Ascesa alla divinità
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Ascesa alla divinità

  1. 120 pagine
  2. Italian
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Ascesa alla divinità

Informazioni su questo libro

La Protettrice è morta. Per cinquant'anni ha governato il Tensorato conformandolo a propria immagine, relegando i nemici negli angoli più remoti. Per mezzo secolo il mondo è ruotato attorno a lei, occupata a costruire le sue armate, addestrare i Tensori, afferrare le redini del destino. Ma ora che è morta i suoi seguaci tremano, e gli avversari esultano.
Solo in una lontana taverna, nel territorio ribelle, la sua più accesa rivale non gioisce: Lady Han ha fatto di tutto per deporre la Protettrice, ma ora può solo piangerne la perdita. Perché ricorda bene come tutto è cominciato, quando la Protettrice era giovane, ancora senza corona, e una danzatrice disperata osò innamorarsene.

La saga del Tensorato spalanca le frontiere più innovative della speculative fiction: con la sua prosa affilata e insieme epica, Neon Yang scardina molte delle convenzioni di genere (letterario e non solo), ridefinendo i confini e le modalità di ciò che significa "raccontare storie".

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2021
Print ISBN
9788804745129
eBook ISBN
9788835713944

1

Che vuoi? Una donna non può farsi una bevuta in pace, adesso? Non sono dell’umore adatto per chiacchierare. Guarda tutti questi figli di puttana che se la divertono, festeggiando la buona notizia. Be’, buon per loro. Io sono in lutto.
Vedi, la donna che amo è morta. È buffo guardare la gente gioire per ciò che hai ottenuto dopo tanti anni di duro lavoro, eppure sentire soltanto dolore. Va’ a unirti alla festa e lasciami sola. Me lo sono guadagnato, un po’ di tempo per piangere.
D’accordo, sei insistente. L’ho capito. Come hai detto che ti chiami?
Ebbene, non ti conosco. E Akeha ha molte conoscenze che a me non piacciono. Perché dovrei ascoltare quello che hai da dire?
Sì, certo, come no. Tutti quanti hanno una storiella strappalacrime. Senti, sono sicura che anche tu amavi la tua compagna, chiunque fosse. Scommetto che soffri da morire. Ci scommetto. Ma nessuno può sapere come mi sento io. Tu credi di saperlo, ma non lo sai.
Così, la tua amante era una Tensora. E allora? Certo che so chi era. Akeha mi ha tenuta aggiornata. Pensi forse che i Macchinisti non comunichino? Io sono il loro comandante.
Non ho tempo per questo.
E va bene. Se proprio hai deciso di startene là a infastidirmi, offrimi da bere. Almeno, anch’io ci ricaverò qualcosa.
Sai, sono sorpresa. Non sembri il tipo di persona che starebbe con una Tensora. Non scaldarti tanto, era un complimento. Ah. Ma ho capito. Ho capito. Del resto, guarda com’è andata la mia vita.
Raccontami un po’ di te. Come mai sei qui? Come hai fatto a finire in questo macello?
“Una farabutta come te?” Se stai cercando di entrare nelle mie grazie, sappi che non stai facendo un buon lavoro. Quindi, eri una fuorilegge. Nata ai margini della società, eh? Quanto del vero Tensorato ti ha mostrato la tua amata? Sai che io ho visto tutto. Sono stata in cima al mondo, sulla vetta del cielo.
Quella sì che era vita.
Buffo. Tanti anni fa, quand’ero solo una ragazzina, e lei era solo una ragazzina… chi avrebbe immaginato che sarebbe andata così? Ciò che lei sarebbe diventata. Ciò che io sarei diventata. È buffo.
Se vuoi conoscere la storia, posso raccontartela. Lo sa il cielo che nessuno vuole sentirla narrare dal suo punto di vista, e dato che ora è morta, forse nessuno la ascolterà mai. Ma non c’è un’altra persona che possa raccontare la sua storia come me. Nessuno le era altrettanto vicino, capisci? Nessuno…
Strani giorni incombono. La sua forte mano se n’è andata. Il Protettorato sta cambiando in modi che nessuno di noi è in grado di prevedere. Siamo proiettati verso un futuro sconosciuto. E io… io sono vecchia. Per me, il tempo di intrecciare e giocare con i fili della fortuna è passato da un pezzo.
Hekate non c’è più. Forse, una volta che avrò raccontato la sua storia, potrò liberarla da questo vuoto dentro di me, dove è rimasta intrappolata per troppo tempo.
Siediti. Mettiti comoda. Prenditi da bere. Prendi anche appunti, se vuoi. Questa è una storia che ben pochi hanno il privilegio di conoscere.

2

Da dove potrei cominciare? Da dove si inizia a narrare un racconto che si aggroviglia come un rovo attraverso gli anni e si intreccia con i sottili fili crudeli della fortuna? Come posso raccontare la storia di colei che ha incenerito il mondo attorno a sé e l’ha ricostruito a sua immagine, quando quella medesima storia è il mio dolore più grande e più profondo? Come faccio a trovare un equilibrio tra il profilo delle mie emozioni private e l’immensa portata del mondo che mi ruota attorno?
Forse, comincerò dall’inizio. Dal mio inizio. Dopo tutto, sono io che racconto la storia, no?
Sono nata in un piccolo villaggio a nord di Jixiang, la terza di vari figli. I miei genitori erano contadini. Come tutti, quasi. Era una regione povera, e noi eravamo povera gente. Coltivare ortaggi era l’unico modo per sopravvivere. La nostalgia ti lascia un sapore amaro in bocca, non trovi? Quando ripenso a quei giorni, ricordo la pace. Le montagne all’alba, incappucciate di nebbia bianca, l’odore dell’erba appena falciata, la sensazione del terreno argilloso tra le dita dei piedi. Mia madre teneva un’enorme pentola di congee che bolliva sui fornelli. La sua fragranza ti accoglieva non appena entravi dalla porta. Ah, l’aroma pungente dello scalogno fritto! Certe volte, mi pare che mi manchi più di tutto il resto, quell’odore, in quella cucina, mescolato agli effluvi del gelsomino che cresceva nel cortile davanti a casa.
E tu? Sembri kebangilana. Sei cresciuta sulla costa, dico bene? Clima diverso, cibi diversi… ma la povertà ha lo stesso sapore ovunque. Pietanze bollite, tutti i piatti annacquati, troppo freddi o troppo caldi. Quanto sognavo, in quei giorni! Non volevo altro che fuggire dalla dura e grigia vita che conducevo. Sognavo piaceri semplici: una casa con mura di pietra, un giardinetto, un paio di capre… La mia immaginazione era così modesta, allora. Così pura.
L’anno in cui ne compii dodici fu difficile. Piovve troppo durante l’inverno, e poi non piovve più. Le colture crebbero stentate e ingiallite nei nostri campi, i pesci morirono negli stagni e l’aria portava un pallore di morte nelle sere torride. Fu un anno strano per diventare adulta. Il mondo avvizziva e anneriva attorno a me, ma io ero là, i fianchi e le cosce più rotondi, le braccia e le gambe che crescevano più forti e più lunghe come rami d’albero. Un mattino, indossai i pantaloni e mi resi conto che gli orli mi arrivavano sopra le caviglie. Quando era successo? Non saprei dirlo. Cambiamenti. Arrivano senza che tu te ne accorga, quei piccoli bastardi.
Quella fu la prima cosa che imparai quell’estate. La seconda fu che non c’era alcuna logica nell’universo. Nessun equilibrio. Il mondo fuori dalla mia finestra stava morendo, eppure io stavo prosperando. Da dove veniva tutta quell’energia, quella vitalità?
La polvere e la decadenza del mio villaggio vennero sconvolte da un nuovo arrivato, proprio mentre davamo fondo alle ultime scorte di riso di mia madre. Un uomo – no, un avvoltoio, uno sciacallo che aspetta il momento in cui un essere vivente sta per tramutarsi in carne fresca. Eravamo una famiglia di otto persone, tutte accalcate in quella minuscola baracca di legno con un solo focolare: cinque figli, i miei genitori e una nonna ancora in vita. Ricordo di aver fissato quell’uomo mentre se ne stava sull’ingresso con quel volto ben rasato, la veste ordinata dai colori intensi, e la ragazzina idiota che ero pensò che fosse la cosa più bella che avesse mai visto. Che tipo importante sembrava! Il suo sguardo passò su di me e i miei fratelli e sorelle, ammassati tutti insieme e infiacchiti dal caldo, e il mio cuore si fermò quando i suoi occhi si concentrarono su di me.
Che cosa vide in me? Che ero carina? Che la gente avrebbe pagato per godere della mia compagnia? Che ero una povera stronza ingenua con gli occhioni rotondi e lucidi?
Forse, non arrivò nemmeno a formulare pensieri tanto complessi. Forse, stava solo raccogliendo ragazzini come pesche da un albero.
Devi capire che in quelle zone non concepivamo l’appartenenza ai sessi come nella capitale. Si nasceva in un modo e tutti si aspettavano che ci si attenesse a quello. Venni alla luce, mi guardarono e dissero “femmina”, fine della storia. Ho qualche rimpianto? No, però sono certa che molti li abbiano. Ma quando la vita è così difficile, e ogni singola stagione si lotta per sopravvivere, la gente si aggrappa alle strutture. Rendono la vita più semplice, capisci? Comunque, i miei genitori non vollero separarsi dai figli maschi, mia sorella era troppo grande e il più piccolo era solo un neonato. Inutile, solo un’altra bocca da sfamare. Non potevamo certo mandarlo a lavorare, no? Chi restava, dunque? La piccola me.
Non so se i miei genitori si siano mai pentiti di avermi venduta per dar da mangiare ai miei fratelli. Erano la tipica gente di campagna, non il genere di persone che parlavano dei propri sentimenti, o che parlavano molto, se era per questo. Solo mia sorella maggiore, Xiuqing, pianse quando lo seppe. Non ricordo se anch’io piansi a mia volta. Lei aveva un oggetto prezioso, un elefantino di giada che le era stato regalato da un mercante di passaggio. Me lo premette tra le mani. “Torna presto” disse, aggrappata alla fioca speranza che la mia partenza fosse solo temporanea. “Ricordati di noi” disse. Le risposi che era impossibile che la dimenticassi. Poi, fui trascinata via dall’unico posto che avessi mai conosciuto.
Nelle notti in cui non riesco a dormire, mi piace tormentarmi immaginando un mondo dove mia sorella venga portata via al posto mio. Un mondo dove lei diventa una cortigiana, mentre io, invece, resto indietro al suo posto. Che cosa sarei diventata? Una contadina? Una cucitrice? La moglie di un ragazzotto un po’ tardo, con le caviglie gonfie e la voce rauca a furia di urlare? E avrei uno stuolo di marmocchi, anche. Figli a cui affidare la cura della casa, figli che si occupino dei campi… Figli! Cazzo, sarei terribilmente infelice. No, non rimpiango la mia vita. Sì, ho fatto un sacco di casino da tutte le parti, ma almeno è stato eccitante, mi spiego?
Naturalmente, so che questo non è vero. Nemmeno mia sorella ha finito i suoi giorni da semplice contadina. Forse, sarei diventata una ribelle in ogni caso. Forse, tutto questo mettersi nei guai è una cosa che scorre nel sangue della mia famiglia.
Giusto. Sto divagando. Quanti ricordi. È da tanto tempo che non ripenso alla mia adolescenza, è facile perdersi nella nostalgia. Perdermi in me stessa.
Sai, in tutti quegli anni, lei non mi chiese mai del mio passato. Credeva che non fosse importante. L’ha sempre pensata così. E ti dirò, per me era la stessa cosa. Rinunciai a tutta la mia vita per lei. A tutto ciò che ero. Era quello che volevo.
Comunque. Eccomi qua, una dodicenne che non si era mai allontanata a più di due giorni di cammino dal suo villaggio, portata alla capitale. L’uomo che mi comprò si chiamava Wei. Non so se questo fosse il suo vero nome. Non l’ho mai scoperto, e non sono mai riuscita a rintracciarlo in seguito. Era gentile con me, inizialmente. Si preoccupava che mangiassi abbastanza, che dormissi abbastanza, e aveva un sacchetto di morbidi dolcetti infarinati che di tanto in tanto mi offriva durante il nostro lungo viaggio. Mi faceva conoscere meraviglie dopo meraviglie. Non ero mai stata su una carrozza come quella. E mai in tutta la vita avevo visto la slascienza. Mi affacciavo per guardare la terra scorrere veloce sotto di noi mentre la carrozza vi fluttuava sopra.
Wei comprò altre tre ragazze durante il viaggio: due già erano con lui, e la terza la prese in un villaggio vicino al mio. I loro nomi… vediamo, quali erano? C’era Yixin, ovviamente. E credo che le altre due fossero Sara e Min. Lui disse loro che il mio nome era Huarong; non era vero, ma visto che fu lui a dirlo, da quel momento in poi mi chiamai così. Perché quella faccia sorpresa? Credevi che fossi nata Lady Han? No. Anche quello è un nome che mi diede qualcun altro.
Tutte avevamo più o meno la stessa età, a parte Sara, che era più grande, forse sedici anni. Robusta e scura a causa del lavoro nei campi, come un ragazzo. Min era molto silenziosa. E poi c’era Yixin, la mia vicina, con cui stabilii una connessione quasi automatica. Non direi che diventammo amiche, ma a me sembrava di sì. Non avevo nessun altro con cui parlare.
Ah, Chengbee! La città della fenice d’oro, culla del Protettorato! Sei una provinciale, come me, perciò ricorderai cosa significhi visitare la capitale per la prima volta. Le punte rosse dei tetti, stretti l’uno contro l’altro, che si perdono in lontananza fino ai piedi delle montagne. La calca nei mercati, spalla contro spalla, che riempie l’aria con il frastuono dei suoi commerci. Tutti quegli odori che vanno e vengono mentre passi per strada: castagne in sabbia calda, vapori esalati da calderoni di zuppa, liquami nei vicoli secondari. Wei condusse la carrozza nella zona più affollata della città, e per tutto il tragitto io rimasi sporta dal finestrino a bocca aperta. E come avrei potuto fare altrimenti? I miei sensi subivano assalti da ogni direzione, su ogni livello. Non avrei mai immaginato che la gente potesse vivere in questo modo, ammassata l’una sull’altra, in costante movimento e contatto. La città sembrava così viva, ma in maniera diversa dalle ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Ascesa alla divinità
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. Ringraziamenti
  18. Copyright