Finché ci sarà vita ci saranno i virus, ma è vero anche il contrario.
Ecosistemi e organismi dipendono dai virus.
L’evoluzione dipende anche dai virus, che per milioni di anni hanno plasmato la flora e la fauna del pianeta, ma hanno pure fatto la spola tra i genomi di ospiti di specie diverse. Una specie di ping-pong virale.
Anche noi dipendiamo dai virus, se non altro perché ci conviviamo, li portiamo in giro con noi. L’intestino umano è colonizzato da oltre 140.000 specie virali,1 il che significa una cosa chiara e limpida: senza virus non saremmo vivi.
Ci sono molti ma molti più virus sulla Terra che stelle nell’Universo conosciuto: si stima che solo negli oceani abitino circa 1031 particelle virali individuali, cioè 10 miliardi di volte il numero stimato di stelle.2
Tutti questi virus hanno in comune due caratteristiche: un genoma protetto da un guscio a base di proteine e la necessità di un ospite per riprodursi. A differenza della maggior parte degli animali, che si mantengono in vita attraverso il consumo di alimenti morti oppure uccisi da loro stessi (anche brucando, per esempio, si uccide qualcosa: l’erba), i virus per continuare a esistere necessitano di un organismo vivo. Non ha importanza se animale o vegetale: si attaccano a tutto, persino ai funghi, ai batteri e agli altri virus. Basta che siano vivi.
Quanto a loro stessi, le variazioni sono infinite. Alcuni hanno solo due o tre geni, altri centinaia. Alcuni hanno l’aspetto di una supernova, come il Mimivirus, altri quello di un avocado (il Pandoravirus). Alcuni assomigliano a bottiglie, altri sono a forma di pallottola (il virus della rabbia), di uovo fritto (gli herpes), di palletta… I virus patogeni – quelli, cioè, che causano sofferenza all’ospite – sono pochissimi rispetto all’infinità di virus che campano benissimo senza fare danni a noi noti. Ne esistono anche di utili.
Naturale che la ricerca si sia concentrata sui primi, ma nonostante gli enormi sforzi profusi a livello internazionale sarebbe follia illuderci di aver individuato, classificato e nominato ogni singolo virus esistente sul pianeta. Sebbene nel solo 2020 siano state aggiunte alla lista ufficiale dei virus conosciuti ben 1044 specie,3 la stragrande maggioranza continua a vivere e prosperare al di fuori dei confini della nostra mappa: un mondo ancora da esplorare.
Affascinante? Moltissimo.
Terrificante? Ci sta.
Sorprendente? Certamente.
Qualche tempo fa ho scoperto che il greco antico ha una parola per definire ciò che proviamo in simili casi: thauma. In genere la traduciamo con «meraviglia», vocabolo che ha un’aura solo positiva: «meraviglioso» non è forse sinonimo di «bello»? Anzi, di «bellissimo», «stupefacente», «incredibile»? Ho riflettuto bene su questa parola, che mi tornerà spesso utile nel libro.
La «meraviglia» cui alludo con la parola thauma è ben più complessa di quella che possiamo provare di fronte a qualcosa che ci sorprende e al contempo ci piace: l’apparizione di un arcobaleno dopo la pioggia, per esempio. Thauma è il tipo di meraviglia che si prova di fronte a una frana, a una voragine che si apre di colpo in mezzo alla strada, a una sequoia che cade dopo cent’anni: eventi inaspettati, che offrono una nuova e diversa prospettiva su ciò che ci circonda. È la meraviglia che incanta ma, al contempo, destabilizza, provoca le vertigini, in certi casi addirittura angoscia. Spiazza. È un sentimento ambivalente, eccezionale, così come eccezionale è la spinta che crea, che è una spinta alla conoscenza. Non è un caso se Platone4 fa risalire proprio a questo tipo di meraviglia le origini della filosofia: se l’uomo – animale che la natura ha dotato di capacità intellettive tali da renderlo de facto l’unico candidato possibile al ruolo di guardiano del pianeta – non si fosse innamorato del mondo avendone al contempo paura, perché avrebbe dovuto desiderare di decifrarlo, di comprenderne le leggi? Insomma, perché essere affamati di conoscenza?
Dall’inizio del 2020, quando è diventato chiaro che il SARS-CoV-2 sarebbe stato un virus pandemico, non abbiamo forse tutti riscoperto una meraviglia che confonde e terrorizza, che chiede a gran voce chiarezza, un po’ di ordine in tutto questo caos?
È stato spiazzante. Da una settantina d’anni a questa parte, in Occidente eravamo abituati a ritenerci invulnerabili. Perché, d’altra parte, avremmo dovuto pensare il contrario? Stiamo vivendo il più lungo periodo della storia senza guerre mondiali, l’aspettativa di vita aumenta con costanza, la medicina fa passi da gigante, il rover Perseverance ci spedisce fotografie degli impolverati paesaggi di Marte, l’intelligenza artificiale ci permette di fare cose che solo fino a un decennio fa sarebbero state impensabili.
Ricordarci che siamo uomini, non dèi, non era semplicissimo. Infatti ce lo siamo dimenticato. Finché, dalla profondità delle foreste, ecco una palletta di gelatina dalle dimensioni infinitesimali, venuta a ricordarci che siamo uomini, che apparteniamo al regno degli animali, e che per lei rappresentiamo soltanto la macchina di cui i virus hanno bisogno per sopravvivere: la fabbrica e i fornitori di energia per permettere loro di replicare se stessi. La palletta di gelatina ci ha urlato in faccia che siamo vulnerabili e che, in ogni momento, possiamo perdere il controllo. Una consapevolezza da vertigine, che ci ha lasciato come sospesi a mezz’aria per una frazione di secondo, un istante di refresh.
Come sanno bene alpinisti e marinai, in montagna e in mare il tempo può cambiare molto repentinamente. È Madre Natura, forza e bellezza. All’imbrunire del 2019, noi ignari Homo sapiens che conducevamo vite scandite da certezze siamo stati colti d’improvviso da una tempesta perfetta. Visto che l’app del meteo prevedeva bel tempo, però, siamo usciti senza cerata antipioggia. Non ci siamo portati dietro nemmeno un ombrellino da pochi euro, un cappellino impermeabile, un sacchetto della spesa da avvolgerci attorno ai capelli… niente. E ci siamo completamente infradiciati.
La comunità scientifica aveva lanciato continui allarmi in merito all’eventualità che uno o più virus zoonotici diventassero pandemici, ma siccome questa eventualità siamo riusciti a gestirla abbastanza bene nell’ultimo ventennio, abbiamo trattato gli allarmi come nella favola di Pierino e il lupo: da un dato momento in avanti, li abbiamo deprioritizzati (per non dire rimossi). D’altronde si trattava di prepararsi per un evento altamente probabile ma difficile da prevedere e misurare nelle sue ramificazioni. Direi persino difficile da immaginare, uno scherzo della natura. Così, quando la tempesta perfetta si è effettivamente verificata – prima con l’emersione del virus e poi con l’esplosione della pandemia –, eravamo tutti sostanzialmente impreparati.
La parola a mio avviso più indicata per tradurre il sentimento che abbiamo cominciato a provare in quel momento è «stupore»: la pandemia che ci ha travolto all’improvviso ha suscitato in tutti noi una meraviglia tale da annichilirci. Da lasciarci istupiditi. Da una parte eravamo consapevoli di trovarci di fronte a un evento di eccezionale magnitudine – volenti o nolenti, stiamo vivendo qualcosa che definirà il corso della storia –, e dall’altra non eravamo più consapevoli di niente, perché un microscopico esserino, per di più completamente sconosciuto, aveva eroso le fondamenta delle nostre certezze, costringendoci a cercare risposte a nuove domande.
L’abbiamo scampata bella
Nel 2003, nel Sudest asiatico, emerge il virus dell’influenza aviaria, che infetta decine di milioni di uccelli. Si tratta di un virus instabile, che può contagiare quasi tutte le specie di volatili e può arrivare a provocare una morte rapida quasi nel 100 per cento dei casi. Ma questo virus aviario H5N1 ha una caratteristica molto peculiare: è in grado di infettare (e uccidere, in alcuni casi) Homo sapiens. Con tassi di letalità intorno al 50 per cento. Una persona su due che si infettano muore.
All’inizio del 2004 diventa chiaro che questo virus è potenzialmente pandemico: ha maturato la capacità di infettare anche altre specie di mammiferi, si diffonde ad altissima velocità e, grazie agli uccelli migratori, ha raggiunto le porte dell’Europa. Aumentano le probabilità di mutazione, e con esse le varianti, nonché quelle della trasmissione diretta da persona a persona.
L’Organizzazione mondiale della sanità unisce le forze con la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) e con l’OIE (Organizzazione mondiale per la sanità degli animali): è un colossale dispiegamento di forze internazionale volto a ridurre il rischio del passaggio del virus dall’animale all’uomo. Veterinari e medici lavorano insieme per controllare la circolazione virale negli animali e prevenire il salto di specie. Anche il mio gruppo di ricerca ha contribuito: uno dei filoni di ricerca che perseguivamo all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, a Padova, riguardava la potenziale patogenicità di questo virus per l’uomo.
Se l’influenza aviaria non è diventata pandemica, lo dobbiamo ad alcune caratteristiche del virus, ma certamente anche a questo massiccio intervento, che ha causato una diminuzione della circolazione virale a livello globale.
Quell’anno ero così convinta che a breve sarebbe scoppiata una pandemia – se non di influenza aviaria, di una malattia causata da qualche altro virus – che ho comprato tre pacchi di mascherine. «Tanto mica scadono» mi sono detta. Ovviamente non sono una chiaroveggente in grado di leggere il futuro nella sfera di cristallo. Sono stata una scienziata che i virus li ha frequentati da vicino, li ha studiati, analizzati, scoperti e ha individuato le strategie per gestirli.
Ora, tranne virologi e affini, o quanti lavorano nelle istituzioni, chi aveva mai pensato che una pandemia potesse colpirci? Nessuno. Allo stesso modo in cui io non ho idea di come diventi virale un video su Facebook (ho solo un profilo Twitter) o di come fare per costruire un microchip, nessuno che non fosse addetto ai lavori avrebbe potuto immaginare che una forza simile a una piaga biblica si sarebbe abbattuta sulle nostre vite tutto sommato equilibrate, che procedevano – in apparenza – tranquille e serene sui loro binari ben inchiodati a terra. Mi ricorda il moto rettilineo uniforme che si incontra appena si cominciano gli studi di Fisica. Eravamo assorti nella nostra quotidianità, chi in un buon momento, chi in uno pessimo, chi in uno così così: mica siamo tutti uguali. Ma per un virus, in parte, sì.
Pensavamo a tutt’altro, e ci siamo scoperti bersagli inconsapevoli di qualcosa che, per noi, sostanzialmente non esisteva. Un virus nuovo, che vuole infettare l’umanità e pure certe specie di animali, per esempio i visoni e i furetti. Ma anche i gatti e qualche grosso felino. Oltre alle nostre cugine scimmie, ovviamente.
Rimanere stupiti è il minimo.
«Ma com’è possibile?» ci siamo chiesti immediatamente. E subito dopo: «Sarà vero? Non sarà una bufala?».
Inevitabile porsi domande del genere, visto il nostro rapporto sostanzialmente sbagliato con i patogeni emergenti. Non li consideriamo, viviamo come se non esistessero. Invece esistono, a bizzeffe, sono pure loro figli della natura. Che crea non solo animali maestosi come i leoni, oppure strambi come le giraffe o gli armadilli, alberi centenari e giganteschi, come le sequoie, e altri dai tronchi turgidi e linfatici, i baobab, ma anche esseri più piccoli – le lucertole, le margherite, le coccinelle – e via via sempre di più, fino ad arrivare ai parassiti, ai batteri e ai virus.
Eravamo quindi impreparati all’emergere di una pandemia, ma ancor di più all’impressionante velocità con cui questo virus è schizzato da una parte all’altra del globo, infettando milioni di persone e dando origine a diversi lineaggi nell’arco di pochissimi mesi. Il «ma come è possibile?» ha risuonato con tanta potenza da indurci a cercare scorciatoie cognitive, spiegazioni semplici per problemi complessi. Da qua il proliferare di una vastissima gamma di false informazioni – da «è colpa dei cinesi» a «è colpa di Soros», da «non ce n’è coviddi» a «è stata Greta» –, mentre la realtà acquisiva toni da film apocalittico. D’altronde, se uno certe cose non le comprende e non riesce a spiegarsele, deve per forza esserci un complotto!
Abbiamo dovuto imparare nuove parole, nuovi concetti. Pochissimi, prima, avrebbero saputo spiegare con precisione di che cosa si occupasse un epidemiologo. La differenza tra virologo e immunologo? Non pervenuta. Nessuno sapeva cosa fosse un «paziente zero», a cosa si riferisse il numero che gli scienziati chiamano R0, che cosa significasse la parola spillover e che forma avesse un pangolino. Ancor più complesso è stato capire come questo virus passava da uomo a uomo e, di conseguenza, perché era necessario adottare misure di prevenzione come stare a una determinata distanza dagli altri, indossare una mascherina, lavarsi e disinfettarsi di frequente le mani. Sostanzialmente, come si faceva nei lazzaretti del Quattrocento. Pensate che la maschera che portavano i dottori, lunga e appuntita come fosse un becco di cicogna, serviva per tenere la distanza di sicurezza con i pazienti. Nel Seicento, a questo presidio vennero aggiunti una veste idrorepellente lunga fino ai piedi, guanti, scarpe e cappello: non tanto diverso concettualmente dall’abbigliamento che oggi indossano anche medici e infermieri.5
Lo sforzo richiesto per informarsi, capire, dominare la paura è stato estremamente oneroso, tanto più perché eseguito in un momento di emergenza, di pieno stupore, in cui a chiedersi «ma com’è possibile?» non erano solo i singoli, ma anche i singoli dotati di megafono: il rumore di fondo mediatico assomigliava più al rombo del tuono che a un brusio.
Una moltitudine di microstupori
Immaginate di non aver mai giocato a tennis. Come per magia precipitate su un campo, qualcuno vi mette in mano una racchetta e dovete giocare. Niente storie, l’avversario è nella sua metà campo e dovete ricevere la battuta. Dopo l’iniziale stupore, che fate? Il vostro cervello recupera rapidamente le immagini dell’unica partita che avete mai visto in televisione nel 1980, l’epico incontro Borg-McEnroe, vi mettete sulla riga di fondo campo, piegate le ginocchia e guardate oltre la rete, con gli occhi fissi sulla pallina. Già così sarebbe difficile.
Ma la pandemia non è un avversario che lancia una pallina per volta. È appunto uno sparapalle settato al massimo. Lo stupore pandemico non arriva mai da solo, ma insieme a decine, centinaia di altri «microstupori», che bombardano continuamente il cervello, facendoci rischiare il tilt.
Tutte le questioni pratiche che costellano la normalità delle nostre vite diventano d’improvviso questioni complesse. Domande per cui dobbiamo aggiornare le risposte. Di colpo, per esempio, per andare dal dentista non basta decidere di portare i figli dalla nonna: prima di tutto dobbiamo chiederci se i dentisti sono aperti, dobbiamo procurarci mascherine e gel disinfettante, stampare e compilare un’autocertificazione, appurare se possiamo spostarci (qualora il benedetto dentista fosse sul territorio di un altro Comune), chiederc...