Oggi è il giorno del rituale della purezza.
Questo pensiero mi gira ossessivamente in testa mentre mi affretto verso il fienile, stringendomi nel mantello per tenere a bada il freddo. È mattina presto, e il sole non ha ancora iniziato la sua ascesa sopra gli alberi spolverati di neve che circondano la nostra piccola fattoria. Le ombre si raccolgono nell’oscurità, racchiudendo la pozza di luce fioca intorno alla mia lampada. Sento un formicolio minaccioso sotto la pelle. È quasi come se ci fosse qualcosa lì, ai margini del mio campo visivo...
Sono solo agitata, mi dico. Ho avvertito quel formicolio molte volte in passato e non ho mai visto niente di strano.
La porta del fienile è aperta quando arrivo, c’è una lanterna appesa al palo. Mio padre è già dentro, a spargere fieno. È una figura fragile nell’oscurità, la sua silhouette alta è come ripiegata su se stessa. Appena tre mesi fa era robusto e massiccio, i suoi capelli biondi non erano ancora stati toccati dal grigio. Poi è arrivato il vaiolo rosso, e lui e mia madre si sono ammalati.
«Sei già sveglia» dice dolcemente, posando di sfuggita i suoi occhi grigi su di me.
«Non riuscivo più a dormire» rispondo, afferrando un secchio del latte per andare da Norla, la nostra mucca più grossa.
Dovrei riposare in isolamento, come tutte le altre ragazze che si preparano per il rituale, ma c’è troppo lavoro da fare nella fattoria e non ci sono abbastanza mani da quando mia madre è morta tre mesi fa. Il pensiero mi fa venire le lacrime agli occhi, e cerco di ricacciarle indietro.
Mio padre dà altro fieno agli animali. «“Sia benedetto chi apre gli occhi per testimoniare la gloria del Padre infinito”» borbotta, citando le Saggezze infinite. «Allora, sei pronta per oggi?»
Faccio un cenno con la testa. «Sì, lo sono.»
Più tardi, nel pomeriggio, l’anziano Durkas metterà alla prova me e tutte le altre sedicenni durante il rituale della purezza. Quando ci saremo dimostrate pure, faremo ufficialmente parte del villaggio. Finalmente sarò una donna: sarò idonea al matrimonio, ad avere una famiglia tutta mia.
Il pensiero mi riempie di nuovo di ansia.
Guardo mio padre con la coda dell’occhio. È teso, si muove con fatica. Anche lui è preoccupato. «Mi è venuta in mente una cosa, padre» comincio. «E se... e se...» Mi fermo qui, la domanda incompiuta aleggia pesante nell’aria. Una paura indicibile si dispiega nell’oscurità del fienile.
Mi fa quello che secondo lui è un sorriso rassicurante, ma gli angoli della sua bocca sono tirati. «Che cosa?» chiede. «Puoi dirmelo, Deka.»
«E se il mio sangue non fosse puro?» sussurro, parole orribili che mi escono di getto. «E se verrò portata via dai sacerdoti... Se verrò bandita?»
«È questo che ti preoccupa?»
Faccio un cenno di assenso.
Anche se è raro, tutti conoscono la sorella o la parente di qualcuno che è stata trovata impura. L’ultima volta che è successo a Irfut è stata alcuni decenni fa, a una delle cugine di mio padre. Gli abitanti del villaggio parlano ancora, a mezza voce, del giorno in cui è stata trascinata via dai sacerdoti e nessuno l’ha più vista. Da allora c’è stata sempre un’ombra sulla famiglia di mio padre.
Ecco perché sono tutti molto devoti: sempre in prima fila nel tempio, le mie zie con il viso coperto, compresa la bocca. Le Saggezze infinite ammoniscono: “Solo la donna impura, bestemmiatrice e incolta rimane scoperta sotto gli occhi di Oyomo”, ma la legge si riferisce alla metà superiore del viso: dalla fronte fino alla punta del naso. Le mie zie, comunque, hanno dei quadratini di velo anche sugli occhi.
Quando mio padre tornò dall’esercito con mia madre al suo fianco, tutti i suoi parenti lo ripudiarono immediatamente. Era troppo rischioso accettare in famiglia una donna di cui non era stata verificata la purezza, e per di più straniera.
Poi sono arrivata io: una bambina tanto scura di pelle da essere una vera meridionale, ma con gli occhi grigi di mio padre, la fossetta sul mento e i riccioli morbidi che dicevano altrimenti.
Sono stata a Irfut per tutta la vita, ci sono nata e cresciuta, eppure mi trattano ancora come un’estranea, mi fissano e mi escludono, mi segnano a dito. Non mi sarebbe stato nemmeno permesso di entrare nel tempio, se alcuni parenti di mio padre avessero avuto la meglio. Gli assomiglio come una goccia d’acqua, però non basta. Serve una prova perché il villaggio accetti me e la famiglia di mio padre accetti tutti noi. Quando il mio sangue sarà dichiarato puro, finalmente questo sarà il mio posto.
Mio padre si avvicina e mi sorride rassicurante. «Sai cosa significa essere puri, Deka?» chiede.
Rispondo con un passo delle Saggezze infinite. «“Beate le miti e sottomesse, le figlie umili e vere dell’uomo, perché sono immacolate dinanzi al Padre infinito.”»
Tutte le ragazze lo sanno a memoria. Recitiamo quelle parole ogni volta che entriamo in un tempio: un costante richiamo al fatto che le donne sono state create per essere di aiuto agli uomini, asservite ai loro desideri e ai loro comandi.
«Sei umile e tutto il resto, Deka?» domanda mio padre.
Annuisco. «Credo di sì.»
Un lampo di incertezza gli attraversa lo sguardo, ma poi sorride di nuovo e mi bacia la fronte. «Allora andrà tutto bene.»
Torna al suo fieno. Mi siedo accanto a Norla, e la preoccupazione mi tormenta ancora. Dopotutto, ci sono altri modi in cui assomiglio a mia madre, ignoti a mio padre, che mi farebbero disprezzare ancora di più dagli abitanti del villaggio se ne venissero a conoscenza.
Devo fare in modo di mantenerli segreti. Gli abitanti del villaggio non devono mai scoprirli.
Mai.
È ancora mattina presto quando arrivo nella piazza del villaggio. L’aria è fredda, e i ghiaccioli pendono dai tetti delle case vicine. Il sole splende in modo insolito per la stagione, i suoi raggi fanno brillare le alte colonne arcuate del tempio di Oyomo. Quelle colonne vogliono essere una preghiera, una meditazione sul progresso quotidiano del sole di Oyomo attraverso il cielo. La sola vista mi getta di nuovo nell’ansia.
«Deka! Deka!» Una figura familiare e goffa mi saluta in tono eccitato dall’altra parte della strada.
Elfriede corre verso di me, avvolta nel mantello, tanto che tutto quello che riesco a vedere sono i suoi occhi verde brillante. Cerchiamo sempre entrambe di coprirci il viso quando entriamo nella piazza del villaggio: io per il colore della mia pelle e lei per la voglia rosso spento che copre il lato sinistro della sua faccia. Alle ragazze è permesso di rimanere senza velo fino a quando non compiono il rituale, ma non ha senso attirare l’attenzione, soprattutto in una giornata come questa.
Stamattina la minuscola piazza di ciottoli di Irfut è affollata da centinaia di visitatori, che aumentano ogni minuto. Vengono da tutta Otera: altezzosi meridionali con la pelle scura e i capelli ricci, occidentali alla mano, con le lunghe chiome nere raccolte sopra la testa e la carnagione dorata piena di tatuaggi, settentrionali bruschi, dall’incarnato chiaro, i capelli biondi che splendono nell’aria fredda, e orientali silenziosi con la pelle di ogni sfumatura, dal marrone scuro al guscio d’uovo, con i setosi capelli neri e lisci che ricadono come fiumi lucidi lungo la schiena.
Anche se è isolato, il nostro piccolo paese è noto per le sue belle ragazze, e gli uomini vengono da lontano per vedere quelle idonee prima che si sottopongano al rituale. Molte di noi troveranno marito oggi, se non l’hanno già fatto.
«Non sei emozionata, Deka?» Elfriede ridacchia.
Indica con un ampio gesto la piazza, addobbata a festa per l’occasione. Le porte di tutte le case in cui vivono ragazze idonee sono state dipinte di un rosso acceso, striscioni e bandiere sventolano allegramente dalle finestre e lanterne dai colori vivaci adornano ogni ingresso. Ci sono persino ballerini mascherati sui trampoli e mangiafuoco che si aggirano tra la folla, in competizione con i mercanti che vendono sacchetti di frutta secca, cosce di pollo affumicate e mele candite.
Quello spettacolo entusiasma anche me. «Sì, certo» rispondo con un sorriso, ma Elfriede mi sta già trascinando via.
«Sbrigati, sbrigati!» mi esorta, sfrecciando davanti alle folle di visitatori, molti dei quali si fermano a disapprovare il fatto che con noi non ci siano guardiani maschi.
Nella maggior parte dei villaggi, le donne non possono lasciare le loro case senza che un uomo le accompagni. Irfut, tuttavia, è piccolo, e gli uomini scarseggiano. Molti degli idonei si sono arruolati nell’esercito, come mio padre quando era più giovane. Alcuni sono persino sopravvissuti all’addestramento per diventare jatu, i membri della guardia d’élite dell’imperatore. Individuo un contingente di jatu ai margini della piazza, vigili nelle loro scintillanti armature rosse.
Ce ne sono almeno dodici oggi, molti di più dei soliti due o tre che l’imperatore manda per il rituale d’inverno. Forse sono vere le voci che dicono che quest’anno i gridamorte che hanno attraversato il confine sono tanti.
I mostri assediano i confini meridionali di Otera da secoli, ma negli ultimi anni sono diventati molto più aggressivi. Di solito attaccano nei giorni vicini a quello del rituale, distruggendo villaggi e cercando di rapire le ragazze impure. Pare che la condizione di impure le renda molto più gustose...
Per fortuna Irfut si trova in una delle zone più remote del Nord, circondato com’è da montagne innevate e foreste impenetrabili. I gridamorte non arriveranno mai fin qui.
Elfriede non si accorge delle mie riflessioni, è troppo occupata a sorridere agli jatu. «Non sono bellissimi, così in rosso? Ho sentito che sono nuove reclute, impegnate in un giro delle province. Che meraviglia che l’imperatore li abbia mandati qui per il rituale!»
«Sì, direi di sì...» mormoro.
Lo stomaco di Elfriede brontola. «Sbrigati, Deka» mi dice. «O ci sarà troppa fila al panificio.»
Mi tira così forte che inciampo e vado a sbattere contro una figura grande e robusta. «Le mie scuse.» Sussulto, alzando la testa.
Uno dei forestieri mi sta fissando, con un sorrisetto da lupo sulle labbra. «Cosa abbiamo qui, un altro bocconcino?» Si avvicina.
Faccio subito un passo indietro. Come ho fatto a essere così stupida? Gli uomini che vengono da fuori non sono abituati a vedere donne non accompagnate e possono fare supposizioni orribili. «Mi dispiace, devo andare» sussurro, ma lui mi afferra prima che io possa ritirarmi, e le sue dita cercano avidamente il bottone che chiude la parte superiore del mio mantello.
«Non fare così, bocconcino. Su, da brava, togliti il mantello così possiamo vedere cosa siamo venuti a...» Due mani grandi lo strappano via da me prima che possa finire la frase.
Quando mi giro, Ionas, il figlio maggiore dell’anziano Olam, il capo del villaggio, sta fulminando l’uomo con lo sguardo. Sul suo viso non c’è traccia della solita espressione cordiale. «Se vuoi un bordello, ce n’è uno nella tua città» gli dice in tono minaccioso, con gli occhi azzurri che sprizzano scintille. «Forse dovresti tornare lì.»
La differenza di stazza è sufficiente a far esitare l’uomo. Anche se Ionas è uno dei ragazzi più belli del villaggio, tutto capelli biondi e fossette, è anche uno dei più grossi, massiccio come un toro e altrettanto imponente.
L’uomo sputa a terra, irritato. «Non c’è bisogno di prendersela tanto, ragazzo. Mi stavo solo divertendo un po’. Quella non è nemmeno del Nord, per l’amor di Oyomo.»
Ogni muscolo del mio corpo si irrigidisce a questo sgradito promemoria. Non importa quanto io sia silenziosa e inoffensiva, la mia pelle scura mi segnerà sempre come una meridionale, un membro delle odiate tribù che molto tempo fa conquistarono il Nord e lo costrinsero a unirsi all’Unico Regno, ora conosciuto come Otera. Solo il rituale della purezza può garantirmi un posto qui.
Ti prego, fa’ che sia pur...