Nell’istante in cui varcai la soglia, capii di aver commesso un errore. L’aria si serrò intorno a me come i bracci di un’invisibile tenaglia, immobilizzandomi. Cercai di protendermi verso la porta, ma fu inutile. Sarei rimasta chiusa in quella stanza finché chi aveva lanciato l’incantesimo di confinamento non avesse deciso di liberarmi.
D’un tratto, i sussurri che sentivo in continuazione si trasformarono in chiacchiere assordanti. C’erano così tante voci, impegnate in altrettante conversazioni, che a malapena riuscivo a formulare un pensiero.
«È qui!»
«È arrivata!»
«Spezza le catene!»
«Lasciala andare!»
Mi tappai le orecchie, esaminando la stanza in cerca di una via di fuga o di un modo per annullare l’incantesimo. Volevo solo che quel maledetto frastuono mi lasciasse in pace, e subito!
La magia che avvolgeva l’ambiente svanì di colpo, quasi in risposta ai miei desideri. Trascinai lo sguardo lungo la stanza, contemplandone la versione autentica. I muri erano tappezzati di frasi in latino. Righe su righe di parole – alcune scritte a caratteri cubitali, altre più eleganti e minute – ricoprivano ogni centimetro delle pareti, dal pavimento fino al soffitto. Qualcuno si era dato parecchio da fare, non avevo mai visto nessuno usare la magia in quel modo.
Le lettere emettevano un fioco bagliore e pulsavano allo stesso ritmo, come se facessero parte di un’entità vivente più grande. Avrei voluto buttarmi in ginocchio, perché un incantesimo così potente non si poteva spezzare con facilità, ma non ero ancora pronta ad arrendermi. Perlustrai ogni angolo buio, in cerca di possibili malintenzionati. Per fortuna scoprii di essere da sola, ma trovai un libro. Il cuore rallentò i battiti. Doveva essere quello, il misterioso “oggetto” di cui parlava Vittoria nel suo diario.
Quando mi concentrai sul volume, le voci ricominciarono a bisbigliare, più seducenti, tentatrici. Tolsi le mani dalle orecchie, non senza una certa esitazione. Faticavo persino a respirare. Era quello il segreto per cui mia sorella era morta, lo sentivo nelle ossa.
Un unico fascio di luce illuminava il vecchio tomo rilegato in pelle che poggiava, chiuso, su un piedistallo scavato in un massiccio blocco di ossidiana. Non avevo mai visto una pietra grezza tanto grande, e mossi un cauto passo dopo l’altro finché non raggiunsi il libro misterioso. Le voci si placarono.
Il simbolo della Triplice luna modellato nel peltro impreziosiva la copertina, ma non c’era titolo che ne svelasse il contenuto. Era sicuramente un oggetto magico, dato lo straordinario potere che le sue pagine effondevano. Era circondato da un fioco bagliore color lavanda, che mi ricordò il luccichio che scorgevo intorno al profilo degli umani ed era della stessa sfumatura viola del mio tatuaggio. Non sapevo cosa significasse, ma ero piuttosto sicura di cosa fosse: il Primo libro di incantesimi. Incredibile ma vero, Vittoria aveva trovato il grimorio della Prima strega. Aveva un aspetto così comune, così ordinario. Eppure, era costato la vita a mia sorella.
D’un tratto, provai il feroce desiderio di bruciarlo.
Aveva le stesse dimensioni di qualsiasi altro vecchio libro polveroso, ma l’energia che irradiava era la più potente che avessi mai percepito. La copertina era logora in alcuni punti, a indicare che era stata aperta e chiusa innumerevoli volte.
Come la sera in cui avevo rinvenuto il corpo di mia sorella, avvertii un leggero ma insistente strappo nel petto. Ora mi supplicava di aprire il libro, di sbirciare gli incantesimi che sentivo vibrare al suo interno. Allungai esitante la mano e aprii il volume alla pagina segnata da un nastro di stoffa. Ad accogliermi, trovai la familiare pergamena nera con le radici dorate sui bordi. Scorsi la pagina: era il rituale di evocazione dell’astro del mattino. Chiusi il libro e mi allontanai.
Qualcuno aveva evocato il diavolo. O era in procinto di farlo.
Presi alcuni respiri profondi, la mente assalita da un vortice di pensieri. Quello era il grimorio da cui mia sorella aveva strappato le pagine misteriose. In qualche modo era stata condotta dal suo talento magico al Primo libro di incantesimi, poi aveva sottratto le formule che le avrebbero permesso di evocare dei demoni. Sapevo per certo che non aveva mai nascosto il volume nella nostra camera da letto, ne avrei percepito l’energia non appena fosse entrato in casa, e anche la nonna. Il che significava che doveva essere stata Vittoria a nasconderlo lì. Ma perché pensava che sarebbe stato al sicuro tra le mura del convento? C’era un collegamento che mi sfuggiva, dovevo solo riflettere.
«Finalmente.»
Arretrai con un balzo quando una figura incappucciata entrò nella stanza, poi recuperai in fretta il mio gesso benedetto. Doveva essere lui il misterioso sconosciuto a cui il messaggero di Superbia aveva venduto segreti. Ero pronta a scommettere che si trattasse di fratello Carmine. Ironico che un cacciatore di streghe mi avesse teso una trappola usando proprio la magia. Lo sconosciuto si abbassò il cappuccio. M’irrigidii, pronta a respingere l’attacco del frate che tanto aveva in odio le streghe. E invece, fu Antonio a muoversi con una rapidità che non credevo possibile e a schiaffeggiarmi la mano per farmi cadere il gesso, come se l’oggetto potesse sfoderare degli artigli e ferirmi a morte. Lo vidi frantumarsi sul pavimento, e il rumore mi riportò bruscamente alla realtà. Provai un’intensa ondata di sollievo.
«Antonio! Siete vivo! Credevo…» Sollevai lo sguardo, notando una strana espressione sul suo volto. Non c’era traccia di preoccupazione. Era puro odio, quello che scorgevo. Arretrai ancora, il cuore che martellava. «C-cosa è successo? Invidia vi ha fatto del male?»
«Un angelo di Dio non potrebbe mai farmi del male.» Tese le labbra in un sorriso ben diverso da quelli dolci e impacciati che ricordavo. «A differenza vostra.»
Faticavo a respirare mentre ogni tassello scivolava al suo posto. Invidia non l’aveva ferito, né tenuto prigioniero. Tutto il contrario: Antonio aveva consegnato Claudia al nemico di sua spontanea volontà. Doveva aver scoperto che era una strega e…
«Siete stato voi… Voi avete ucciso mia sorella!» Mi tremava la voce. «Perché?»
«È davvero così difficile da credere? Che io, un uomo di Dio, desideri liberare il mondo dalla sozzura del male?»
«Parlate proprio come fratello Carmine.» Serrai le mani a pugno, lasciando che il dolore delle unghie conficcate nei palmi m’impedisse di saltargli alla gola. «Uccidere donne innocenti non è altrettanto malvagio?»
«I migliori angeli del Signore sono feroci guerrieri, Emilia. A volte, per compiere il bene più grande, dobbiamo prima trasformarci nell’affilata lama della giustizia e annientare qualche nemico. Non pretendo mi capiate. Non è una cosa che sareste in grado di fare, strega.»
L’ultimo briciolo di autocontrollo mi abbandonò. «Voi non sapete un bel niente di me o di quello che sono in grado di fare!»
«Forse no. Ma, se ora userete la magia contro di me, dimostrerete soltanto che ho ragione.» Indicò i due amuleti ricongiunti con un cenno del mento. Erano incandescenti. «Tutte le streghe nascono malvagie.»
Il dolore e la collera mi annebbiarono i sensi. Avanzai di un passo e diedi libero sfogo alla rabbia che stavo reprimendo dall’omicidio della mia gemella. «Vi sbagliate di grosso. Noi non nasciamo malvagie, alcune lo diventano con il tempo. Lasciandosi accecare dall’odio.»
All’improvviso, alcune ciocche dei miei capelli si mossero come agitate dal vento. Stava per scoppiare un temporale, e non di quelli che si abbattevano sul mondo degli umani. Le parole sulle pareti iniziarono a pulsare più rapidamente. La magia incendiava l’aria, e formule che non conoscevo mi riempivano la mente. Forse le corna del diavolo alimentavano il mio potere, o il Primo libro mi stava suggerendo i suoi incantesimi. Forse era solo la mia parte oscura che prendeva il sopravvento. Non m’importava.
Strinsi il Corno dell’Ade e sussurrai una formula così brutale che il fiato mi scottò le labbra. Alzai un braccio, poi lo riabbassai con uno scatto fulmineo. Degli artigli invisibili ridussero a brandelli il saio di Antonio. Per il momento avevo risparmiato le sue carni.
Lo vidi sgranare gli occhi, in preda al terrore. Indietreggiò lentamente, sollevando le mani. Come se potesse fermarmi…
«Avete paura?» Mi avvicinai di qualche passo. «Dovreste, perché questo non è che l’inizio.»
Sollevai di nuovo il braccio, e lui si raggomitolò. Gli tremava la voce. «P-pietà, Emilia. V-vi prego.»
«Ah, ora invocate pietà?» Una rabbia pura e incandescente m’infuocò l’anima. «Ditemi, mia sorella vi ha implorato di risparmiarla quella notte?»
Ripensai al suo petto, al profondo squarcio da cui le era stato strappato il cuore. Era stato lui a ridurla così. Un amico. Tesi il braccio dietro la testa e, con un altro rapido movimento, gli sfregiai il torace. Occhio per occhio. Giustizia era fatta. Si premette le mani sulla ferita, vide il sangue e si allontanò barcollando. Peccato, era solo un graffio superficiale.
Fui accecata dalla collera. «Avete avuto pietà di Vittoria quando vi ha supplicato di non ucciderla? O di Valentina? Quante donne vi hanno pregato di risparmiarle? Dov’era la vostra pietà, allora?»
Cadde in ginocchio e cominciò a pregare. Aspettai. Ma Dio non si presentò. La dea della morte e della furia invece sì. Mi chinai, gli occhi ardenti come fuoco, e lo costrinsi a guardarmi. Volevo che vedesse il volto di mia sorella. Le lacrime gli rigarono le guance. Mi trattenni dal fracassargli il cranio sul pavimento e vedere la vita abbandonare quegli occhi colmi d’odio.
La morte sarebbe stata un atto di carità. E non mi sentivo affatto benevola.
«Quando alla fine vi ucciderò, bramerete il dolce abbraccio della morte, Antonio.» Fissai intensamente il mio dito, appellandomi a tutta la concentrazione per immaginare una lama invisibile che ne pungeva il polpastrello. Un piccolo rubino di sangue affiorò in superficie. «Giuro sulla mia vita che non conoscerete mai più la vera felicità. Maledico il vostro cuore affinché si spezzi ogni volta che dimenticherete i peccati commessi. E ogni volta che riderete, non disperate, io tornerò a ricordarveli.»
Stavo per suggellare il voto con una goccia di sangue, quando un penetrante odore di urina permeò l’aria intorno a noi, risvegliando un ricordo. Antonio se l’era fatta addosso dalla paura. Proprio com’era successo al messaggero umano quando Ira l’aveva pestato per ottenere informazioni… Sussultai e lasciai ricadere la mano lungo il fianco.
Ira, un Principe dell’inferno, aveva mostrato pietà.
Conoscendo quale straordinario potere gli scorresse nelle vene, proprio non sapevo come avesse fatto a trattenersi. Ora avrei voluto mostrare lo stesso autocontrollo. Ma io non ero lui.
«Nuova regola. Se risponderete con sincerità a ogni mia domanda, prenderò in considerazione la possibilità di risparmiarvi la vita. Mi sono spiegata bene?»
«S-sì.» Annuì più volte e inspirò profondamente. «C-cosa volete s-sapere?»
«Dovevate covare risentimento ancor prima di incontrare questo misterioso “angelo della morte”. Cos’ha alimentato l’odio viscerale che vi tormenta l’anima?»
«N-non… Io non…» Scosse la testa, intimorito. «D-d’accordo. Una settimana prima che mia madre morisse, l’ho portata da una guaritrice che pensavo si affidasse solo alla magia popolare e alle preghiere. Poi ho scoperto che era una strega.» Gli sfuggì una risata cupa, quasi beffarda. Lo fulminai con lo sguardo e lui tornò serio. «È colpa sua se mia madre è morta. Quel giorno, ho giurato a Dio che avrei rimediato ai miei errori. Ho promesso che, se mai avessi incontrato un’altra strega, avrei fatto l’impossibile per rispedirla tra le fiamme dell’inferno, il luogo a cui appartiene. È stato allora che l’Altissimo ha esaudito le mie preghiere.»
«E come?»
«Non molto tempo dopo, un angelo mi è apparso e mi ha parlato della maledizione del diavolo. Ha raccontato che, per spezzarla, il diavolo avrebbe dovuto sposare una strega. L’angelo mi ha detto che bisognava impedirlo a ogni costo, o il diavolo sarebbe riemerso dagli Inferi. Ha detto che mi avrebbe fornito i nomi delle future spose e che, per salvarci dal male supremo, non avrei dovuto fare altro che ucciderle.»
Il mio sguardo scivolò sul Primo libro di incantesimi e ripensai alla mia gemella. «E questo angelo vi ha dato il nome di Vittoria?»
Lui guardò a terra. «La morte di vostra sorella è stata… Io non volevo… Ho chiesto all’angelo di risparmiarla, ma ha risposto che lasciare anche un solo seme del male nella terra avrebbe infestato l’intero raccolto. All’inizio mi sono opposto, gli ho detto che si sbagliava, che lei non era una strega. Poi Vittoria ha…» Non riusciva a guardarmi negli occhi. «Poi, quella sera al convento, ha iniziato a farneticare di voler evocare il diavolo e non ho più potuto negare l’evidenza. Vostra sorella doveva essere fermata.»
Trattenni a stento la rabbia. Era tipico di Vittoria fare battute sul diavolo o sul malocchio. Diceva sciocchezze simili in continuazione davanti agli umani, e di solito loro si mettevano a ridere pensando c...