Lo haiku, la più piccola forma di poesia esistente, scandito in tre versi di cinque, sette, cinque sillabe, affonda le radici nel passato remoto della cultura nipponica: originariamente era la prima strofa (hokku) di un componimento più lungo, ma acquistò un'importanza sempre crescente fino a essere riconosciuto come genere indipendente. Questa antologia ne segue lo sviluppo dalla prima grande fioritura nel Seicento, epoca di profondo rinnovamento sociale in Giappone, fino alle soglie della contemporaneità, attraverso traduzioni che mirano a restituire al pubblico italiano l'icasticità e la purezza di una forma espressiva che ha sempre affascinato l'Occidente.

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LetteraturaCategoria
PoesiaMATSUO BASHŌ
(1644-1694)
Già prima della morte, Bashō fu venerato come un santo, e le vicende della sua vita, ispirata a una povertà che noi diremmo francescana e affidata alla benevolenza dei suoi discepoli, sono oggi facilmente ricostruibili grazie alle testimonianze scritte di questi ultimi, ai suoi diari e alle sue lettere. Il “sommo poeta” giapponese, la cui immagine è circondata ancora oggi da un’aura di sacralità, nasce a Ueno, nella provincia di Iga, da una famiglia di samurai; orfano di padre, ha la fortuna di stringere un’amicizia strettissima con il figlio del signore locale, e questo legame gli offre la possibilità di divenire allievo del grande letterato e poeta Kitamura Kigin. Alla morte dell’amico, nel 1666, abbandona la carriera di samurai e inizia una vita ritirata, nella quale la poesia viene a occupare un posto sempre più importante. Nel 1672 si trasferisce a Edo, dove per qualche anno è impiegato nell’ufficio che sovrintende alle opere idrauliche della città; nel frattempo, pubblica alcuni versi, e viene in contatto con i migliori poeti del tempo, accogliendo nei suoi versi l’influenza della scuola Danrin. La sua fama continua a consolidarsi, e intorno al 1677 crea una sua scuola; di poco posteriore è il suo trasferimento in una piccola casa nella proprietà di un suo allievo a Fukagawa, una località vicina a Edo; è l’albero di banano – bashō – piantato nel giardino che gli ispira lo pseudonimo con il quale sarà sempre ricordato, e che sostituisce quello precedente di Tōsei. In questo periodo si avvicina inoltre al buddhismo zen, e forse sono anche i suoi studi religiosi a spingerlo alla ricerca di un’ispirazione più profonda. Il grande incendio che devasta Edo nel 1682, distruggendo anche la sua casa, segna l’inizio delle sue peregrinazioni; da questo periodo in avanti, l’esistenza di Bashō si snoda quasi ogni anno per lunghi mesi sulle strade faticose del Giappone, percorse a piedi in viaggi che hanno come meta prima l’approfondimento della sua poesia, e che danno vita a cinque straordinari resoconti in una prosa incastonata di hokku che raggiunge la perfezione in Oku no hosomichi (La stretta strada per Oku), del 1689. Come un eremita errante, Bashō si sposta apparentemente senza uno scopo, calcando le tracce dei poeti del passato, visitando templi, e dispensando la sua sapienza ai poeti che incontra sulla sua strada, in una ricerca di ascesi che passa attraverso la fusione con le cose piccole della natura e con il fluire dei suoi tempi, e attraverso una solitudine e una povertà che sole possono permettere questa fusione. È proprio al termine di uno di questi viaggi, a Ōsaka, che Bashō, prematuramente invecchiato e ormai logorato nel fisico, viene assalito da una febbre che nel giro di qualche giorno lo conduce alla morte. I suoi resti sono sepolti nei pressi di un tempio buddhista sul lago Biwa, come lui stesso aveva desiderato. Ai suoi funerali, tra i più di ottanta discepoli presenti c’è anche Kikaku, che nel suo racconto delle ultime ore del maestro dirà che all’epoca i suoi seguaci erano più di duemila. Le sette antologie – Shichibushü – curate da Bashō, e tra le quali ricordiamo almeno Fuyu no hi (Giorno d’inverno) e Sarumino (Il mantello della scimmia), contengono anche i versi di alcuni di loro, e mostrano l’evolversi della sua poetica e del suo stile, quello stile che fu denominato shōfū, un termine che significativamente, a seconda degli ideogrammi con i quali è scritto, può significare “lo stile di Bashō” o “lo stile giusto”.
spazio nella neve:
viola pallido sboccia
l’aralia

yukima yori
usumurasaki no
meudo kana
è primavera:
una collina che non ha nome
velata nel mattino

haru nare ya
na mo naki yama no
asagasumi
sera:
tra i fiori si spengono
rintocchi di campana

kane kiete
hana no ka wa tsuku
yūbe kana
passero amico,
risparmialo, il tafano
che gioca tra i fiori

hana ni asobu
abu na kurai so
tomosuzume
chiacchiericcio
tra i nidi dei passeri
e dei topolini

suzumego to
koe nakikawasu
nezumi no su
ai piedi dell’albero
sulla zuppa e sul namasu
petali di ciliegio

ki no moto ni
shiru mo namasu mo
sakura kana
Il namasu è un piatto a base di pesce e verdure sotto aceto.
allungo gli occhi:
sotto la staccionata fiorisce
la borsacchina

yoku mireba
nazuna hana saku
kakine kana
La borsacchina è una pianta umile, di solito non cantata in poesia.
stanchezza:
entrando in una locanda,
i glicini

kutabirete
yado karu koro ya
fuji no hana
in mezzo al campo
il canto libero
dell’allodola

haranaka ya
mono ni mo tsukazu
naku hibari
la primavera parte:
pianto tra gli uccelli e lacrime
negli occhi dei pesci

yuku haru wa
tori naki uo no
me wa namida
piogge di prima estate:
si accorciano le zampe
delle gru

samidare ni
ts...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Introduzione
- Bibliografia
- Avvertenza
- HAIKU
- Itō Shintoku
- Ikenishi Gonsui
- Konishi Raizan
- Uejima Onitsura
- Matsuo Bashō
- Takarai Kikaku
- Hattori Ransetsu
- Naito Jōsō
- Mukai Kyorai
- Morikawa Kyoroku
- Yosa Buson
- Tan Taigi
- Katō Gyōdai
- Yoshikawa Ryōta
- Miura Chora
- Takai Kitō
- Kobayashi Issa
- Masaoka Shiki
- Copyright
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