Molti di voi, prendendo in mano questo libro, si saranno chiesti il perché del sottotitolo: Come stimolare il linguaggio dei bambini nei loro primi quattro anni.
Come mai questo lasso di tempo? Perché proprio i primi quattro anni?
Perché oggi sappiamo che il bambino inizia a riconoscere le voci e a familiarizzare con suoni e parole fin da quando si trova nella pancia della mamma. Lo sviluppo del linguaggio prosegue poi nei primi anni di vita e si completa intorno ai quattro anni-quattro anni e mezzo, età in cui il linguaggio dei nostri piccoli è assai più simile a quello degli adulti di quanto non si pensi.
In questo periodo di tempo, nelle testoline dei nostri bambini accade un’infinità di cose. Se ripenso a mia figlia appena nata, ai suoi primi vagiti e a quanto era inerme e dipendente da me, non riesco a credere che quella che ho davanti oggi sia la stessa persona. E che siano bastati solo tre anni per trasformarla da quell’esserino indifeso che non la smetteva di piangere alla piccola cabarettista in erba dalla parlantina sciolta. Con lei non desideravo altro che vederla crescere, scoprire chi sarebbe diventata e quante cose avrebbe imparato a dire o a fare. In parole povere, con Tea, la curiosità mi ha sopraffatta (e questo è assai frequente nei casi dei primogeniti, perché i genitori ancora non sanno cosa aspettarsi). Con il secondogenito, invece – al momento alle prese con l’apprendimento delle sue prime parole –, sto cercando di godermi ogni piccolo traguardo in «modalità crociera».
Ma partiamo dal principio e poniamoci innanzitutto una semplice domanda: che cos’è esattamente il linguaggio? Quando pensiamo a questo termine, la prima cosa che ci viene in mente sono le parole. Nella nostra testa, il linguaggio corrisponde all’utilizzo di fonemi e sillabe (organizzati morfologicamente e sintatticamente), che usiamo per comunicare con chi condivide lo stesso codice e uno specifico ambiente di interazione.
LINGUAGGIO = PAROLE
In realtà, l’ambito verbale è solo una delle numerose dimensioni che compongono il linguaggio.
LINGUAGGIO > PAROLE
Immaginiamo per un momento il linguaggio come un iceberg. La componente verbale è la sommità che affiora dall’acqua e che vediamo immediatamente.
Sotto la superficie del mare, però, c’è tutto un mondo sommerso, che non si vede ma sorregge la parte emersa. Questa parte dell’iceberg è composta da molti altri elementi che anticipano e accompagnano l’apprendimento del linguaggio verbale.
Per questo motivo, è impossibile pensare che il nostro bambino arrivi al linguaggio verbale senza prima essere passato attraverso alcune fasi intermedie e senza aver raggiunto alcuni prerequisiti fondamentali. Vediamoli insieme:
- Attenzione focalizzata: ovvero la capacità di focalizzare la propria attenzione su uno stimolo rilevante, la capacità che il bimbo ha di stare attento a quello che sta facendo nel momento in cui lo sta facendo. L’attenzione focalizzata è ciò che gli permette di portare a termine un gioco, un’attività o un compito.
Se osservate un bambino piccolo seduto su un tappeto e circondato da giocattoli, vi renderete conto che la sua attenzione tende a «saltare» da un gioco all’altro. Più l’attività è interessante per lui, però, più riesce a soffermarsi su questa. Ad esempio, Giorgio, il mio secondogenito, ama moltissimo giocare con l’acqua e passerebbe ore tra schizzi e spruzzi, mentre perde subito interesse quando sua sorella cerca di fare un puzzle insieme a lui. Possiamo quindi dire che, per determinare la durata dell’attenzione focalizzata, contano moltissimo la motivazione del bambino e l’adeguatezza delle attività che gli vengono proposte rispetto alle sue competenze.
- Attenzione condivisa: ossia la condivisione dell’attenzione di due individui su un terzo oggetto o evento, che spesso implica lo scambio di sguardi o di alcuni gesti, come il dare, il mostrare o l’indicare con il dito. L’attenzione condivisa è fondamentale perché due o più persone possano scambiarsi informazioni su qualcosa. La comunicazione, infatti, è come una partita a tennis. Affinché si possa giocare, è fondamentale che ci siano due giocatori concentrati sull’azione di colpire alternativamente una pallina.
L’altra sera ero a casa di una coppia di amici. Il loro bambino di dieci mesi si spostava gattonando per tutta la casa, continuando a prendere dei giochi e a portarli alla sua mamma. Anche se lei, impegnata con l’organizzazione della cena, non se ne rendeva conto, era evidente il desiderio del piccolo di condividere l’attenzione su qualcosa per lui interessante. Insomma, le stava lanciando la famosa pallina da tennis.
- Attenzione uditiva: ossia la capacità non soltanto di percepire suoni, parole e rumori, ma anche di organizzare questo bagaglio di stimoli in un modo significativo per il soggetto. Immaginate di vedere un film in una lingua che non conoscete e senza sottotitoli. Per quanto il film sia bello e coinvolgente, probabilmente guardarlo vi richiederà un grosso sforzo mentale, perché per voi sarà difficile mantenere l’attenzione uditiva. Ecco, un bambino che sta imparando a parlare vive una situazione molto simile. L’attenzione uditiva è un prerequisito fondamentale perché permette al bambino di ascoltare attivamente e di discernere, comprendere e apprendere tale linguaggio.
- Imitazione: ovvero la capacità di riprodurre gesti, suoni e parole in modo intenzionale o casuale. Nei bambini, questo comportamento avviene prima istintivamente e poi di riflesso, e costituisce un gradino importantissimo nel processo di apprendimento, non soltanto verbale.
Nel 1977 gli psicologi Andrew Meltzoff e Keith Moore riuscirono a dimostrare la capacità di imitazione dei neonati. Oggi molti studi hanno rilevato che tale capacità si manifesta già quarantadue minuti dopo la nascita. Il neonato appare in grado di tradurre i movimenti della bocca e della lingua della madre in una sequenza di movimenti delle sue. Tali atti di imitazione dimostrano quindi una crescente «intersoggettività» tra il neonato e la persona che se ne prende cura.
L’imitazione consente al bambino di entrare in sintonia e di provare empatia nei confronti di un’altra persona, perché compiendo le stesse azioni del suo interlocutore sviluppa un senso di identità nei suoi confronti. I bambini quindi imparano prima a copiarci, come se fossero delle piccole scimmiette, e solo in seguito saranno in grado di fare – e parlare – intenzionalmente.
- Intenzionalità comunicativa: con questa espressione indichiamo la spinta che i bambini hanno a voler comunicare, prima con i gesti e poi con le parole. Nei primi mesi di vita, la loro comunicazione non è ancora intenzionale. A mano a mano, però, che fanno esperienza di specifiche interazioni (io piango → la mamma arriva; io sorrido → la mamma mi sorride; io richiamo la sua attenzione con dei versetti → la mamma mi guarda e mi risponde), i bambini cominciano a individuare delle reazioni di causa-effetto tra il proprio comportamento e le reazioni altrui. Acquisita questa consapevolezza, imparano a utilizzare sempre meglio gesti e vocalizzazioni per soddisfare un bisogno o raggiungere uno scopo.
Potrà sembrare scontato, ma il linguaggio deve necessariamente presupporre l’intenzionalità, altrimenti non avrebbe motivo di esistere. Gli esseri umani comunicano perché hanno bisogno o voglia di comunicare. Pensiamo a un bambino piccolo che ripete «a pappagallo» delle parole sentite in tv. Con ogni probabilità non ha la minima idea del loro significato, eppure le pronuncia benissimo. Possiamo considerarle linguaggio «funzionale»? Assolutamente no. Pensiamo ora, invece, a un bambino che, durante una passeggiata nel parco, vede un cane, lo guarda e dice «ba», accennando al verso dell’animale. In questo tentativo comunicativo, l’intenzione funzionale è evidente.
- Comprensione verbale: ovvero la competenza che ci permette di capire il linguaggio parlato, associando correttamente i significati alle parole e alle frasi. Quando parliamo di sviluppo del linguaggio, dobbiamo sempre ricordarci che la comprensione precede la produzione. Ciò vuol dire che un bambino inizierà a produrre coscientemente (e non semplicemente a ripetere) una determinata parola soltanto quando ne conoscerà il significato.
- Gioco simbolico: o «gioco del far finta di». Con questa espressione indichiamo il modo che i bambini hanno di utilizzare oggetti, azioni e situazioni come simboli, per rappresentare qualcosa che non è nella realtà concreta ma che si può immaginare (ad esempio una scatola di cartone che diventa una casa, far finta di bere senza avere in mano un bicchiere ecc.). Si veda Approfondimento #1: Far finta di…
Analizzando molti di questi prerequisiti, ci rendiamo conto di una caratteristica fondamentale del linguaggio. Così come molti altri aspetti dell’apprendimento umano, il linguaggio è prima di tutto un esercizio relazionale. Ciò significa che un bambino inizia a parlare, e prima ancora a comunicare, se e soltanto se è esposto a delle relazioni. Allo stesso tempo, è fondamentale che tali relazioni avvengano con individui in carne e ossa, e non con il televisore, il cellulare o i vari giochini elettronici, che – anche se ci vengono venduti come un valido sostegno per insegnare al nostro bambino a parlare – in realtà non fanno altro che rallentare questo processo.
APPROFONDIMENTO #1:
Far finta di…
Intorno ai dodici mesi di vita, i bambini cominciano a «far finta di» ovvero sono in grado di replicare elementi o comportamenti che fanno parte del loro vissuto quotidiano. Il gioco simbolico è un fondamentale prerequisito al linguaggio verbale. Ciò significa che, finché i bambini non sperimentano questo tipo di gioco, non saranno capaci neanche di parlare (non a caso, è proprio intorno ai dodici mesi – coincidenza! – che compaiono anche le prime parole).
Il primo gioco simbolico fa riferimento alla loro quotidianità e alle esperienze che vivono in prima persona.
Questo è particolarmente evidente quando il bambino gioca con un suo surrogato (come una bambola o un peluche) e riproduce azioni note e sperimentate su se stesso: gli dà da mangiare, gli cambia il pannolino, lo mette a dormire… Attraverso il gioco simbolico, sperimenta la prima forma di astrazione di quanto lo circonda, in una dinamica molto simile a quella alla base del linguaggio verbale (le parole, infatti, non sono altro che simboli che, convenzionalmente e astrattamente, utilizziamo per riferirci a elementi del mondo che ci circonda. Dopotutto, come ci ricorda anche William Shakespeare, una rosa conserva il suo profumo anche se la chiamiamo con un altro nome…).
Il gioco simbolico è dunque una fase importantissima nello sviluppo di ogni bambino e – è bene ricordarlo – non ha genere. È dunque fondamentale che tutti, sia maschi sia femmine, possano rappresentare il loro vissuto tramite il gioco simbolico, utilizzando passeggini e bambolotti. Lo ripeto: è proprio attraverso il gioco che i bambini imparano a parlare. E lo fanno tutti allo stesso modo, senza distinzioni di sesso. Disfiamoci quindi di stereotipi e preconcetti e lasciamoli liberi di sperimentare. Ne va del loro sviluppo!
Come abbiamo già detto nell’Introduzione, conoscere è fondamentale per non fare paragoni. Noi genitori, in modo più o meno inconscio, sappiamo che è sbagliato confrontare i nostri figli con quelli degli altri, eppure non riusciamo a farne a meno, salvo poi sentirci irrimediabilmente in colpa.
Ma perché è così sbagliato fare paragoni?
Perché nel momento in cui confrontiamo il nostro bambino con un altro, non sappiamo se quest’ultimo rappresenta un riferimento statisticamente attendibile. Potrebbe essere un po’ in anticipo nell’acquisizione di una data competenza (e allora ci allarmiamo perché nostro figlio non si comporta come lui) oppure un po’ in ritardo (e questo ci tranquillizza e ci spinge a sottovalutare piccoli campanelli d’allarme). Conoscere le tappe di sviluppo del linguaggio dei nostri bambini ci permetterà di fare i giusti paragoni con un campione statisticamente affidabile, evitandoci almeno qualcuno di quei sensi di colpa. Inoltre, ci consentirà di intervenire precocemente qualora necessario, fornendo al bambino gli strumenti giusti al momento giusto.
La capacità di comunicare attraverso il linguaggio verbale è la massima conquista dell’essere umano. I bambini nascono in qualche modo «predisposti» per imparare a parlare, ma questo non basta. L’apprendimento del linguaggio si basa su una complessa danza tra acquisito e innato. Ed è qui che noi giochiamo un ruolo decisivo.
Nessuno si aspetta che un bambino impari a parlare nell’arco di una notte o che si esprima fin da subito con la proprietà e l’ampiezza di vocabolario di un adulto. Quello che però molti non sanno è che lo sviluppo del linguaggio umano attraversa tutta una serie di fasi ben precise, molte delle quali spesso non riconosciamo neppure come «linguaggio». Queste fasi cominciano già alla nascita, anche se gli adulti spesso pensano che la fase che precede la comparsa del linguaggio vero e proprio non sia un periodo così importante, che i suoni emessi dal bambino siano in qualche modo casuali, caotici e privi di significato. Non c’è niente di più sbagliato. In questo periodo, infatti, il bambino getta le basi e crea i mattoncini che gli serviranno per costruire il linguaggio che verrà.
Ma vediamo insieme quali sono le tappe di sviluppo del linguaggio:
- Prima della nascita: sapevate che i bambini sono capaci di riconoscere la voce della mamma già quando sono nella pancia? L’apprendimento del linguaggio inizia proprio da lì. A ventiquattro settimane, infatti, l’orecchio del bambino è strutturalmente completo e può sentire il battito del cuore della mamma, il suo stomaco che brontola, i suoni e i rumori che la circondano.
- 0 mesi: il bambino inizia a produrre dei suoni vegetativi...