Attacco di panico
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Attacco di panico

A un passo dalla libertà

  1. 156 pagine
  2. Italian
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Attacco di panico

A un passo dalla libertà

Informazioni su questo libro

Dopo un divorzio doloroso, Laura ritrova finalmente la serenità. Ha un buon lavoro e le è tornata la voglia di fare progetti, nuove amicizie. Inspiegabilmente, però, iniziano a manifestarsi strani malesseri che sulle prime sembrano dovuti a stanchezza. Ansia da stress è la diagnosi del medico.

Pian piano questi episodi si trasformano in crisi di panico, al punto da costringerla, una volta uscita dal pronto soccorso, a vivere nella sua automobile a pochi passi dall'ospedale. A nulla servono la vicinanza della migliore amica e di un ragazzo conosciuto per caso in ospedale, che lei allontana pur sentendosene attratta. Non vuole sentire ragioni: rifiuta i farmaci che le vengono prescritti e conduce ormai un'esistenza da senzatetto, pur consapevole di vivere in una prigione, in spazi delimitati autoimposti.

Dopo aver allontanato tutti gli affetti, Laura rimane sola, nel mirino di loschi individui, appartenenti alla malavita organizzata. Riuscirà la consapevolezza di essere in pericolo di vita a farle accettare quella terapia farmacologica in grado di restituirle a poco a poco la forza di reagire? Riuscirà, insieme alla voglia di amare, a recuperare la libertà che ha perso?

In questo romanzo Rosario Sorrentino affronta, grazie alla sua esperienza professionale, la tematica degli attacchi di panico, disturbo invalidante che colpisce sempre più persone. Ma da cui si può guarire.

Rosario Sorrentino è neurologo, divulgatore scientifico e scrittore. Già autore dei saggi di grande successo Panico. Una "bugia" del cervello che può rovinarci la vita (Mondadori, 2008), Rabbia. L'emozione che non sappiamo controllare (Mondadori, 2009), entrambi insieme a Cinzia Tani, e Grazie al cielo (insieme a Vania Colasanti, Sonzogno, 2018).

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2018
eBook ISBN
9788852089916
Print ISBN
9788804706519

ATTACCO DI PANICO

«Beva… prenda questo, l’aiuterà. Non è niente, è solo un attacco di panico.»
«Che cos’è… che cos’è?» chiesi agitatissima con un filo di voce, quasi agonizzante e con gli occhi iniettati di diffidenza.
«Su, beva… le farà bene, servirà a calmarla, sono poche gocce di un ansiolitico…»
«Ma no… no… non ci penso proprio… non prendo questa roba… non ne ho bisogno… non sono mica una pazza che si imbottisce di psicofarmaci…»
Così mi rivolsi, irritata, a quel medico che aveva appena finito di visitarmi senza riscontrare nulla di preoccupante.
«Beva, beva, per cortesia, non faccia così…» Questa volta il suo tono era piuttosto deciso, quasi seccato, come quello di chi è abituato a occuparsi di cose molto più serie.
Respiravo ancora a fatica, avevo il cuore che mi scoppiava nel petto, i battiti che rimbombavano in gola, nelle orecchie e in ogni centimetro della pelle; non riuscivo più a deglutire e continuavo a tossire perché mi sembrava di soffocare da un momento all’altro con la mia stessa saliva. Sentivo di avere qualcosa in gola che rimaneva sospeso, bloccato, e non andava né su né giù nonostante mi contorcessi come un’anguilla e facessi terribili sforzi per liberarmene. Niente da fare, lì era lì rimaneva; avevo pure provato a infilarmi le dita in gola sperando che quella orribile sensazione si togliesse, ma addirittura peggiorò.
A quel punto mi arresi; stremata, afferrai con un gesto di rabbia il bicchiere dalla mano del medico e mandai giù rapidamente, quasi costretta da quel malessere che premeva dentro di me, facendomi temere per la mia vita. Dopo un po’, pian piano mi sentii liberata e quell’ansia maledetta, quella morsa, come d’incanto si attenuò restituendomi un respiro più regolare, quasi normale, che mi sembrò la cosa più bella che mi fosse mai capitata, dopo quello che avevo vissuto.
«E adesso… posso… andarmene? Che altro ci faccio qui… mi sento già meglio…»
Anche se non era realmente così, perché mi sentivo ancora male, feci come per sollevarmi, guardando l’infermiera con aria di protesta per pretendere da lei maggiore attenzione, visto che entrava e usciva frettolosamente da quella stanza mostrando uno scarso interesse per le mie condizioni; cosa che sinceramente un po’ mi rincuorava perché poco prima mi ero considerata già persa, spacciata per sempre. Evidentemente, pensai, non ero poi così grave.
«Ma cosa fa? Stia giù… stia giù!» mi urlò l’infermiera. «La sua pressione è ancora molto bassa, rischia di finire per terra!»
Solo allora, ancora confusa, realizzai che avevo il braccio collegato a una flebo, buttata e parcheggiata su un lettino cigolante; rannicchiata e tutta storta su un fianco, le braccia aggrappate alle ginocchia come per proteggermi dai brividi, dal terrore provato e da un tremore che andava e veniva, che mi scuoteva la testa lasciandomi una sensazione angosciante, stranissima: quella di un corpo scollegato, sganciato da me come se non fossi più io a controllarlo. Quel corpo che fino a poco prima esplodeva di energia e voglia di vivere, ora invece ero lì a toccarlo, pizzicarlo con forza fino a provare dolore per avere conferma che fosse ancora mio, parte di me. Continuavo poi a controllarmi nervosamente il polso quasi per rassicurarmi, essere certa che il cuore battesse perché ormai temevo il mio corpo più di ogni altra cosa; mi sentivo in un certo senso tradita da lui. Come se non bastasse, avevo caldo, poi freddo e poi ancora caldo e a tratti avvertivo un sudore prolungato e delle vampate improvvise che mi provocavano una debolezza fortissima e la percezione di uno svenimento imminente. Ero completamente fuori di testa! Preoccupata, rovistai nella borsa come una furia, presi uno specchietto per controllare e ricontrollare il mio volto, che mi sembrava sempre più pallido e con un’espressione che mi appariva a dir poco sconvolta. Mi sentivo violentata, come in balia, succube di una parte di me che non conoscevo e che si divertiva a proiettare nella mia mente una sorta di film che somigliava sempre più a un incubo in cui ero la protagonista assoluta.
Ma ero proprio io, quella lì? mi chiedevo come a prendere le distanze da me, dalla mia fantasia che si stava facendo gioco delle mie debolezze. Mio Dio! Forse, ed era questa la cosa che mi turbava di più, stavo solo impazzendo. Non ero più certa, non capivo se il mondo intorno a me fosse vero, reale; aprivo e chiudevo di continuo gli occhi e le mani, poi giravo la testa da una parte e dall’altra fino a sfinirmi. Cercavo, preoccupata, conferme verso me stessa di esserci, di essere presente lì nel mio corpo e non altrove. Quei pensieri, come una ruota impazzita, si fermavano e poi velocissimi ripartivano togliendomi il fiato ogni volta, dandomi l’idea che nella mia testa ci fosse una lotta che era appena iniziata e che il peggio dovesse ancora arrivare. Ero stravolta!
Cominciai a interrogarmi in modo ossessivo e a farmi domande su domande, a chiedermi se meritavo tutto questo, a ricordarmi a chi avevo fatto del male o addirittura a sospettare che la spiegazione fosse che mi avevano fatto il malocchio per vendicarsi di me. Non mi consideravo certo una santa, e forse quella era la punizione stabilita per la mia cattiveria; con alcuni colleghi, nella competizione sfrenata, ero stata spietata. Mi ero accanita con ogni mezzo, e a causa mia uno di loro era stato prima messo da parte e poi licenziato; sul lavoro ero infatti determinata, non guardavo in faccia a nessuno, colpivo prima di essere colpita. Quell’ambiente mi aveva reso peggiore; lì non c’erano amici, non mi fidavo di nessuno e mi dovevo guardare da tutti, lo avevo imparato a mie spese. Non che ne andassi fiera, ma per me, che avevo investito tutto sulla carriera, quello mi sembrava l’unico modo per sopravvivere. Le pensai proprio tutte, mi tormentavo con un esame di coscienza continuo e non riuscivo ad accettare l’idea che qualcosa di serio non funzionasse dentro di me. Vallo a capire il mio cervello, la mia mente bacata. “Non è niente… è solo un attacco di panico…” Mi rimbombava nella testa il peso di quelle parole; è facile parlare, pensai, sulla pelle degli altri. Così mi liquidò quel medico, con quella sentenza, senza spiegarmi; parole che per me significavano tutto e niente ma che bastarono a sollevare mille dubbi e domande, segnando l’inizio di una fragilità che aveva messo in discussione, cancellato tutte le mie sicurezze. Altro che niente, quello che avevo vissuto a me parve invece molto, moltissimo, una cosa così brutta non mi era mai capitata.
Non potevo proprio lamentarmi, fino ad allora potevo considerarmi soddisfatta di me. Il fallimento, dolorosissimo, del mio matrimonio sembrava ormai acqua passata ed ero ritornata a vivere un periodo di serenità. C’era, infatti, in me la voglia di fare progetti, nuove amicizie e soprattutto di realizzare un desiderio che avevo a lungo inseguito: l’acquisto di una piccola casa a pochi passi dal mare, non molto lontano dalla città dove vivevo. Quel giorno, poi, ero particolarmente contenta, quasi euforica, perché avrei incontrato un agente immobiliare che doveva mostrarmi degli appartamenti che potevano essere una buona occasione per me. Lo consideravo un premio per i miei tanti sacrifici, era stato un anno di lavoro durissimo e di soddisfazioni; ero stata appena promossa, ma avevo accumulato anche un po’ di stanchezza che andava e veniva. Gli orari di ufficio negli ultimi mesi erano diventati veramente feroci e spesso rimanevo fino a tardi per ricontrollare le polizze della compagnia di assicurazioni dove lavoravo da anni. Un paio di volte, nelle ultime settimane, mi ero dovuta pure recare dal medico, perché assalita da un affanno inspiegabile, e questo mi era successo anche quando ero completamente rilassata e tranquilla. Ricordo che una sera mi accadde mentre ero al cinema, ebbi un lieve malore e fui costretta a tornarmene subito a casa, lasciando lì i miei amici.
«Signora, è l’ansia, è l’ansia che la fa respirare a fatica: si deve fermare un po’, non può più reggere questi ritmi ancora per molto. I suoi sintomi parlano chiaro: è sotto stress, e deve cambiare abitudini, ridurre le uscite serali, diminuire il caffè, gli alcolici e smettere di fumare» disse il medico cui mi ero rivolta.
«Magari… non mi posso proprio fermare, non è il momento… nel mio ufficio ci sono ancora tante cose che devo finire… ho preso degli impegni, e non posso mollare così… forse più in là…»
Tutti uguali, pensai. Questi medici non vedono l’ora, alla prima occasione, di trasformarti in un paziente per esercitare il loro dominio sulla vita degli altri, con le loro regole assurde che poi sono i primi a non rispettare. Fermarmi? Ma nemmeno per sogno! Proprio ora che sentivo dentro di me una vitalità, una rinascita che aspettavo da tempo.
Quella mattina cercai di arrivare il più puntuale possibile all’incontro, perché l’agente immobiliare mi aveva detto che aveva diverse case da mostrarmi; già mi immaginavo come avrei potuta arredarla, la mia casetta, sarebbe diventata una bomboniera. Mentre stavo guidando, iniziai all’improvviso a sudare e ad avvertire uno strano calore sul viso e nel petto; il cuore batteva a un ritmo irregolare che non avevo mai provato fino ad allora. In quel momento mi trovavo sulla corsia di sorpasso; provai d’istinto a rallentare per mettermi subito a destra, ma non ci riuscivo, avevo il piede bloccato sull’acceleratore, che manteneva costante la velocità di sorpasso; le mani e le braccia erano inchiodate, incollate sul volante, le sentivo rigide come se fossero tubi di acciaio e non mi rispondevano più, impedendomi di sterzare. Sentivo dentro di me una forza che si opponeva alla mia volontà.
Stavo vivendo un incubo in pieno giorno; dietro di me, le macchine, tentando di superarmi, lampeggiavano e continuavano a suonarmi come impazzite. Avevo occupato, passando delle sensazioni terribili, la corsia di sorpasso per diversi minuti. Poi finalmente, con una certa fatica e con le gambe che mi ballavano per il tremore, riuscii a poco a poco a sterzare e ad accostare nella corsia d’emergenza. Ero viva, non so come, mi ero salvata e mi ritrovai in un lago di sudore e senza forze. Poggiai, sconvolta, la mia fronte bagnata sul volante, mi sentivo come una che aveva corso tre maratone di seguito, a stento riuscivo a tenere gli occhi aperti. Dopo un po’ fui raggiunta dalla polizia stradale.
«Tutto bene?» mi chiese un giovane agente.
«Sì, sì… grazie… devo aver avuto un calo improvviso di pressione… una specie di collasso… ma ora va meglio…»
«Vuole che chiami l’ambulanza? Ce la fa?»
«No no… addirittura! Mi sto già riprendendo… tra qualche minuto riprovo a partire… grazie davvero…»
Se avessi potuto mi sarei abbandonata lì, sdraiata a dormire nella macchina; poi con la voce bassissima, quasi bisbigliando chiamai per disdire l’incontro e guidando lentamente me ne tornai verso casa. Non ci stavo capendo più niente. A quel punto, però, decisi di andare fino in fondo e di fare un check-up completo, poi un altro e un altro ancora; analisi su analisi, andando dagli specialisti più disparati, arrivando non contenta a interpellarne più di uno della stessa branca, non mi fidavo di loro. Ma tutto risultò perfettamente normale, a loro dire ero sana come un pesce; le conclusioni furono che dipendeva tutto e solo dallo stress.
La cosa non mi convinceva affatto e mi impediva di stare tranquilla; mi sentivo come uno dei tanti malati immaginari che trascorrevano la vita a correre dietro ai loro sintomi e alle malattie, che poi si rivelavano di esistere solo nella loro fantasia. Però, tutto sommato, a parte quei momenti difficili, io mi sentivo benissimo, ma decisi comunque di rallentare, di staccare la spina per un periodo da quei miei ritmi sin troppo frenetici, cercando di riposare di più; purtroppo non servì a niente, perché le cose non migliorarono affatto. Anzi, un giorno, dopo aver accompagnato a casa la mia amica Daniela, provai su di me qualcosa di sconvolgente, un brivido intenso sulla mia pelle e la sensazione che la morte si fosse improvvisamente seduta al mio fianco per strapparmi la vita. Iniziai ad avvertire un nodo alla gola, la sensazione di soffocare, di non poter più respirare; ero in uno stato di allarme totale e pensai, disperata, solo a raggiungere il più vicino ospedale. Guidai a tutta velocità, come una che era improvvisamente impazzita e, sconvolta, passai pure due, tre semafori rossi, rischiando più volte un incidente e di travolgere le persone. Ma non mi importava di nulla, pensavo solo a me stessa, avevo pochissimo tempo e sentivo che la morte si avvicinava sempre di più e mi diceva “sto arrivando… sto per prenderti…”. Volevo salvarmi. Finalmente, stremata, come una sopravvissuta, giunsi al pronto soccorso.
È proprio vero, confessai a me stessa, che nella vita le sfide peggiori sono quando cadi, inciampi e ti devi rialzare. E mentre rimuginavo sull’accaduto mi accorsi che era cambiata la percezione di me, del mio corpo, delle mie braccia, delle mie gambe, quasi non rispondessero più ai miei comandi e alla mia volontà. Mi sentivo come una marionetta appesa a un filo che si muoveva a scatti, scoordinata, priva di grazia. La mente, il corpo, i miei pensieri: ognuno per conto proprio, in ordine sparso e senza rispettare una traiettoria, una direzione precisa. Le estremità, le mani, le sentivo addormentate e tentavo, senza riuscirci, di sollevare le braccia; erano diventate improvvisamente pesanti e le vedevo crollare giù come dei piombi ogni volta che provavo ad alzarle.
Ma perché, mi chiedevo, perché proprio a me? Desideravo ritornare subito a sentirmi quella che ero; volevo ritrovare la mia parte migliore, che stentavo a riconoscere nei panni di una persona che in quel momento mi appariva anni luce lontana da me. Non mi ero accorta, presa dal mio rimuginare continuo, che, nella stessa stanza del pronto soccorso, a pochi metri da me, c’era un uomo piuttosto malconcio, con vistose ferite alle braccia, al mento e i vestiti strappati e sporchi di sangue. Era un po’ che mi stava osservando; mi girai quasi di scatto, ci fu un incontro di sguardi breve ma intenso. Rimasi colpita subito dai suoi occhi espressivi, di un nero profondo e dai suoi riccioli disordinati che scendevano quasi ribelli per marcare il suo bellissimo volto.
Non so perché, forse solo bisognosa, spinta dalla necessità di staccare la spina dai miei pensieri angoscianti, iniziai a incuriosirmi e a domandarmi chi fosse, che vita facesse e perché mi guardasse con quella insistenza. Arrivai pure a pensare che provasse pena per me, mi compativa, oppure aveva intuito la mia imminente follia e a modo suo cercava di esprimermi il suo conforto a distanza. Ma, nonostante non stesse certo meglio di me, provai subito una sorta di invidia per lui perché, a differenza di me, almeno era integro nella sua testa e nei suoi pensieri. Presa da un impulso improvviso mi girai ancora a guardarlo e mi venne spontaneo di dirgli qualcosa, ero molto curiosa di sentire la sua voce.
«Che cosa le è successo… da quanto tempo è che sta qui?» Ero sorpresa di essermi spinta così a tanto con uno che non avevo mai visto, né conosciuto; quella domanda ruppe il silenzio e mi accorsi che le mie parole tremavano un po’ perché in fondo mi sentivo impacciata, quasi ridicola.
Riccardo, era questo il suo nome, a stento riusciva a parlare, si vedeva che stava soffrendo; mi raccontò che quel pomeriggio, mentre tornava dalle prove con la sua moto, una macchina sbucata all’improvviso gli aveva tagliato la strada facendogli compiere un terribile volo per trascinarlo poi per diversi metri sull’asfalto.
Lui era un jazzista, suonava il sassofono, passione che lo aveva portato a scontri feroci coi genitori perché aveva deciso anzitempo di lasciare la scuola e gli studi per dedicarsi solo alla musica.
«Nella mia famiglia sono tutti professionisti affermati, avvocati, medici… e quando hanno capito che io volevo fare tutt’altro è stata una vera tragedia.» mi confidò senza alcun imbarazzo, come se mi avesse conosciuta da sempre. «Le hanno provate tutte per impedirmi di realizzare il mio sogno… Mio padre è arrivato persino a rifiutarsi di pagarmi le lezioni di musica, diceva di vergognarsi di me e mi trattava come se fossi un pezzente. Più volte mi aveva umiliato davanti a tutti…»
«Ha mai pensato» gli chiesi, coinvolta subito dalla sua storia «di smettere, di mollare… Non so, un ripensamento per la sua scelta… una strada così bella, ma difficile?»
«No» mi rispose deciso, «non ho mai avuto dubbi, neppure per un momento. Neanche quando i miei genitori mi hanno isolato tentando di fare terra bruciata intorno a me. Mio padre mi impediva addirittura di vedere i miei amici, di farli salire in casa… Per loro ero diventato la pecora nera… I miei fratelli invece avevano scelto di continuare gli studi.»
«E adesso come va con i suoi genitori?»
«Da un po’ sembra meglio, da quando ho iniziato a guadagnare qualcosa con i concerti. Mi sono deciso ad andarmene fuori di casa dopo che un giorno mio padre mi aveva trattato malissimo…» Si bloccò, si vedeva che quella cosa gli bruciava ancora dentro.
«Cosa?» cercai di aiutarlo a liberarsi, anche perché mi dava proprio l’idea di volersi aprire con me.
«Un giorno lui si presenta all’improvviso nel piccolo garage dove stavamo suonando… Sembrava una belva… Ha iniziato a urlare come un pazzo, a dire che ero un fallito, che non avrei mai avuto fortuna nella vita… Poi se l’è presa con gli strumenti, prendendoli a calci… ha distrutto ogni cosa!»
«Deve essere stato… terribile.»
«Sì, e da allora tra di noi è calato il silenzio. Non ci siamo più visti per molto tempo.»
Il suo racconto era riuscito a catturare il mio interesse. «E poi siete tornati a parlarvi?»
«Solo grazie a mia madre, ma credo che ancora oggi non abbiano accettato la mia scelta, il mio modo di vivere… Lo so perché non sono mai venuti ad ascoltare un concerto, si sentirebbero a disagio. Non me lo dicono apertamente, ma lo sento… Io sono stato la più grande delusione della loro vita.» Ogni tanto una smorfia di dolore lo interrompeva, prendeva fiato e poi ripartiva; aveva riportato dei traumi un po’ dappertutto e diverse costole rotte.
Mentre lo ascoltavo, iniziai lentamente a perdere il significato, il senso di quelle parole che mi giungevano sempre più ovattate, lontane. Sentivo crescere dentro di me una sensazione di estraneità, di distacco verso quel luogo che percepivo improvvisamente cambiato, diverso; la luce, gli oggetti e le forme avevano acquisito dei contorni sfumati, qua...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. ATTACCO DI PANICO
  4. Copyright