se pensasse ad altro (questo perché pensa sempre ad altro).
Sullo schermo passano una serie di video familiari e mi sporgo in avanti per guardarli. Ecco papà che tiene in braccio Bean neonata... Un picnic di famiglia... Papà che costruisce un castello di sabbia con Gus piccolissimo... Poi un video che ho già visto: papà che arriva sulla porta di Greenoaks e la apre con un gesto teatrale il giorno in cui è diventata casa nostra. Ha ripetuto spesso che comprare una casa del genere è stato uno degli eventi più importanti della sua vita. “Un ragazzo di Layton-on-Sea che ha fatto strada” come dice lui.
Perché Greenoaks non è una vecchia casa come tante. È incredibile. Ha una personalità. Ha una torretta! Una finestra con i vetri colorati. I visitatori spesso la definiscono “eccentrica” o “bizzarra” o si limitano a esclamare: “Wow!”.
E sì, okay, ci sono anche pochissime persone meschine e ignoranti che la definiscono “brutta”. Ma sono cieche e hanno torto. La prima volta che ho sentito definire Greenoaks una “mostruosità” da una tipa strana nel negozio del villaggio sono rimasta scioccata. Il mio cuore di undicenne scoppiava di indignazione. Non avevo mai avuto modo di conoscere una snob in fatto di architettura, non sapevo neanche che esistessero. E io amavo ardentemente ogni particolare della mia casa, tutto ciò che quella acida sconosciuta irrideva. Dai “brutti mattoni a vista” – non sono brutti – alla montagnola. La montagnola è una collinetta ripida e un po’ assurda che abbiamo in giardino, di fianco alla casa. La donna ne aveva riso, e io avrei voluto gridare: “È fantastica per fare i falò, perciò sta’ zitta!”.
Invece ero uscita dal negozio a passo di carica, dopo aver lanciato un’occhiataccia alla signora McAdam, la proprietaria. A suo onore, devo dire che aveva l’aria scioccata anche lei e che ha gridato: “Effie, tesoro, volevi comprare qualcosa?”. Ma non mi sono girata, e ancora oggi non so chi fosse quella beffarda sconosciuta.
Da allora, ho sempre controllato attentamente le reazioni delle persone a Greenoaks. Le ho viste fare un passo indietro e deglutire mentre la esaminavano in cerca di qualche commento positivo da fare. Non sostengo che sia il metro per giudicarle, ma di fatto lo è. Chiunque non riesca a dire una sola cosa carina su Greenoaks è un vile snob e con me ha chiuso.
«Effie, guarda, sei tu!» esclama Bean quando parte una nuova sequenza, e io mi vedo barcollare sul prato tenuta per mano da mia sorella, che doveva avere otto anni. “Non importa, Effie” dice lei tenera quando crollo a terra. “Riprova!” Mimi racconta sempre che Bean mi ha insegnato a camminare. E ad andare in bici. E a farmi le trecce.
Mi rendo conto, senza però fare commenti, che abbiamo saltato il tragico anno in cui è morta Alison. In questo video ci sono soltanto i momenti belli. Be’, perché no? Non c’è motivo di ricordare a papà quel periodo. Ha trovato la felicità con Mimi e da allora è stato sempre sereno.
Suona il campanello e Bean lo ignora, ma io scatto. Sto aspettando il pacco con il regalo per Mimi. Ho programmato l’arrivo per oggi, e non voglio che lei lo apra per sbaglio.
«Bean» dico, e metto il video in pa...