Le strategie dell’anima
I meccanismi di difesa: quando non può essereciò che non deve essere
Una gravidanza dura quaranta settimane: durante le fasi iniziali spesso insorgono le nausee, dalla diciassettesima settimana il bambino si muove e nelle settimane successive lo fa sempre di più. La pancia cresce visibilmente. Il peso di una donna in attesa aumenta in media di tredici chilogrammi circa. Pare quindi impossibile che non ci si accorga di una gravidanza, eppure questo capita di continuo. Su duemilacinquecento gravidanze circa, una viene ignorata fino al momento del parto. In Germania, un paio di volte all’anno una donna con dolori atroci cerca l’aiuto dei medici e, dopo qualche ora, tiene perplessa un neonato fra le braccia. Quando storie del genere finiscono sui giornali, la maggior parte delle persone si meraviglia e si chiede sbalordita come possano succedere.
La risposta è molto semplice: nello stesso modo in cui accadono ogni giorno a ognuno di noi.
Le persone senza fissa dimora alla stazione, il telegiornale debordante di notizie atroci, la vecchietta che rovista nei cassonetti, l’etichetta «made in Bangladesh» sulla maglietta: vediamo tutto questo e sappiamo bene cosa significa, ma sorvoliamo sui dettagli peggiori. Il mondo, così com’è, a volte è difficile da sopportare: senza la nostra capacità di rimozione finiremmo per lasciarci sopraffare. Rimuovere è un meccanismo di difesa.
È, inoltre, un mezzo per ripristinare la coerenza dell’anima. Se con le strategie a nostra disposizione non riusciamo a risolvere una situazione spiacevole, cerchiamo di ignorarla: agiamo come se il problema non esistesse affatto. Di solito lo facciamo inconsciamente, obbedendo così al più profondo compito biologico dell’anima, che intende proteggerci tenendo lontane dalla nostra coscienza cose che sembrano minacciose.
Da quando gli psicologi si occupano dell’anima, si occupano anche della rimozione. Già per Freud la rimozione era una componente centrale della psicoanalisi, e anche sua figlia Anna si dedicò a questo tema. Molte delle sue teorie si sono dimostrate valide ancor oggi, ma nella rimozione Anna Freud aveva visto uno dei vari meccanismi di difesa cui noi esseri umani ricorriamo in diverse forme.
Esiste per esempio la «proiezione», che adottiamo di continuo: ciascuno di noi ha caratteristiche e modalità di comportamento che non sono propriamente belle. Tuttavia, poiché in base al nostro bisogno primario di autostima vogliamo sentirci sempre inappuntabili, ricorriamo spesso a un trucchetto inconscio: proiettiamo tutto ciò che di noi stessi ci risulta sgradito sugli altri. Senza battere ciglio, scarichiamo sul prossimo ciò che troviamo spiacevole e inconciliabile in noi. Sono sempre gli altri a essere inaffidabili, invidiosi, senza freni, lunatici o violenti, e questo pensiero ci fa sentire un po’ meglio. All’anima questa cosa fa molto bene, ma ancora una volta entra in gioco un bel po’ di autoinganno.
Attraverso la proiezione perdiamo inoltre una grandissima opportunità: non conosceremo mai noi stessi – difetti compresi – fino in fondo. Eppure, molto spesso i nostri difetti possono essere anche interessanti e meno problematici di quanto pensiamo. Ogni persona che non ci piace, che fa qualcosa che svalutiamo o condanniamo, rappresenta a ben vedere l’opportunità di chiederci da dove provenga la nostra avversione nei suoi confronti. Forse biasimiamo qualcuno perché troppo incostante, ma al contempo noi vorremmo essere un po’ più spontanei. Oppure qualcuno ci irrita perché è estroverso, mentre in realtà anche noi vorremmo essere così disinibiti.
A volte i nostri giudizi si appuntano su caratteristiche e capacità che noi stessi vorremmo avere, mentre in altri casi critichiamo gli altri per caratteristiche che appartengono anche a noi. Le rifiutiamo soltanto negli altri e questo ci esime dal dover considerare i nostri comportamenti. È molto interessante scoprire che cosa viene alla luce se andiamo a guardare con più attenzione i motivi per i quali giudichiamo o condanniamo gli altri. Di solito ha a che fare con noi stessi più di quel che pensiamo.
Un’altra strada che scegliamo spesso, soprattutto per affrontare crisi psichiche, è la negazione. La differenza rispetto alla rimozione è che non cancelliamo semplicemente i fatti, ma proprio ci rifiutiamo di percepirli. In genere succede dopo una separazione o la rottura di un rapporto: eventi di questo genere, infatti, sono assai dolorosi, perciò capita che le persone non riescano ad accettarli e a adeguarsi alla nuova situazione. Così qualche volta si convincono che ben presto il rapporto si risanerà, e ci credono testardamente. In alcuni individui quest’idea può essere così pervicace da indurli a minacciare l’ex partner o farne oggetto di stalking.
DISSONANZA COGNITIVA
Un ulteriore meccanismo ampiamente diffuso è la giustificazione. Essa ci viene in aiuto soprattutto quando viviamo un conflitto che gli psicologi definiscono anche «dissonanza cognitiva». Si tratta di un conflitto piuttosto comune: non vorremmo abbuffarci di dolci, ma abbiamo una voglia pazzesca di torta al cioccolato. Dobbiamo ancora stilare la dichiarazione dei redditi, ma fuori c’è un sole bellissimo e preferiamo andare in piscina. Siamo vegani, ma ci innamoriamo di qualcuno che va matto per la bistecca al sangue.
In questi casi ci troviamo di fronte a un grosso problema: nella nostra testa due obiettivi inconciliabili lottano per la supremazia, una cosa che il nostro cervello non ama per niente. La dissonanza cognitiva è uno stato che non possiamo tollerare a lungo, l’anima vuole fare in modo di ridurre la tensione.1 E può riuscirci solo se tenta di risolvere rapidamente la contraddizione, per esempio minimizzando uno dei due obiettivi e denigrando l’altro. Così ci raccontiamo cose come «comincerò a ridurre il mio consumo di zuccheri da domani!», «volevo fare un po’ di movimento e nuotare è una cosa sana!», «quando la macellazione viene eseguita in modo degno e la bistecca proviene da animali felici, non è poi così grave!». Per uscire dallo stato di dissonanza cognitiva siamo disposti a sacrificare le nostre convinzioni e i nostri valori.
È probabile che tutti conoscano anche il meccanismo di rimozione, o quanto meno la sua variante moderata, chiamata anche «comune trance quotidiana». Può capitare che, mentre guidiamo in autostrada, ci troviamo a inseguire il filo di un pensiero o siamo coinvolti in un’accesa discussione con il passeggero accanto a noi. A un certo punto ci rendiamo conto che abbiamo macinato un bel po’ di chilometri senza che la nostra attenzione fosse realmente presente. Abbiamo scalato le marce, messo la freccia e imboccato l’uscita giusta, ma non riusciamo a ricordare i dettagli del viaggio perché abbiamo percorso quel tratto di strada in modo automatico.
Lo stesso meccanismo scatta quando la routine è monotona e ripetitiva. Per esempio, lo spirito di chi è costretto a lavorare alla catena di montaggio spesso si assenta per sottrarsi alla situazione stressante e tediosa. Esiste una variante estrema di questo meccanismo, che scatta quando viviamo circostanze intollerabili o che mettono a repentaglio la nostra vita. Si tratta della «dissociazione», la forma di difesa più potente che un essere umano possa esperire. Durante esperienze terribili le persone hanno talvolta la sensazione di uscire da se stesse. Donne che sono state violentate, per esempio, descrivono una vera e propria scissione del loro io dal corpo nel momento di emergenza estrema.
Non a caso, dissociazione è l’opposto di associazione: associazione significa legame, dissociazione significa divisione, in questo caso divisione di corpo e anima. In condizioni normali non è possibile slegare questi due elementi, nessuno potrebbe farlo di proposito. Tuttavia, in situazioni così terribili e gravi da non poter essere tollerate dal punto di vista psichico, questo meccanismo scatta in automatico, ed è talmente singolare che non è azzardato considerarlo una sorta di stato di grazia, una funzione protettiva estrema dell’anima che ci viene in soccorso affinché possiamo sopravvivere a un evento traumatico.
Spesso il problema è che, se la dissociazione può aiutare a sopravvivere a una situazione terribile, a lungo termine la separazione esperita può rendere oltremodo complicata l’elaborazione del vissuto. Esso, infatti, rimane difficilmente accessibile alla coscienza, e i particolari affiorano in modo repentino e frammentario alla coscienza stessa. Nella sua globalità, tuttavia, quel vissuto influisce sull’intero organismo e molto spesso può portare a un disturbo post-traumatico da stress (si veda più avanti in questo stesso capitolo).
Ci sono persone che vivono per molti anni in una variante moderata di dissociazione: esse fanno fatica a percepire il proprio corpo, o ci riescono solo quando provano dolore. Questo meccanismo si nasconde dietro molti disturbi psichici e psicosomatici.
La volontà: quando è buona, quando è nociva
Di solito i nostri meccanismi di difesa scattano in maniera inconscia e automatica. Esiste anche una forma di rimozione che avviene in maniera intenzionale e del tutto conscia. Tuttavia, non la chiamiamo rimozione, bensì «concentrazione» o, più semplicemente, «volontà», vale a dire la capacità umana di focalizzare e pilotare in maniera selettiva l’attenzione.
Quando decidiamo di fare qualcosa di molto importante per noi, dirigiamo l’attenzione in modo mirato su tutto ciò che è necessario a perseguire l’obiettivo prefissato. Si dice di continuo che concentrarsi non è mai stato tanto difficile come in quest’epoca in cui veniamo bombardati di continuo da fattori distraenti: Facebook, messaggi, notizie e chat ci investono di segnali luminosi e sonori.
Se scaviamo in profondità dentro di noi possiamo trovare qualcosa che insegue con gratitudine ciascuno di questi «bocconcini». L’instant gratification monkey («scimmia della gratificazione immediata») è stata chiamata così dal geniale blogger statunitense Tim Urban perché, proprio come una scimmia, vuole tutto ciò che piace e non comporta sforzo, quindi tutto ciò che promette una gratificazione immediata. La «scimmia» vuole mangiare uno snack, bere un altro caffè, leggere l’ultimo tweet, guardare il video del momento, cercare qualcosa su Google o scrivere un post nel preciso istante in cui le passa per la mente.
Gli esseri umani sono in grado di opporsi a questi impulsi. Qualche volta di più, qualche volta di meno, di fatto hanno la capacità di sopprimere in modo attivo tutto ciò che può intralciare il loro progetto. Se lo vogliamo, possiamo rifiutare l’accesso agli input che riceviamo in flusso continuo dall’ambiente. Se vogliamo portare a compimento il nostro progetto, dobbiamo astenerci dal cliccare sugli annunci pubblicitari del web, o sulla timeline di un social network. Spesso facciamo la stessa cosa con i segnali di allerta che ci invia l’anima. Anche lei reclama attenzione, ma talvolta spegniamo quei segnali intenzionalmente.
Di quando in quando questo comportamento è del tutto necessario e può, per esempio, aiutare un pilota a portare a termine con successo il volo intercontinentale verso il Venezuela anche se è sconvolto perché sua moglie poco prima del decollo gli ha detto che vuole separarsi. Il medico e guru del fitness Ulrich Strunz ha affermato di aver iniziato e concluso una gara di triathlon con una tibia rotta «senza avvertire dolori».2 Noi esseri umani possiamo identificarci a tal punto con un obiettivo da mobilitare tutta la nostra concentrazione per perseguirlo e portarlo a compimento. Se non ne fossimo capaci, ci distrarremmo in continuazione dominati dagli impulsi.
Se esiste una differenza fra esseri umani e animali, di sicuro consiste nel fatto che l’uomo, perfino in circostanze sconvolgenti che mettono a repentaglio la sua vita, è in grado di pianificare. Mettere in riga la scimmia della gratificazione, fare un passo indietro, avere una visione di ampio raggio, sviluppare un piano e perseguirlo: che capacità grandiosa!
C’è però un inconveniente. A breve termine, ogni forma di rimozione ha la propria giustificazione e il proprio vantaggio. In fin dei conti ci aiuta a superare una contingenza difficile. Tuttavia, a lungo termine diventa senz’altro un problema e comporta un rischio. A volte rimuoviamo dalla coscienza cose con le quali, per il nostro benessere, sarebbe molto meglio che ci confrontassimo. Invece preferiamo focalizzarci così tanto sul nostro lavoro da dimenticare del tutto di cercare un controbilanciamento – il che equivale a dire che ci dimentichiamo di noi stessi – e ci sfianchiamo fino all’esaurimento. Dopo una separazione possiamo negare di essere stati lasciati, ma nei fatti ciò non cambia nulla: ci stiamo solo limitando a differire il processo con cui affrontare la faccenda. Possiamo convincerci che vada bene mangiare carne pur di tenere in piedi una relazione, ma la vocina interiore che ci dice che abbiamo tradito i nostri valori non scomparirà.
Forse possiamo prestarci meno attenzione, ma l’influsso su di noi non cessa e fermenta nella cantina del nostro essere. Facciamo un semplice esempio in cui ciascuno si ritroverà: qualcuno ci offende e ci rimaniamo male, ma non replichiamo. Otto ore dopo, di punto in bianco, ci viene in mente la risposta perfetta, anche se non ci abbiamo più pensato. Questo succede perché il nostro subconscio ha continuato a rimuginare. Esso si confronta, senza eccezione alcuna, con tutto ciò che ci capita di vivere.
Se una piccola offesa ci tiene occupati in segreto, lo stesso vale per le esperienze negative vissute in passato: continuano ad agire su di noi anche quando non sono presenti a livello cosciente. Irritano il sistema nervoso, possono far ammalare il nostro corpo e la nostra anima, provocare depressioni, ansia, disturbi ossessivo-compulsivi e psicosomatici. Più rimuoviamo cose stressanti per l’anima, più alta sarà la probabilità che essa si ammali.
La neurobiologia della paura
Ecco la trama di un filmato virale su YouTube: un gatto è davanti alla ciotola e si sta gustando il suo cibo. Nel frattempo qualcuno mette un cetriolo dietro di lui. Quando finalmente il gatto si gira e scorge il cetriolo, si spaventa a morte, si inarca e scatta di lato. Si sente qualcuno che sghignazza fuoricampo. «Ah ah ah, i gatti hanno paura dei cetrioli» conclude. «Che ridere.»
Cosa ci mostra il video: un perfido amante dei gatti.
Cosa ci fa scorgere: l’amigdala in azione.
L’amigdala è un elemento centrale del sistema limbico, quindi del nostro apparato psichico. Essa è oggetto di studio da parte degli scienziati da molto tempo, e più sono le cose che si apprendono su questo piccolo ammasso a forma di mandorla, più si resta stupiti. Solo pochi anni fa l’amigdala era descritta come «il centro della paura», perché in effetti la paura è governata soprattutto in questo distretto del cervello. Tuttavia, si sta scoprendo che l’amigdala è in grado di fare moltissime cose, e non è esagerato affermare che essa è un piccolo prodigio.
L’amigdala, per esempio, elabora gli stimoli olfattivi, regola funzioni vegetative come il ritmo del nostro cuore, influenza la respirazione, il nostro sonno e il sistema endocrino. Di certo è coinvolta in modo determinante quando proviamo paura, ma lo è anche quando entrano in gioco tutte le altre emozioni come ira, gioia, rabbia o invidia.
Il neuroscienziato statunitense Joseph E. LeDoux si occupa da molto tempo dell’amigdala e della paura: dopo aver indagato a fondo la paura umana ha scoperto che essa imbocca sempre due strade. La prima è incredibilmente veloce, ma non molto precisa: lungo que...