Il grande libro dei fantasmi di Natale
  1. 732 pagine
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Informazioni su questo libro

Nell'epoca vittoriana era tradizione che, sotto Natale, i periodici più diffusi pubblicassero racconti di fantasmi, se non proprio dell'orrore, ben lontani dalla tranquillizzante atmosfera del Canto di Nataledickensiano. Erano amatissimi dai lettori che volevano unire ai brividi del freddo quelli della paura e trascorrere momenti di lettura solitaria o in famiglia accanto al caminetto. Erano scritti da autori poco sconosciuti, quando non anonimi, ma anche le grandi firme letterarie si sono cimentate nel genere: questo volume raccoglie oltre 60 storie scritte, tra gli altri, da autori del calibro di Joyce, Lovecraft, Jerome, Carroll, Barrie, Alcott, Hawthorne e tanti altri.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2021
Print ISBN
9788804745051
eBook ISBN
9788835713869
Argomento
Letteratura
Categoria
Classici

Canzone delle ombre

Walter John de la Mare
Carezza, musico, tenui le corde
con la tua mano sottile;
struggonsi ardendo candele stellanti,
la sabbia frana giù fine;
guaiola il bracco vecchiotto nel sonno,
lenta s’estingue la brace;
lungo i muri in ressa l’ombre
vengono, e vanno.
Carezza, musico, lieve le corde,
montano in ore i minuti;
sull’impannata la gelata intesse
un labirinto di fiori;
ospita spettri l’aria che s’abbruna:
stan sull’uscio ad origliare
dalle note attratti, in sogno,
a casa ancora.

La Camera degli Arazzi o La dama in “sacque”

WALTER SCOTT
Il seguente resoconto è trascritto dalla penna, per quanto la memoria lo consenta, nella medesima forma in cui venne offerto all’orecchio dell’attuale estensore; né egli nutre presunzione alcuna di poter ambire a plauso ulteriore, o timore di più aspra censura, se non in proporzione ai criteri, buoni o cattivi che siano, tenuti presenti durante la selezione dei suoi materiali, poiché si è studiato di evitare con la maggior cura possibile d’infiorettare il suo scritto di ogni orpello superfluo, e anzi tale da rischiare di alterare la semplicità della sua narrazione.
Allo stesso tempo, è innegabile che storie come quella che chi scrive ha in animo di riferire in questa sede, appartenenti a quel genere particolare di novella che s’ispira al sentimento del meraviglioso, esercitino su di noi più profonde attrattive quando sono ascoltate rispetto a quando vengono lette in un libro a stampa. Il volume sfogliato in piena luce meridiana, pur riferendo i medesimi casi, comunica al lettore un’impressione assai più fiacca di quella che può infondere la viva voce di un narratore il quale, seduto accanto a un focolare scoppiettante, sia attorniato da un’attenta cerchia di uditori che pendono dalle sue labbra mentre egli s’indugia a precisare i minuti dettagli utili a circonfondere di un’aura di verità l’episodio narrato, o ancora mentre abbassa la voce con affettazione di mistero quando si approssima alla parte più paurosa e meravigliosa del suo racconto. Di tali circostanze si avvantaggiò chi scrive quando, più di vent’anni fa, udì degli eventi di seguito riportati così come glieli riferì Miss Seward di Litchfield in persona, la quale sommava ai suoi numerosi pregi un notevole potere di persuasione narrativa nella conversazione privata. Inevitabilmente, nella sua forma attuale il racconto non potrà che perdere la maggior parte del fascino già conferitogli dai duttili accenti della dotata narratrice, nonché dalla eloquente espressività del suo volto. Eppure, letto ad alta voce dinanzi a un pubblico non diffidente, nella luce infida dell’ultimo dilucolo, ovvero scorrendone i fatti descritti soltanto a mente, al lume scemante delle candele, e nella solitudine di un appartamento semibuio, è possibile che questo resoconto sia ancora in grado di riscattare il proprio carattere originario, rivelandosi per una buona storia di fantasmi. Miss Seward ha sempre affermato di aver tratto le notizie che ne sono alla base da fonte fededegna, benché usasse la delicatezza di tacere i nomi delle due persone principalmente coinvolte nella vicenda. Per quel che mi riguarda, faccio presente al lettore che baderò a non mettere a profitto alcun particolare di cui potrei esser venuto da allora a conoscenza intorno ai luoghi in cui i fatti si sarebbero svolti, lasciando piuttosto che continuino a celarsi sotto il velo di genericità che già li occultava quando ne sentii parlare per la prima volta; e, per i medesimi motivi, non aggiungerò né sottrarrò a quanto sto per divulgare nessuna circostanza, materiale o no che sia, ma semplicemente mi proverò a riprodurre a mia volta, così come la udii raccontare, una storia di terrore soprannaturale.
Si era verso la fine della guerra che ci vide entrare in campo contro le colonie ribelli d’America, quando gli ufficiali dell’esercito di lord Cornwallis, che si arresero a Yorktown, e altri, che erano stati fatti prigionieri durante quell’inopportuno e sciagurato conflitto, stavano già facendo ritorno ai rispettivi paesi d’origine, dove avrebbero raccontato le loro avventure e si sarebbero riposati dopo tanti travagli. Era fra questi ufficiali un generale, al quale Miss S. dava il nome di Browne soltanto, come poi compresi, per evitare l’inconveniente d’introdurre nel suo racconto un attore innominato. Era un ufficiale di merito, oltre che un gentiluomo tenuto in gran considerazione, sia per legami di parentela sia per qualità personali.
Ragioni d’affari avevano spinto il generale Browne a intraprendere un viaggio attraverso le nostre contee occidentali, e fu appunto al termine di una tappa mattutina del suo itinerario che il nostro gentiluomo capitò nelle vicinanze di una piccola cittadina di campagna immersa in uno scenario naturale di rara bellezza, un paesaggio dai tratti spiccatamente inglesi.
La cittadina, con la sua maestosa chiesa medievale, la cui torre campanaria testimoniava la devozione di epoche lontane, giaceva tra pascoli e campi di modesta estensione coltivati a frumento, ma delimitati e ripartiti fra loro da lunghi filari di annosi alberi d’alto fusto. Le tracce del tempo presente erano scarse. I dintorni non suggerivano né il tacito squallore della decadenza, né la confusione della modernità; le case erano vecchie ma tenute in buono stato; e il bel rivo che bagnava il fianco sinistro dell’abitato gorgogliava senza freni nel suo corso, non impedito da chiuse né trattenuto oltre l’argine di un’alzaia.
Su un dolce rilievo, quasi un miglio a sud della città, si distinguevano, tra gruppi di querce venerande e la fitta macchia boschiva, le guglie di un maniero antico quanto le mura di York e Lancaster, ma che pareva essere stato oggetto di consistenti rifacimenti durante l’età di Elisabetta e del suo successore; non era stato una dimora di grandi dimensioni ma, quali che fossero gli agi che aveva potuto offrire in passato ai suoi ospiti, dovevano essere, a quanto era lecito supporre, tuttora disponibili all’interno delle sue mura. Tali, almeno, erano le deduzioni che il generale Browne aveva tratto dall’osservazione del fumo che si levava vivace da molti di quegli antichi steli di comignoli scolpiti e inghirlandati di festoni d’edera. Il muro di cinta del parco che lo circondava correva lungo la strada maestra per due o trecento metri; e, a quanto si poteva giudicare da diverse brecce attraverso le quali l’occhio era in grado di cogliere qualche impressione della fitta selva retrostante, la proprietà sembrava ben fornita. Altre vedute si presentarono successivamente allo sguardo del visitatore, ora l’intera facciata principale dell’antica rocca, ora scorci di alcune delle torri angolari, l’una ricca di tutte le bizzarrie dell’ornamentazione architettonica elisabettiana, mentre il nudo e robusto vigore di altre parti dell’edificio sembrava denunciasse un’opera muraria dovuta più a necessità di difesa che a vana ostentazione.
Deliziato dalle vedute parziali del maniero colte attraverso le fronde e le radure che cingevano quell’antica fortezza feudale, il nostro militare en touriste si chiese se non potesse valer la pena di dare un’occhiata più da vicino alla dimora, e se per caso vi si custodissero ritratti di famiglia o altri oggetti interessanti e degni della curiosità di un forestiero; quindi, lasciandosi alle spalle le ultime propaggini del parco e percorso un tratto di strada campestre pulita e ben battuta, giunse infine alla porta di una locanda assai frequentata.
Prima di ordinare i cavalli per proseguire il suo viaggio, il generale Browne domandò chi fosse il proprietario del maniero che aveva tanto attirato la sua attenzione, e fu ugualmente sorpreso e compiaciuto nel sentirsi rispondere che si trattava di un nobiluomo a lui ben noto, che qui chiameremo lord Woodville. Che fausta coincidenza! Gran parte dei primi ricordi di Browne, risalenti tanto agli anni di scuola quanto all’epoca degli studi universitari, erano connessi al giovane Woodville, che grazie a pochi e oculati interrogativi aveva ora accertato essere lo stesso proprietario di quella splendida tenuta. Il suo antico compagno aveva ricevuto il titolo di Pari solo pochi mesi prima, alla morte del padre; e, come il generale ebbe modo di apprendere dalle parole del padrone della locanda, essendo concluso il periodo di lutto stretto, stava adesso prendendo possesso delle proprietà ereditate nella gioviale stagione della gaiezza, l’autunno, in compagnia di una eletta schiera di amici, risoluto a darsi al bel tempo esercitandosi con loro nella caccia in una contrada rinomata per la pratica di quel genere di svaghi.
Fu quella una notizia piacevolissima per il nostro viaggiatore. Frank Woodville era stato il novellino che Richard Browne aveva preso sotto la sua protezione a Eton, divenendo poi a Christ Church il suo più intimo amico; i due avevano condiviso diletti e fatiche, sicché il cuore di quell’onesto soldato si scaldò quando seppe di aver ritrovato casualmente il suo vecchio sodale in possesso di una residenza così incantevole e di una proprietà – come il locandiere gli assicurò ammiccante, facendo un cenno col capo in direzione del vicino castello – pienamente adeguata a mantenerne e, anzi, aumentarne la dignità. A quel punto, non ci sarebbe stato per il viaggiatore nulla di più naturale che ritardare la sua partenza, peraltro non necessitata da urgenze particolari, in modo da poter fare visita a un vecchio amico in circostanze tanto propizie.
Ai cavalli freschi fu così affidato soltanto il breve compito di trainare la carrozza da viaggio del generale sino a Woodville Castle. Un custode ne favorì l’accesso sotto una moderna loggia gotica, edificata in quello stile perché si uniformasse a quello del maniero vero e proprio, suonando al contempo una squilla per avvertire dell’arrivo di visitatori. A quanto pareva, quel suono di campanella aveva interrotto la comitiva, pronta a dedicarsi ai vari svaghi della mattinata, giusto al momento in cui avrebbe dovuto prendere la via dei boschi perché, entrando nella corte del castello, vi si scorsero parecchi giovanotti in abiti da caccia che tergiversavano valutando e discutendo pregi e difetti dei segugi che i servitori tenevano pronti in vista della partenza per la battuta. Quando il generale Browne scese dalla sua carrozza, il giovane lord si affacciò alla porta dell’atrio, fissando per un istante senza riconoscerlo, quasi fosse un estraneo, il volto del suo amico su cui la guerra, con i suoi patimenti e i suoi sfregi, aveva prodotto profondi mutamenti. L’incertezza tuttavia non durò che fino al momento in cui il visitatore aprì bocca, e il cordiale saluto che ne seguì fu quale può scambiarsi solo tra coloro che abbiano trascorso insieme i giorni felici della spensierata fanciullezza o della prima gioventù.
«Se avessi potuto esprimere un desiderio realizzabile, mio caro Browne,» disse lord Woodville «sarebbe stato proprio quello di avervi qui, fra quanti uomini sono al mondo, e proprio in questa occasione, che i miei amici mi usano la cortesia di celebrare come una sorta di festiva solennità. Non pensate di non essere stato tenuto d’occhio durante gli anni in cui siete stato assente da noi. Vi ho seguito attraverso i vostri pericoli, i trionfi, le disgrazie, e sono stato felice di vedere che, sia nella vittoria sia nella sconfitta, il nome del mio vecchio amico è stato sempre salutato da plauso.»
Il generale, replicando educatamente in conformità a quei complimenti, si congratulò a propria volta con l’amico per la dignità recentemente attinta, oltre che per la proprietà di una residenza e di possedimenti così splendidi.
«Via, non ne avete ancora visto niente,» fece lord Woodville «e confido che non intenderete lasciarci finché non ve ne sarete fatto un’idea più dettagliata. È vero, debbo ammettere che la mia attuale comitiva è piuttosto numerosa, e che questa vecchia stamberga, come altri posti dello stesso genere, non concede tutte le possibilità di dimora che l’ampiezza delle sue mura sembra promettere dall’esterno. Ma possiamo offrirvi in ogni caso una comoda camera vecchio stile, e oso anzi presumere che le vostre campagne belliche vi abbiano insegnato a contentarvi dei peggiori alloggiamenti.»
Il generale fece spallucce e rise. «Immagino» disse «che il peggior appartamento del vostro maniero sarà di una qualità considerevolmente superiore alla vecchia botte per tabacco in cui volli pernottare quando mi trovai assieme alla fanteria leggera nella Macchia, come la chiamano i virginiani. Mi ci coricai dentro come avrebbe potuto fare Diogene in persona, e fui soddisfatto di quel fortuito riparo dall’alea del tempo al punto che tentai persino, ancorché invano, di farlo rotolare via con me, in modo da potermene servire per acquartieramenti futuri; ma il mio comandante, all’epoca, non volle concedere spazio a quei troppo fastosi propositi. Così dovetti dire addio, seppure con le lacrime agli occhi, alla mia cara botte.»
«Ebbene, dato che non temete la scomodità dei vostri prossimi quartieri,» replicò lord Woodville «starete qui da me almeno una settimana. Qui di fucili, cani, canne da pesca, esche e altri strumenti da diporto, acquatici o terrestri che siano, ce n’è più che abbastanza, anzi ne avremmo da vendere: non potrete sottrarvi a nessun genere di svago, ma potete star sicuro che, quale che sia, troveremo il modo di praticarlo. Se però preferite fucili e cani da punta, verrò io stesso con voi; e vedrò se avete migliorato la mira dopo il vostro soggiorno tra gli indiani degli insediamenti di frontiera.»
Punto per punto, il generale accettò di buon grado la proposta del suo affettuoso ospite. Sicché, dopo aver dedicato il resto della giornata a quegli esercizi virili, la comitiva si riunì per desinare, e a tavola lord Woodville ebbe il piacere di far vanto dinanzi ai commensali delle alte virtù del suo amico ritrovato, in modo tale da raccomandarlo all’apprezzamento dei suoi ospiti, la maggior parte dei quali erano persone di gran distinzione. L’anfitrione indusse quindi il generale Browne a raccontare dei fatti bellici cui egli aveva assistito; e, poiché ogni sua parola altro non faceva che rivelare al contempo in lui l’ufficiale coraggioso e l’uomo assennato, capace di serbare il proprio sangue freddo anche nell’imminenza dei peggiori pericoli, esprimendo unanime rispetto l’intera compagnia degli amici guardava ormai al soldato come a chi aveva dimostrato di possedere un coraggio personale non comune, qualità della quale, fra tutte, ogni uomo desidererebbe essere ritenuto possessore.
La giornata a Woodville Castle si concluse come di solito avviene in queste dimore signorili. L’osservanza delle leggi dell’ospitalità permise di non trascendere i limiti del decoro. L’esecuzione di musica strumentale, nella cui pratica il giovane padrone di casa era assai scaltrito, fece seguito ai brindisi; le carte e il biliardo, per coloro che preferivano divertimenti di tal fatta, vennero apprestati per tempo; ma l’esercizio del mattino successivo richiedeva una sveglia alle prime luci dell’alba, e perciò, non molto dopo le undici, tutti gli ospiti cominciarono a ritirarsi nei rispettivi alloggi.
Fu lo stesso giovane lord a condurre il suo amico, il generale Browne, nella camera a lui assegnata, che rispondeva in tutto e per tutto alla descrizione che gli aveva fornito. Si trattava di un ambiente comodo, ancorché antiquato: il letto era un mobile di foggia massiccia, del genere in uso alla fine del diciassettesimo secolo, adorno di cortine d’una seta sbiadita, pesantemente operata con ricami d’oro appannato. D’altro canto, al vederne le lenzuola, i guanciali, le ricche coltri, il veterano di tante campagne ricevette l’impressione che gli fosse stata destinata una sistemazione sontuosissima, se paragonata al suo antico “alloggiamento in botte”. Un’atmosfera tetra ristagnava fra gli arazzi che con logora grazia drappeggiavano ogni parete della stanzetta, ondulando dolcemente alla brezza autunnale penetrata attraverso gli interstizi dell’antica finestra piombata, gemente e zufolante al passaggio della lieve corrente. Anche il canterano e lo specchio che lo sovrastava, intu...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Spiriti natalizi. di Massimo Scorsone
  4. Il grande libro dei fantasmi di Natale
  5. WALTER JOHN DE LA MARE. Canzone delle ombre
  6. ANDREW LANG. Ballata dei fantasmi natalizi
  7. HENRY WADSWORTH LONGFELLOW. Case infestate
  8. WALTER JOHN DE LA MARE. Lucy un giorno andava a spasso
  9. WALTER JOHN DE LA MARE. Ombre in ascolto
  10. H.P. LOVECRAFT. Yule Horror
  11. WALTER JOHN DE LA MARE. Vischio
  12. Referenze iconografiche
  13. Copyright

Domande frequenti

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