Da qualche parte a occidente c’era un villaggio annidato al riparo di un’alta collina chiamata Gorubun per via della sua forma sghemba. Dalla cima di questa collina si vedeva l’azzurra promessa dell’oceano e dalla costa lontana, e quando c’era bel tempo, il vento portava l’odore salmastro del mare.
Ogni mattina, all’alba, i saggi del villaggio mandavano quattro esploratori sulla collina, e i quattro esploratori si sedevano schiena contro schiena, rivolti verso est, ovest, nord e sud, per lanciare l’allarme in caso avvistassero qualche problema in avvicinamento. Al tramonto quattro esploratori nuovi andavano a sostituirli, e vegliavano per tutta la notte, mentre le stelle sorgevano e il cielo nero stemperava nuovamente verso il chiarore del mattino.
Ma il villaggio era piccolo e anonimo, non aveva niente che valesse la pena rubare e non attirava l’attenzione di ladri e predoni. E così, un anno dopo l’altro, gli esploratori tornavano dalla collina senza molto altro da riportare se non piacevoli brezze e pecore raminghe che brucavano fuori dei loro pascoli.
Il lavoro nei campi richiedeva schiene forti e dopo un po’ parve uno spreco rinunciare a quattro validi braccianti tutti i giorni e tutte le notti; così, durante il raccolto fu permesso a tre esploratori di rimanere al villaggio, e solo uno fu mandato sulla collina storta. Quando il raccolto terminò senza che si fossero presentati problemi, i saggi del villaggio non decisero esplicitamente di non reintegrare gli altri esploratori, ma si dimenticarono di ordinargli di tornare sulla collina. Ancora un solo esploratore risaliva il pendio ogni mattina e un altro ne prendeva il posto ogni sera, ma se uno di loro di tanto in tanto si addormentava o passava le ore a baciare Marina Trevich, la figlia del tagliapietre, chi poteva mai saperlo?
Lizabeta viveva sul confine occidentale del villaggio, lontano dall’ombra di Gorubun. Ogni giorno andava nel campo dietro la casa della sua famiglia per accudire alle arnie. Non indossava guanti né cuffia. Le api le lasciavano prendere il miele senza mai pungerla. Là dove i boccioli delle rose bianche selvatiche formavano nuvole così dense che sembravano foschia stesa sopra la campagna, Lizabeta pregava e meditava sulle grandi opere dei Santi, perché già allora era una ragazza pia e seria. E lì si trovava, il sole estivo che scaldava la sua testa china, le api che ronzavano pigre tutto intorno, quando una brezza da ovest le portò non il profumo salmastro dell’oceano ma un odore di bruciato.
Lizabeta corse a casa per avvertire suo padre. «Probabilmente non è niente» disse lui. «Sarà il villaggio a ovest che brucia l’immondizia. Non ci riguarda.»
Ma Lizabeta non riusciva a liberarsi dell’inquietudine, così lei e suo padre andarono alla tenuta più vicina, dimora di un cittadino ricco e rispettato. «Tuo padre ha ragione» la rassicurò lui. «Probabilmente non è niente. Avrà preso fuoco qualche tetto. Non ci riguarda.»
Ma ancora Lizabeta non riusciva a calmare i suoi pensieri agitati e così, per tranquillizzarla, il mercante e suo padre la accompagnarono nella piazza del villaggio per parlare con i saggi, che si ritrovavano sotto il grande olmo rosso. Ogni giorno bevevano kvas, mangiavano il pane fresco portato dalle loro mogli e si interrogavano sui grandi misteri del mondo.
Quando Lizabeta riferì dell’odore di fumo che il vento aveva portato fino al campo, gli uomini dissero: «Se ci fosse qualche problema, di sicuro l’esploratore di guardia su Gorubun ci avrebbe avvisati. Ora lasciaci riflettere sui misteri del mondo».
Tutti furono d’accordo con i saggi del villaggio. Il mercante tornò alla sua tenuta e il padre di Lizabeta la riportò a casa. Ma quando la ragazza si sedette a pregare tra le arnie non trovò nessuna pace. Così riattraversò il paese e salì su per la collina sghemba, percorrendo tutta sola lo stretto sentiero. Sul pendio di Gorubun l’odore di bruciato non si avvertiva, e i pascoli erano verdi e tranquilli. Lizabeta cominciò a sentirsi proprio sciocca, mentre le sue gambe si facevano sempre più stanche e il sudore le imperlava la fronte. Di sicuro certe preoccupazioni le si potevano lasciare a suo padre e al mercante, e ai saggi del villaggio.
Ciò nonostante, continuò a salire tra le rocce e i massi, sentendosi a ogni passo più stupida. Quando raggiunse la sommità della collina, trovò l’esploratore che russava tranquillo sotto il suo berretto, le lunghe gambe distese sull’erba soffice. L’aria era fresca e pulita, ma quando Lizabeta si voltò verso ovest vide una cosa terribile: colonne di fumo come scuri pilastri che sorreggessero un cielo pesante. Capì che non era di spazzatura bruciata l’odore che aveva sentito, né il fuoco di una cucina. Era odore di chiese e di corpi incendiati.
Scese la collina più velocemente che poteva senza cadere e corse fino alla piazza del paese.
«Un esercito!» gridò. «C’è un esercito in marcia!» Raccontò di aver visto colonne di fuoco, una per ciascun paese tra il villaggio e il mare. «Dobbiamo recuperare tutte le nostre spade e le nostre frecce e correre in aiuto dei nostri vicini!»
«Ne discuteremo» risposero i saggi del villaggio. «Organizzeremo una difesa.»
Ma quando Lizabeta se ne fu andata, e non ebbero più davanti le suppliche di una ragazza spaventata, l’idea della guerra apparve molto meno eroica. I saggi erano stati tutti bambini l’ultima volta in cui si era combattuto nel villaggio. Non avevano nessun desiderio di riprendere in mano spade e scudi. E non volevano neanche vederlo fare ai loro figli.
«Di sicuro passeranno oltre, come hanno sempre fatto tutti gli eserciti finora» si dissero. E se ne andarono a cena e a meditare sui grandi misteri del mondo.
Quando giunse l’alba, Lizabeta andò nel campo ad aspettare gli uomini valorosi del villaggio con le spade e gli scudi. Aspettò mentre il sole lentamente saliva nel cielo e le api le ronzavano intorno. Aspettò mentre le rose avvizzivano per il calore e i petali bianchi si scurivano sul bordo. Non arrivò nessuno. E poi, finalmente, Lizabeta sentì qualcuno avvicinarsi a passo di marcia, ma non veniva dalla direzione del villaggio, bensì dall’oscurità del bosco. Sentì levarsi canti di battaglia e sentì la terra vibrare sotto i piedi. Allora comprese che non sarebbe arrivato nessun soccorso.
Lizabeta non si girò per scappare. Quando apparvero gli uomini, feroci e coperti di sangue, fuliggine e sudore, eccitati dalle vite e dalle ricchezze che avevano già sottratto, si inginocchiò tra le rose. «Pietà» li supplicò. «Pietà per mio padre, per il mercante, per i saggi che si nascondono nelle loro case. Pietà per me.»
Gli uomini erano assetati di sangue e di vittorie. Attraversarono di corsa la radura urlando e, per quanto con tutta probabilità udirono le suppliche di Lizabeta, non per questo i loro passi esitarono. Davanti a loro lei era un alberello da piegare e calpestare, un fiume che doveva aprire le sue acque. Non era niente e nessuno, solo una ragazza inginocchiata con preghiere sulle labbra, piena di terrore, piena di ardore. Dalle api intorno alla radura si levò una bassa nota fremente, che crebbe vibrando nell’aria. Le api formarono dense nubi ronzanti, come fumo da un villaggio in fiamme, e si lanciarono sopra i soldati, coprendoli con i loro corpi brulicanti.
Gli uomini si misero a gridare, voltarono le spalle a Lizabeta e al suo minuscolo esercito, e fuggirono.
Se solo questa fosse la fine della storia, Lizabeta sarebbe stata proclamata eroina; nella piazza del paese sarebbe stata eretta la sua statua, e ai piedi di quella statua ogni giorno i saggi si sarebbero incontrati per ricordare a se stessi la propria codardia e riconoscere la propria pochezza di fronte a quella ragazza.
Ma non accadde niente del genere. La notizia che gli invasori erano arrivati dalla costa e avevano marciato nell’entroterra si era ormai propagata. E tuttavia nessuno al di fuori del villaggio sapeva perché avessero improvvisamente cambiato direzione e fossero rifuggiti verso il mare. Qualcuno parlava di un’arma formidabile, altri di una terribile pestilenza o una maledizione lanciata da una strega.
Le voci sul paese che era stato miracolosamente risparmiato giunsero all’orecchio di un generale che stava componendo un grande esercito per affrontare gli invasori quando fossero tornati. Con alcuni dei suoi uomini migliori, il generale marciò fino al villaggio dove il nemico aveva fermato la sua avanzata. Andò dai saggi che si incontravano nella piazza del paese e, quando chiese come avevano capovolto le sorti della battaglia e messo in fuga nemici così spaventosi, loro si guardarono l’un l’altro, timorosi al pensiero di quel che avrebbe potuto fare il generale se gli avessero raccontato storie assurde di ragazze e di api. «Non sappiamo dirlo» risposero. «Ma conosciamo un mercante che lo sa.»
Quando il generale raggiunse la tenuta, il mercante disse: «È difficile da spiegare, ma l’apicoltore in fondo alla strada ve lo saprà dire».
Quando il generale arrivò infine alla casa di Lizabeta e bussò alla porta, suo padre vide quegli uomini spaventosi, con le loro armature e le espressioni dure sui volti, e tremò. «Non posso dire per certo che cosa è successo» rispose. «Ma di sicuro mia figlia lo saprà. È nel campo, a prendersi cura delle arnie.»
E nel campo li incontrò Lizabeta. «Che cosa ha fatto tornare il nemico sui suoi passi?» domandò il generale alla ragazza. «Che cosa l’ha fatto fuggire da questo villaggio insignificante?»
Lizabeta disse la verità. «Solo le api lo sanno.»
Il generale era stanco e irritato, aveva percorso tutti quei chilometri solo per essere deriso da una ragazzina. Perse la pazienza. I suoi uomini legarono Lizabeta per i polsi e le caviglie e fissarono le corde alle briglie di quattro cavalli robusti. Di nuovo, il generale chiese a Lizabeta come aveva fermato i soldati.
«Solo le api lo sanno» sussurrò lei, perché non aveva idea di come aveva fatto o di quale miracolo si fosse verificato.
Il generale attese, sicuro che il padre della ragazza o il mercante o i saggi del villaggio sarebbero accorsi in suo aiuto e gli avrebbero rivelato il loro segreto.
«Non stia ad aspettare» disse lei. «Non arriverà nessuno.»
Così, il generale diede l’ordine, come fanno i generali, e il corpo di Lizabeta fu squartato, mentre le api ronzavano pigre nelle loro arnie. Si dice che il sangue bagnò le rose del campo e i boccioli diventarono rossi. Si dice che i boccioli che furono piantati sopra la sua tomba non muoiono mai ed emanano un dolce profumo in qualunque stagione dell’anno, anche in inverno quando scende la neve. Ma le api se ne sono andate da tempo da quelle arnie e non vogliono aver a che fare con quei fiori.
Se riesci a trovare quel campo, fermati a inspirare il profumo dei boccioli, recita le tue preghiere rivolgendoti a ovest e lascia che il vento porti fino a te l’odore salmastro dell’oceano.
Le rose ricordano, anche se i saggi scelsero di dimenticare.
Lizabeta è ricordata come patrona dei giardinieri.