L'istinto della cura
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L'istinto della cura

La mia storia di accudimento e resilienza

  1. 144 pagine
  2. Italian
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L'istinto della cura

La mia storia di accudimento e resilienza

Informazioni su questo libro

In una mattina di metà luglio Monica si trova a rispondere a una telefonata che annulla tutti i suoi piani. Si sta separando dal marito e insieme ai suoi tre figli sta finalmente progettando una nuova vita quando all'improvviso le comunicano che il marito è stato ricoverato d'urgenza per un aneurisma cerebrale. La situazione appare fin da subito disperata ma Monica, nonostante la storia d'amore con Giorgio sia finita per il più classico dei tradimenti, decide di rimanere al suo fianco.

Comincia così un viaggio fuori dal tempo e fuori dalla realtà, prima nel reparto di Rianimazione di un ospedale e poi nell'Unità di Risveglio per persone in stato di coma di una clinica di riabilitazione. Monica si deve confrontare con un mondo che non conosce, con termini tecnici che mai avrebbe pensato di dover sapere, studiando e facendo ricerche per provare a comprendere lo stato reale delle cose. E con la burocrazia e le sue mille contrarietà, dove ogni giorno c'è un problema da risolvere e una decisione da prendere.

Monica fatica a spiegare agli altri come ci si sente, cosa si prova. È consapevole che Giorgio è ancora vivo, che è ancora con lei, sebbene non sappia in che forma: non reagisce agli stimoli, è un corpo abbandonato a se stesso, se prova a toccarlo l'unica reazione che ottiene è una smorfia di dolore.

Nove mesi passati con l'angoscia e la paura che le stringono il cuore ogni volta che squilla il telefono. Nove mesi per prepararsi a una morte al rallentatore, a fotogrammi, lenta ma inesorabile, che quando alla fine arriva sarà accolta con un misto di disperazione ma anche di sollievo per quel corpo tenuto in vita solo da macchinari.

Nove mesi vissuti a contatto con persone che condividono la stessa esperienza come una grande famiglia allargata dove le sconfitte o i successi sono di tutti, e dopo la quale, inevitabilmente, nulla sarà più come prima: «La mia famiglia è sopravvissuta. Siamo riusciti a trasformare in forza la nostra fragilità. Abbiamo affrontato un mare in tempesta ma non siamo andati a fondo, e oggi navighiamo su un vascello solido, pieno d'amore». Un storia toccante, di amore e di coraggio, che ci mostra quanto sia prezioso prendersi cura degli altri, nonostante tutto.

Monica Antonacci è nata a Fano nel 1965, città dove è tornata a vivere di recente. È diplomata in Arte dei metalli e Oreficeria e ha lavorato nell'azienda di famiglia nel settore dell'antiquariato. Attualmente lavora come commessa. La morte del marito Giorgio, dal quale ha avuto i tre figli Samantha, Margherita e Edoardo, l'ha condotta a rivedere completamente il senso della vita e a intraprendere studi e ricerche nel campo della spiritualità. Appassionata di lettura fin da bambina, ha sempre amato scrivere storie e racconti. Con questo memoir ha vinto il concorso La tua vita in un libro di «Donna Moderna».

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2018
eBook ISBN
9788852090486
Print ISBN
9788804686088

1

15 luglio 2018

Spengo il telefono. Ogni volta che squilla, la mia mente scivola indietro nel tempo: tutto il dolore è ancora lì, presente. Si è insinuato in ogni fibra del mio essere come sabbia in un giorno di libeccio. La sento scricchiolare tra i denti, bruciare nei polmoni quando respiro, grattare sotto le palpebre. E il tunnel di tristezza nel quale vivevo allora mi cattura di nuovo, trascinandomi in un vortice sempre più veloce e soffocante, di cui non riesco a vedere la fine. Vorrei scappare, ma non posso sottrarmi. Devo farci i conti per forza. Devo trovare dentro di me il coraggio per arrivare fino a sera.
Dieci anni fa è stata una telefonata a cambiare la mia vita. Nella testa ho ancora la canzone che passava per radio in quel momento: Relax di Mika. Il suo invito a rilassarsi, a prenderla come viene, ora sembra una profezia. Ancora adesso ricordo ogni singolo momento di quell’interminabile giornata. Così anche dei mesi successivi, quando agivo e parlavo come un automa e tutto era amplificato: gioia, dolore, lacrime, aspettative. Ho vissuto una sorta di paradosso spazio-temporale: è come se una frazione di secondo si fosse dilatata, allungandosi fino a coprire i nove, eterni mesi successivi.
Nove mesi: il tempo di una nascita. Che cosa si sia generato durante quei nove mesi non lo so. Non con certezza.
Potrei dire che si tratta di una morte – una morte al rallentatore – senza timore di essere smentita. Una morte, in fondo, è esattamente ciò che è avvenuto. Oppure potrei dire che in quei nove mesi qualcosa è nato comunque. Un istinto che non avrei mai creduto di avere.
Non avevo mai immaginato (figuriamoci preventivato) di prendermi cura, a nemmeno cinquant’anni, del padre dei miei figli in coma, nel momento in cui stava per diventare il mio ex marito. Non mi ero mai chiesta: “Come mi comporterei se…?”. Mi ci sono ritrovata e basta.
Si dice che scopriamo chi siamo veramente solo quando siamo costretti a reagire ai colpi della vita. Che sia proprio allora che il nostro carattere si mostra per ciò che è.
Spesso mi sono chiesta che cosa sarebbe successo se tutto fosse accaduto a separazione firmata. Avrei passato comunque giorni e notti in ospedale a veder morire, fotogramma dopo fotogramma, l’uomo che avevo amato per più di vent’anni? Mi sarei presa comunque la responsabilità di scelte mediche che, forse, hanno contribuito a prolungarne la vita in coma? O sarei riuscita a lasciarlo andare più o meno quando lui era stato costretto a lasciar andare se stesso, la sua famiglia, la vita?
Non ho la risposta a queste domande. Ma sono in pace. Perché ho fatto ciò che la pancia mi diceva di fare. Mi sono presa cura di lui come ci si prende cura dei bambini, come ci si prende cura degli anziani. Non perché è ciò che va fatto, ciò che è giusto. Ma perché è ciò che viene spontaneo fare. È un istinto. L’istinto della cura.

2

15 luglio 2008

Sono in giro dalla mattina presto. Il caldo mi schiaccia, quest’estate non lascia un momento di tregua.
Continuo a pensare al trasloco imminente. Dopo più di vent’anni la mia vita sta per essere stravolta: la scorsa settimana io e Giorgio abbiamo firmato la separazione consensuale, tra dieci giorni venderemo la nostra casa e ognuno se ne andrà per la propria strada.
Ero convinta che certe cose potessero capitare solo agli “altri”, poi ecco il tradimento che non ti aspetti, che ti sorprende come una pugnalata alle spalle, che ti toglie il respiro e ti ferisce.
Ho provato a salvare il nostro matrimonio con tutte le mie forze. Per mesi sono rimasta aggrappata ai suoi ritorni, alle scuse, alle bugie di un uomo che non voleva separarsi ma nemmeno lasciare l’amante. Alla fine ho dovuto decidere io per entrambi, per sbloccare una situazione diventata ormai insostenibile per tutti, figli compresi. Se non fosse per il dolore, per quel senso di inadeguatezza che mi assale ogni tanto, per i sensi di colpa che si riaffacciano ossessivi alla mente e che mi spingono continuamente a chiedermi cosa ho sbagliato, ci sarebbe veramente da ridere.
Ho sempre pensato di essere originale e mi sono ritrovata nel più classico dei cliché: quello della moglie tradita con una ragazza molto più giovane. Ha la stessa età della nostra prima figlia, Samantha.
Basta torturarmi. Ancora dieci giorni e tutto sarà finito. Sono sulla soglia di una nuova vita: non faccio più parte di una coppia, non sono più la metà di un “noi”. Ci sono solo io. Io con i miei tre figli: Samantha, Margherita, Edoardo.
Esco dalla banca. Dovrei proseguire di corsa il mio giro di commissioni, ma per una volta metto da parte il dovere.
Ho pensato troppo negli ultimi mesi. Troppa rabbia, troppa delusione, troppo rancore. Basta guardarsi indietro. Ho bisogno di immaginare il futuro. Di immaginare me nel futuro.
Lascio il cellulare in macchina, spento – finalmente un attimo di silenzio –, e mi fermo in un negozio lungo la strada, per comprarmi qualcosa di nuovo. Provo qualche paio di jeans e alla fine ne scelgo due, entrambi chiari. Entro in una 28, la taglia che portavo al liceo. Ho perso parecchi chili ultimamente. Mi guardo nello specchio del camerino e per un attimo mi sento un’altra persona: come se il filo di tutti gli anni passati si fosse riavvolto. Purtroppo so che non è vero: al termine dello shopping rientro nei miei vestiti “da signora”, consapevole di non essere più una ragazzina né di avere una solida autostima, nonostante gli acquisti, il trucco che mi metto tutte le mattine e il movimento che cerco di fare un po’ ogni giorno.
Appena risalgo in macchina, accendo il cellulare. Trovo diverse chiamate delle mie figlie, e una di Beatrice, la bagnina dello stabilimento in cui andiamo di solito. Abbiamo la fortuna di abitare in una città di mare, tutte le estati affittiamo ombrellone e lettini per l’intera stagione. Un’altra chiamata proviene da un numero sconosciuto. Un brivido mi attraversa la schiena. La sensazione che sia successo qualcosa di terribile mi stringe la gola. Penso ai ragazzi: no, Dio, per favore, questo no, non potrei accettarlo.
Chiamo Samantha. Non risponde. La paura prende immediatamente il sopravvento. Continuo a digitare il numero finché non sento la sua voce, rotta dal pianto.
«Mamma, siamo al pronto soccorso. Papà si è sentito male mentre era al mare con Edo. I medici non ci dicono niente.»
Un momento di silenzio, poi riprende a parlare: «Perché non rispondevi? Dove sei?».
Penso a quello che mi ha appena detto, cerco una ragione. Non è possibile che sia qualcosa di grave. Ci siamo parlati questa mattina: mi ha chiamato per comunicarmi che portava Edoardo al mare e che mi avrebbe aspettato lì. Probabilmente ha avuto un malore. Oppure è stato lo stress per l’intervento in day hospital che ha subìto il giorno prima. Magari è soltanto preoccupato: la separazione sta mettendo alla prova anche lui. Ma perché i medici non dicono niente?
«Sami, arrivo, fra poco sono lì.»
Metto in moto e parto di corsa, non mi rendo neanche conto di quale strada ho imboccato. Devo arrivare il prima possibile, capire cosa sta succedendo. E poi penso al piccolo Edoardo, dove sarà adesso? Come starà? Era con suo padre, felice di trascorrere una giornata con lui.
Mollo la macchina nel primo parcheggio disponibile ed entro nel pronto soccorso di Senigallia. Individuo subito Samantha e Margherita: hanno lo sguardo terrorizzato. Per fortuna non sono sole: con loro c’è Alberto, mio cognato, che lavora in ospedale. Per quanto posso, cerco subito di rassicurarle: «State tranquille, vostro padre è una roccia, non è mai stato male in vita sua. Vedrete, con questo caldo e la paura di ieri probabilmente ha avuto un malore».
Non mi credono. «Mamma» mi interrompe Samantha, «i medici pensano che sia qualcosa di grave. Papà non ha ancora ripreso conoscenza.»
Interviene Margherita: «Quando è svenuto, ha avuto le convulsioni e gli usciva la schiuma dalla bocca».
«Andiamo a parlare con qualcuno.»
Devo trovare un dottore. Le abbraccio entrambe, attraverso la sala del triage e imbocco il corridoio sul quale si affacciano gli studi medici. Devo vedere Giorgio, entrare nella stanza in cui lo stanno visitando. Devo anche spiegare ai medici che potrebbe trattarsi di una reazione all’intervento del giorno prima.
Non può essere niente di grave. Ma sì, sarà uno stupido malore.
Nel corridoio, però, Giorgio non c’è. Alcune porte sono chiuse, altre socchiuse, senza che riesca a sbirciare all’interno. I dottori sono tutti indaffarati, nessuno si ferma. Torno indietro, alla ricerca di Alberto.
«Sei riuscito a parlare con qualcuno?»
«Lo hanno portato a fare una TAC, ora è rientrato nella sala emergenze» mi aggiorna lui. Di colpo si apre una porta, ne esce un medico e intravedo mio marito sul lettino: si tiene una mano sulla fronte e digrigna i denti per il dolore. Vorrei entrare, ma me lo impediscono. Vicino a lui c’è una cara amica, Rosi, caposala nel reparto di Medicina generale, che si è precipitata appena saputo cosa è successo. Vederla al suo fianco mi fa stare meglio: sta cercando di parlargli, lo accarezza, prova a tranquillizzarlo.
Il radiologo che ha eseguito la TAC: non dimenticherò mai l’espressione sul suo volto. «Signora, suo marito ha subìto la rottura di un aneurisma cerebrale. In tanti anni di esperienza non ho mai visto una condizione simile: è devastante come uno tsunami dentro uno spazio chiuso. Ora lo stiamo sedando per trasferirlo nell’ospedale regionale di Torrette. Ho già parlato con il dottor Spezi, il neurochirurgo, che vi sta aspettando.»
Mentre cerco di assorbire il colpo arriva Matteo, il marito di Carla, una cugina molto legata a Giorgio, cresciuta con lui. Loro due sono stati i nostri testimoni di nozze.
«Monica» mi dice, «stai tranquilla, Edoardo è a casa nostra.» Il marito di Beatrice, il proprietario dello stabilimento in cui andiamo di solito, ha telefonato a Carla, mentre Beatrice si prendeva cura di mio figlio.
Già, Edoardo. Adora Carla, meno male che è con lei. Ringrazio Matteo, questa notizia mi rasserena un po’. Ma ora non posso pensare a mio figlio: è ancora tutto così confuso. Dovrei mettere ordine tra i pensieri, ma chi ci riesce? Mi muovo come un automa per il corridoio del pronto soccorso, avanti e indietro, di fronte alla stanza dove si trova Giorgio.
Matteo si offre di accompagnarmi in ospedale. Chiedo alle ragazze di tornare a casa e di fare il possibile per non preoccuparsi. Le aggiornerò più tardi.
Salgo in macchina con Matteo e mi viene in mente che devo chiamare l’avvocato e raccontargli quello che sta succedendo. Tra qualche giorno ci aspetta il notaio per il passaggio di proprietà della casa: gli chiedo se è possibile rimandare. Mi risponde di non preoccuparmi e di fargli sapere quanto prima quali sono le condizioni di salute di Giorgio.
Finita la telefonata, mi accorgo di avere in mano il cellulare di mio marito. Me lo hanno consegnato insieme ai suoi effetti personali chiusi in un sacco nero per l’immondizia: i vestiti, l’orologio e il braccialetto che gli avevo regalato tempo fa. Il telefono continua a squillare: è lei, Alisa, riconosco il suo numero. Lo spengo, non mi interessa se si sta preoccupando perché lui non le risponde: è l’ultimo dei miei pensieri.
Domando a Matteo cosa pensa della situazione. Ha visto anche lui Giorgio nella sala emergenze ed è riuscito a parlare con Rosi mentre mi organizzavo con le mie figlie.
«Rosi mi ha raccontato che è arrivato privo di conoscenza, poi si è ripreso e ha risposto correttamente ai medici quando gli hanno chiesto il nome e la data di nascita. È riuscito a dire che provava un dolore fortissimo alla testa, come se avesse una spada conficcata in fronte, prima di svenire di nuovo. Quando è tornato dalla TAC, hanno deciso di sedarlo per evitare ulteriori danni, visto che era molto agitato. Rosi non è riuscita a capire se l’ha riconosciuta, ma crede di sì.»
«Ho paura, Matteo, il radiologo ha descritto una situazione che non mi piace per niente.»
«Aspetta di parlare con il neurochirurgo.»
«Alberto mi ha detto che è giovane ed è uno dei migliori in Italia, ma la cosa non mi rassicura.»
Matteo non risponde. Non c’è niente da dire.
Guardo fuori dal finestrino: dalla strada che porta all’ospedale si gode un panorama mozzafiato del mare e del porto di Ancona, anche se in questo momento non lo vedo. Non veramente.
Non capisco cosa sia successo, perché, quale scherzo assurdo e crudele mi stia giocando la vita. Ora che ho imboccato con grande difficoltà una nuova strada, ora che mi sono finalmente arresa alla necessità di ricominciare, tutto cambia all’improvviso, senza lasciarmi il minimo controllo.
Quando arriviamo in ospedale, il neurochirurgo è lì ad aspettarci insieme a un altro dottore. Hanno appena visto la TAC di Giorgio.
«Signora» mi spiega il neurochirurgo, «la situazione è molto grave: la rottura di un aneurisma in un soggetto così giovane in genere provoca danni molto estesi. Adesso procederemo con un primo intervento di embolizzazione…»
Lo osservo con occhi spalancati, senza capire c...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’istinto della cura
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. Copyright