— Ho paura — disse la bambina seduta sul letto. — Nonno, puoi restare con me?
Aloysius Starkweather avvicinò una sedia al letto e si sedette, emettendo un verso gutturale che sarebbe dovuto sembrare di insofferenza. Ma lo era solo in parte. Al vecchio faceva piacere che la nipote nutrisse tanta fiducia in lui, che spesso era il solo in grado di tranquillizzarla. Nonostante la sua natura delicata, la bambina non era mai turbata dal burbero modo di fare del nonno.
— Non c’è niente di cui avere paura, Adele. Vedrai.
La piccola lo guardò con occhi sgranati. Normalmente la cerimonia delle prime rune avrebbe avuto luogo in uno degli spazi più maestosi dell’Istituto di York, ma a causa dei nervi deboli e della salute cagionevole di Adele si era convenuto di organizzarla al riparo della sua stanza. La bambina era seduta sull’orlo del letto, con la schiena ben ritta. Indossava un vestito da cerimonia rosso, e un nastro dello stesso colore le fermava i fini capelli biondi. Gli occhi erano enormi nel viso magro, le braccia esili. Tutto in lei era fragile come una tazza di porcellana. — I Fratelli Silenti… che cosa mi faranno?
— Dammi il braccio — le disse il nonno.
Adele allungò il braccio destro, con aria fiduciosa.
Nel girarlo, Aloysius notò la nervatura azzurrina delle vene sotto la pelle. — Useranno i loro stili – sai già cos’è uno stilo – per applicarti un marchio. Di solito tracciano per prima la runa della Veggenza, che avrai modo di studiare, ma nel tuo caso cominceranno con quella della Forza.
— Perché non sono molto forte.
— Per irrobustirti.
— Come il brodo di manzo — disse Adele, arricciando il naso.
Il vecchio sorrise. — Speriamo che non sia altrettanto sgradevole. Sentirai una leggera puntura; dovrai essere coraggiosa e non gridare, perché i Cacciatori non gridano di dolore. Poi la puntura sparirà e ti sentirai molto meglio, più forte. Con questo la cerimonia avrà fine, e andremo di sotto a festeggiare. Ci saranno torte glassate.
Adele fece un salto di gioia. — E una festa!
— Sì, una festa. E regali. — Il nonno si diede dei colpetti sulla tasca, dov’era nascosta una piccola scatola avvolta in una bella carta azzurra, contenente un anello di famiglia ancora più piccolo. — Ne ho uno proprio qui. Lo riceverai subito dopo la cerimonia dei marchi.
— Non avevo mai avuto una festa tutta per me.
— È perché stai per diventare una Cacciatrice — disse Aloysius. — Sai perché è tanto importante, non è vero? I tuoi primi marchi significano che sei una Nephilim, come me, come tua madre e tuo padre. Significano che fai parte dell’Enclave, della nostra famiglia di guerrieri. Che sei diversa e migliore di chiunque altro.
— Migliore di chiunque altro — ripeté la bambina mentre la porta si apriva e due Fratelli Silenti entravano nella stanza.
Aloysius scorse il guizzo di paura negli occhi della nipote, che tirò via il braccio. Lui aggrottò la fronte: non gli piaceva vedere i propri discendenti in preda alla paura, sebbene non potesse negare che i Fratelli fossero inquietanti, con il loro silenzio e i loro strani movimenti fluidi.
Mentre i due si avvicinavano al lato del letto su cui era seduta Adele, la porta si aprì nuovamente e i genitori della bambina entrarono nella stanza: il padre, figlio di Aloysius Starkweather, indossava una tenuta da combattimento scarlatta; la madre vestiva un abito rosso, largo in vita, e una collana d’oro a cui era appesa una runa enkeli. Sorrisero alla figlia, che restituì loro un sorriso tremebondo mentre i Fratelli Silenti si disponevano ai suoi fianchi.
Adele Lucinda Starkweather. Era la voce del primo Fratello, Cimon. Ormai hai l’età giusta. È giunto il momento che ti venga conferito il primo marchio dell’Angelo. Sei consapevole dell’onore che ti viene accordato e farai tutto quanto in tuo potere per esserne degna?
Adele annuì con fare rispettoso. — Sì.
E accetti questi marchi dell’Angelo, che saranno per sempre sul tuo corpo, a memento di tutto ciò che devi all’Angelo e del tuo sacro dovere nei confronti del mondo?
La bambina annuì di nuovo. — Sì, li accetto.
Il cuore di Aloysius si gonfiò di orgoglio.
Allora iniziamo. Uno stilo comparve nella lunga mano bianca del Fratello Silente. Cimon afferrò il braccio tremante di Adele, vi appoggiò sopra la punta dello strumento e cominciò a disegnare.
Dalla punta dello stilo fuoriuscirono spirali nere, e la bambina fissò meravigliata il simbolo della Forza prendere forma sulla pelle chiara della parte interna del braccio: un delicato motivo di linee che si intersecavano, attraversando le vene e avvolgendosi intorno al braccio. Adele aveva il corpo rigido, i piccoli denti affondati nel labbro superiore. I suoi occhi balenarono in alto verso il nonno, che sussultò alla vista di quanto vi scorse.
Era normale sentire un po’ di dolore nel ricevere un marchio, ma ciò che il vecchio vide negli occhi della nipote era una sofferenza inaudita. Si alzò di scatto, facendo cadere la sedia. — Basta! — gridò, ma troppo tardi.
La runa era ormai completa. Il Fratello Silente si ritrasse, spalancando gli occhi. Lo stilo era insanguinato.
Adele gemeva, memore della raccomandazione del nonno di non gridare, ma all’improvviso la sua pelle straziata e coperta di sangue cominciò a staccarsi dalle ossa, annerendosi e bruciando sotto la runa, come se questa fosse di fuoco. La bambina non poté fare a meno di rovesciare la testa all’indietro e urlare a squarciagola…
— Will? — Charlotte Fairchild aprì con cautela la porta della sala delle esercitazioni. — Sei qui?
Per tutta risposta, le giunse un grugnito soffocato. La porta si spalancò, rivelando un sala ampia dall’alto soffitto. Anche Charlotte era cresciuta addestrandosi lì, e conosceva ogni dislivello delle assi di legno del pavimento, il vecchio bersaglio dipinto sulla parete nord, le finestre a riquadri, così antiche da avere i vetri più spessi alla base che in alto. Al centro della stanza c’era Will Herondale, con un coltello nella mano destra.
Girò la testa per guardare Charlotte, e lei pensò di nuovo a che strano bambino fosse, anche se a dodici anni era difficile considerarlo ancora tale. Era un ragazzino molto bello, con folti capelli neri leggermente ondulati nel punto in cui toccavano il colletto, in quel momento bagnati di sudore e incollati alla fronte. Quando era arrivato all’Istituto, la sua pelle era abbronzata dall’aria di campagna, ma sei mesi di vita in città ne avevano fatto defluire il colore e messo in risalto il rossore sulle guance. Gli occhi erano di un azzurro straordinariamente luminoso. Un giorno sarebbe diventato un bell’uomo, sempre che avesse eliminato l’espressione accigliata che ne alterava perennemente i lineamenti.
— Che c’è, Charlotte? — domandò, brusco, asciugandosi la fronte con la manica. Parlava ancora con un lieve accento gallese, arrotando le vocali in un modo che sarebbe stato adorabile, se il tono non fosse stato tanto scontroso.
Charlotte varcò la porta. — Sono ore che ti cerco — disse con una certa asprezza, benché sapesse che quel tono aveva ben poco effetto su Will. Non erano molte le cose che avevano effetto su di lui quando era di malumore, e lo era quasi sempre. — Non ricordi cosa ti ho detto ieri, che oggi avremmo accolto un nuovo ospite dell’Istituto?
— Non l’ho dimenticato. — Will lanciò il coltello, che si conficcò appena fuori del cerchio del bersaglio rendendo la sua espressione ancora più cupa. — Ma non m’importa.
Il ragazzino alle spalle di Charlotte emise un verso soffocato. Una risata, avrebbe detto lei, ma non stava certo ridendo, no? Pur essendo stata avvertita che il nuovo venuto proveniente da Shanghai aveva dei problemi di salute, Charlotte era trasalita nel vederlo scendere dalla carrozza, pallido e ondeggiante come una canna al vento, i capelli scuri solcati da striature argentee, quasi fosse un uomo che aveva passato l’ottantina e non un dodicenne. Aveva grandi occhi neri, stranamente belli ma inquietanti in un viso tanto delicato.
— Will, ora farai la persona educata — disse Charlotte, e tirò via il ragazzino da dietro di sé, spingendolo nella sala mentre gli diceva: — Non fare caso a lui, è solo di malumore. Will Herondale, ti presento James Carstairs, dell’Istituto di Shanghai.
— Jem. Tutti mi chiamano Jem — disse il nuovo arrivato, e fece un altro passo nella sala, osservando Will con uno sguardo pieno di cordiale curiosità. Parlava senza traccia di accento, con stupore di Charlotte, ma in fondo suo padre era – o, meglio, era stato – inglese. — Puoi farlo anche tu.
— Be’, se tutti ti chiamano così, non è poi questo gran favore, no? — Il tono di Will era scorbutico. Per essere così giovane aveva un’incredibile capacità di rendersi sgradevole. — Penso che scoprirai, James Carstairs, che, se ti farai i fatti tuoi e mi lascerai in pace, sarà la cosa migliore per tutti e due.
Charlotte sospirò. Aveva tanto sperato che quel ragazzino, coetaneo di Will, si rivelasse uno strumento in grado di spogliarlo della rabbia e della cattiveria, ma pareva proprio che Will fosse stato sincero quando le aveva detto che non gli importava se all’Istituto stava arrivando un altro giovane Cacciatore: non voleva amici, non ne sentiva la mancanza. Charlotte lanciò un’occhiata a Jem, aspettandosi di vederlo sbattere gli occhi per la sorpresa o l’offesa.
Ma quello si limitò a fare un lieve sorriso, come se Will fosse un gattino che avesse provato a morderlo. — Non mi alleno da quando ho lasciato Shanghai — disse. — Potrebbe farmi comodo un partner… qualcuno con cui esercitarmi.
— Anche a me — replicò Will. — Ma mi serve qualcuno che sia alla mia altezza, non una creatura malaticcia che sembra avere un piede nella fossa. Tuttavia suppongo che potresti tornare utile per il tiro al bersaglio.
Charlotte, sapendo ciò che sapeva su James Carstairs – e che non aveva confidato a Will – si sentì invadere da un orrore doloroso. Vacillare verso la tomba, oh, Signore. Cosa le aveva detto, il padre? Che la vita di Jem dipendeva da una droga, una specie di medicina che gli avrebbe allungato, ma non salvato, la vita. Oh, Will…Fece per mettersi tra i due, quasi per proteggere Jem dalla crudeltà di Will, che in quel caso aveva colto nel segno più di quanto potesse immaginare… ma si fermò.
Jem non aveva neppure cambiato espressione. — Se con “avere un piede nella fossa” intendi morire, sì, è così — dichiarò. — Mi restano circa due anni di vita, tre se sarò fortunato, o almeno così mi dicono.
Neppure Will poté nascondere la sorpresa. Arrossì violentemente. — Io non…
Ma Jem si era diretto verso il bersaglio dipinto sulla parete. Quando lo raggiunse, tirò via il coltello dal legno; poi si girò e andò dritto verso Will. Pur essendo tanto delicato, era alto quanto lui, e solo pochi centimetri separavano i loro occhi quando si incrociarono e si fissarono a vicenda. — Serviti pure di me per allenarti al tiro al bersaglio, se lo desideri — disse Jem in maniera disinvolta come se parlasse del tempo. — Non credo che avrei molto da temere, visto che non sei un tiratore provetto. — Si girò, prese la mira e lanciò il coltello, che si conficcò dritto nel centro d...