«Ragazzina...»
Jay è di fronte a me, immobile mi fissa con occhi magnetici ma impenetrabili. L’ho urtato per sbaglio, uscita dalla pasticceria, mentre ritiravo la torta per il compleanno di Hernst. E siamo qui, l’uno davanti all’altra.
«Scusami» dico, più goffa del solito.
Lui tace. Silenzio assoluto. I battiti del mio cuore iniziano ad accelerare, si moltiplicano a intervalli irregolari. L’unica cosa che riesco a pensare è che vorrei baciarlo. Ma lui non sa nemmeno chi sono.
«Ora devo andare, scusami ancora.» Mi ricompongo in evidente imbarazzo, provando a cavarmi da quella situazione.
Lo oltrepasso, ma con un gesto inaspettato lui mi afferra per un braccio e mi tira a sé.
«Sei proprio tu?» mi domanda sgranando gli occhi.
Non riesco a spiccicare la benché minima parola.
«Sei tu» dice. E stavolta è un’affermazione.
La scatola della torta mi cade dalle mani per l’emozione che inizia a montarmi dentro, è un formicolio che in un attimo mi assale tutta.
Senza darmi il tempo di replicare, Jay mi stringe a sé. Sento il suo petto a contatto con il mio, il suo aroma è ossigeno che mi dà sollievo.
In quel momento realizzo ciò che accade. «Tu... Tu ricordi?» gli chiedo.
«Ricordo tutto» mi dice.
In pochi istanti la presa su di me si fa blanda. Il volto gli cambia repentinamente espressione, e muta in una straziante richiesta d’aiuto.
«Jay?» lo richiamo spaventata. «Jay» insisto, «che ti succede?»
Lui tenta di parlarmi, emette a stento qualche sillaba, ma poi si porta una mano al petto e infine s’accascia a terra esanime.
Vedo la sua luce spegnersi, e il mio lamento disperato, allora, risuona per tutta la strada.
Paralizzata dallo shock e in lacrime, dopo qualche secondo ripresi aria come uscita da una lunga apnea. Accesi la piccola lampada sul comodino e, asciugatami il viso con un lembo del pigiama, mi accorsi che erano solo le quattro del mattino.
Era stato un sogno così vero da suscitarmi una tale inquietudine che non fu facile scrollarmi di dosso.
Ancora scossa, posai di nuovo la testa sul cuscino ripetendomi che non era reale, ma soltanto un incubo generato dal nostro recente incontro.
Ero incappata in Jay qualche settimana prima, intenta a sbrigare alcune commissioni richiestemi da Eloise. Per mesi avevo cercato di restargli lontano: a scuola lo evitavo per quanto possibile, non frequentavo più la biblioteca di Thompson, ma, soprattutto, avevo dovuto rinunciare a fermarmi alla locanda di Molly.
Quel giorno però c’eravamo imbattuti a sorpresa l’uno nell’altra. O meglio, c’eravamo letteralmente scontrati, e avevo rischiato quasi di rovesciargli addosso l’intera torta di compleanno di Hernst.
Al contrario delle mie visioni notturne, Jay non ricordava nulla di me. D’altro canto, come in sogno, mi aveva istintivamente riconosciuta nella “Ragazzina” che prima dell’incantesimo della nonna gli aveva rubato il cuore.
E dire che per tanto tempo avevo trovato fastidioso quel nomignolo, invece ora era l’unica cosa che agognavo di sentire. Ma quella ragazzina per lui era un’estranea.
Quel giorno, insomma, m’ero limitata a scusarmi e fuggire via. Soffrivo, ma andava bene così. Era il prezzo da pagare per avergli restituito la vita: rinunciare alla cosa che amavo più al mondo, e alla conseguente possibilità di costruire un futuro insieme.
Chiedersi se le cose potessero tornare come prima o se si sarebbe mai presentata l’occasione di ripristinare il passato era pura fantasia. Dopotutto Eloise era stata chiara: l’amore tra me e Jay non avrebbe dovuto riaffiorare, pena un destino peggiore della morte stessa.
Era la seconda settimana di maggio. I fiori erano sbocciati in tutta la loro bellezza e ornavano le siepi che delimitavano geometricamente i vialetti delle case in città.
La giornata era rischiarata da un cielo luminoso e terso, e mentre raggiungevo la scuola mi fermai ad ammirare quanto la primavera ormai inoltrata facesse bene a Overville.
L’aria era intiepidita da una flebile brezza diventata fedele compagna delle mie lunghe camminate mattutine, e il cui diradarsi sapeva d’un anticipo estivo.
“E brava Roe!”
Arrivai alla Over High sorpresa e quasi compiaciuta di aver raggiunto la destinazione senza perdermi.
Se avessi osato pronunciare una frase del genere ad alta voce, Jay ne avrebbe approfittato per prendermi in giro, ricordandomi che erano circa otto mesi che percorrevo la stessa strada ogni mattina. Io avrei replicato che la mia mancanza di orientamento era una questione genetica, benché non esistessero prove scientifiche a sostegno della mia tesi. O magari sì. In ogni caso, avremmo finito per bisticciare.
“Con tutte le fan fiction che mi faccio sulle conversazioni immaginarie con Jay, potrei aprire un canale Wattapad e diventerei famosa” sdrammatizzai dentro di me.
Ma era l’ennesimo tentativo di nascondere una ben più radicata frustrazione.
Varcai il cancello della scuola e mi stavo dirigendo verso il mio armadietto, quando la mia attenzione fu attirata da una dinamica che ben conoscevo: Charles Buzzer faceva lo spaccone con un altro studente.
«Oh, dovresti stare più attento» diceva in tono arrogante dopo aver fatto cadere dalle mani del malcapitato il suo quaderno di appunti.
Il poveretto, senza opporre resistenza, si chinò a raccogliere le cose, mentre gli energumeni che facevano da scorta a Buzzer non cessavano di deriderlo con i loro sghignazzi.
Appena la vittima, timida e spaurita, ebbe radunato tutti gli appunti, cominciò a riporli nel proprio armadietto, probabilmente nella vana speranza che Charles trovasse qualcun altro con cui prendersela. Ma Buzzer doveva ancora sferrare il colpo più meschino, e con violenza gratuita spinse la porta dell’armadietto verso il ragazzo, rischiando di chiudergli una mano dentro.
«Ehi» lo richiamò Charles con tono nuovamente irridente, «sto parlando con te. Ho detto: non credi che dovresti stare più attento?»
«Sì...» si affrettò a rispondere il ragazzo, sempre con aria esitante.
Infastidita da quella scena, ma senza attirare l’attenzione, concentrai la mia energia verso l’armadietto dello studente, che si aprì di scatto, forse con troppa violenza, colpendo Charles dritto in faccia.
Buzzer inveì allora contro lo studente, convinto che fosse stato lui a reagire sbattendogli lo sportello in volto. «Ma che cazzo fai?!» sbraitò.
Volevo solo separarli con un lieve contraccolpo, lasciando credere che quella lezione fosse frutto del karma. Invece avevo finito per ferire Charles, a cui ora sanguinava il naso. Una parte di me era tutt’altro che dispiaciuta...
«Io... Io non ho fatto niente» si giustificò lo studente ormai spaventato.
Come una furia, Charles si avventò su di lui prendendolo per il collo della maglietta, e lo spinse contro gli armadietti vicini richiamando l’attenzione dell’intero corridoio.
Gli altri studenti rimasero ingiustamente a guardare senza intervenire, ma una simile indifferenza era all’ordine del giorno. Anzi, qualcuno assisté alla scena persino divertito.
Charles stava per sferrargli un pugno, ma con la pressione della mano riuscii a spostare la testa del ragazzo prima che fosse colpito in piena faccia. La violenza di Charles si abbatté allora contro l’armadietto, con il risultato che oltre al naso si ferì anche la mano.
«Tu, pezzo di...» inveì, facendo cenno ai suoi amici di tenerlo fermo. Ormai era chiaro che senza volerlo avevo messo il ragazzo in una situazione più critica che mai.
«Ti prenderai tante di quelle botte...» lo minacciava Charles allungando l’altro pugno. Per tutta risposta, la sua vittima aggrottò la fronte e serrò gli occhi, rassegnato a scontare una colpa che non aveva.
«Non mi sembra il caso di proseguire oltre» si sentì dire. Un altro ragazzo si parò davanti al gruppetto di bulli, immischiandosi in quel putiferio.
Era di spalle, e riuscii a notarne solo gli splendidi capelli mossi. Non mi sembrava d’averlo mai visto prima.
«Vedi di farti gli affari tuoi, Evans» tuonò Buzzer.
Si conoscevano.
«Qui accanto c’è il mio armadietto, e mi stai rendendo difficile arrivare ai libri. Credo siano proprio affari miei!» ribadì secco e in tono deciso il misterioso interlocutore.
A quel punto la campanella suonò e, quasi prendendolo come un segno che la partita era finita, Charles lasciò la maglietta ormai stropicciata dello sventurato.
«Sei fortunato che devo andare a lezione, sfigato» concluse guardando negli occhi l’anonimo studente. «Ma ci rivedremo» lo avvisò. E con un cenno si portò via i due neuroni di amici che aveva con sé.
Io rimasi a osservare lo sconosciuto mentre rincuorava il poverino, scrutando ogni suo segno particolare anche a distanza.
«Non preoccuparti» era la sua rassicurazione, «non torneranno. Me ne accerterò personalmente.»
Il ragazzino, che aveva tutta l’aria di essere una matricola, lo ringraziò prima di correre in aula. Come il suo salvatore dai capelli mossi si girò, notò subito il mio sguardo sollevato e lo ricambiò con uno curioso e stranito allo stesso tempo.
Tornai al mio, di armadietto. Ero un po’ affranta per aver complicato la situazione invece di risolverla, e questo voleva dire che forse ero ancora troppo inesperta nell’uso dei miei poteri. O forse la vista di Charles continuava a suscitarmi un certo risentimento di cui la mia magia andava ghiotta, assumendo al tempo stesso una portata più imprevedibile.
Eloise mi aveva avvertito di non usare i poteri in pubblico, specie se non fossi stata sicura di riuscire a padroneggiarli.
«Che scena impietosa!» Quel commento fu rivolto a me, destandomi dai miei pensieri.
Proveniva dallo stesso tipo accorso in salvo dello studente. Era molto carino, e da vicino i suoi occhi sembravano due pietre del colore del mare. Doveva essere alto una decina di cen...