Da Vienna a Milano in bicicletta, seguendo i percorsi di cinque ciclovie che ci portano da Vienna a Passau, da Passau a Grado, da Grado a Pavia e da Pavia a Milano. In tutto 1650 chilometri. Questo è il nostro progetto.
Si potrebbero definire le ciclovie dell’acqua, perché costeggiano tanti fiumi: dal Danubio al Ticino, per poi entrare a Milano affiancando il Naviglio Pavese.
L’acqua è una compagna per tutti i viaggiatori. Sia che si viaggi sopra o al suo fianco, l’acqua che scorre ci ricorda il tempo, che come l’acqua è sempre uguale ma diverso, prevedibile e imprevedibile, dolce o tremendo, che ci guida o ci prende in giro. Se riuscissimo ad assomigliare all’acqua saremmo invincibili.
Partiamo da Vienna in sette, seguendo la ciclovia del Danubio. Ognuno di noi ha circa 10 kg di peso distribuito in due o tre borse, tranne il Bagna, detto «il Dandy» che, sfoggiando una serie infinita di calze lunghe a righe e completi che non c’entrano nulla con l’abbigliamento sportivo, raggiunge un peso ragguardevole. Anche la bicicletta, noleggiata, non è un granché. Nonostante questo pedala di gran lena.
Oltre a me e al Bagna ci sono Giorgio e Cristina, ottimi compagni di viaggio e grandi ristoratori (Cristina sceglierà ogni sera il vino per il gruppo e Giorgio commenterà con sapienza ogni piatto) e Bruna, ciclista neofita dotata di grande determinazione.
Ci guida Monica, condottiera moderna dotata di mappa gps che si segue a fatica. Monica, che ha progettato il viaggio con la complicità di Annita, sua compagna di avventure già sulla via Francigena. Monica, che tiene aggiornato il suo blog: se ce l’ho fatta io. Il senso sta nel titolo: se ce l’ho fatta io, può farcela chiunque. Di questo parlerò più avanti.
Partiamo agguerriti e spensierati, e già il primo giorno prendiamo un bell’acquazzone senza possibilità di riparo. Non importa, sapevamo che poteva succedere e siamo tutti allegri.
Sul finire della giornata Giorgio, complice un’infida strettoia, fa un frontale con un massiccio austriaco che cade sulla carreggiata, rimbalza e rimane incredibilmente illeso. Quello ci insulta e se ne va. La ruota anteriore della bici di Giorgio sembra il circuito di Le Mans in piccolo. Impossibile da riparare.
La smontiamo e io propongo di saltarci sopra a turno fino a quando non riusciremo a farla girare tra le forcelle. L’arguto tentativo funziona e permette a Giorgio, sotto lo sguardo incredulo di alcuni ciclisti, di raggiungere insieme a noi la destinazione prefissata: Krems.
La mattina dopo la ruota viene riparata in una efficientissima officina ciclistica che assomiglia a quella della Subaru.
Lungo la strada, a Persenberg (ma come le costruiscono le parole, lanciando i dadi?) abbracciamo un tiglio del 1300. Magnifico.
Il Bagna si accorge dopo 10 chilometri di aver dimenticato vicino all’albero il suo zainetto con dentro tutto ciò che conta nella vita: portafogli, chiavi, carte di credito e documenti. Torna a cercarlo pedalando come Moser quando fece il record dell’ora. Lo aspettiamo bighellonando sulle rive del Danubio, che scorre lento e gonfio d’acqua, causa i continui temporali.
Eccolo che torna tranquillo e sorridente col suo zainetto integro. Qui in Austria rispettano le cose altrui. A nessuno viene la tentazione di impossessarsene. Hanno un consolidato senso civico. Il territorio è ben curato, le case sono ordinatissime, la gentilezza e l’accoglienza garantite. Le piste ciclabili sono ben tenute, i portabici sono dappertutto e i ciclisti ben considerati.
Certo è che gli austriaci e i tedeschi hanno delle stranezze. Si comportano un po’ come i computer: se non gli poni la domanda giusta, non sanno risponderti. Ecco un dialogo tipo successo davvero:
«Abbiamo bisogno di tre posti bici sul treno delle 10 per Passau.»
«Non ce ne sono.»
«Alternative?»
«Non saprei…»
Allora tu telefoni alle agenzie dei pullman, cerchi di prenotare un taxi a sette posti, poi, per scrupolo chiedi:
«E sul treno dopo? Alle 11?»
«Certo, ci sono.»
Capite anche voi che a questa gente manca un po’ di elasticità mentale.
Passiamo la notte a Grein, in una bizzarra fattoria.
A metà pomeriggio del terzo giorno, a un incrocio, aspetto il Bagna; distratto com’è potrebbe sconfinare in Germania senza accorgersene. Lo vedo arrivare trafelato: ha bucato la ruota posteriore. Cerchiamo di ripararla usando la bomboletta con il mastice. In perfetta sinergia, io gonfio e lui tocca il copertone comunicandomi la giusta pressione. Fatto. Ci diamo il cinque soddisfatti come il team della Ferrari in un pit stop da record e saltiamo in sella.
Appena il Bagna tocca il sellino, la gomma esplode.
Avvisiamo gli altri e Giorgio ci raggiunge. In tre, forse, riusciremo a riparare la perfida gomma. Pur essendo dei meccanici provetti, ci mettiamo mezz’ora a sistemare la ruota, complice anche il fatto che comincia a piovere.
Raggiungiamo il resto del gruppo e sotto una bella pioggerella proseguiamo verso Linz, nostra meta di fine giornata.
A Linz assaggiamo una super torta e visitiamo il municipio, dove sul pavimento è stampata la mappa fotografica ripresa dall’alto della città. Bellissima e interessante; ci divertiamo a riconoscere i luoghi visitati e la strada che dovremo percorrere.
Quella sera, dopo un’altra fetta di torta, il nome originario del viaggio «Da Vienna a casa» viene sostituito con il più gastronomico «Dalla Sacher al risotto».
Il quarto giorno arriviamo a Passau, dove confluiscono e si mischiano le acque di tre fiumi: Danubio, Inn e Ilz. Lo spettacolo è notevole, per la portata d’acqua e i diversi colori della stessa. Anche la città è molto colorata e vivace. Siamo in Germania e qui finisce la ciclovia del Danubio, che di solito si percorre al contrario, seguendo la corrente.
Il Bagna ci lascia, deve tornare a Milano. È un uomo molto impegnato.
Ma è giunto il momento di aprire una parentesi riguardo al blog di Monica: se ce l’ho fatta io.
Se è vero che l’entusiasmo, la curiosità, il gusto e l’accettazione dell’imprevisto e della fatica ti fanno percepire la «normalità» in modo diverso, è anche vero che quel «se ce l’ho fatta io» non corrisponde al significato riconosciuto dai più.
Questa donna, non avendo all’apparenza un fisico da atleta, in realtà è dotata di una tecnica scanzonata che, ho scoperto, faceva invidia anche ad Armstrong, il ciclista, che ha dovuto doparsi per tenerle testa.
Il sesto giorno del nostro viaggio, Bruna, Cristina e Giorgio ci lasciano, così rimaniamo in tre: io e due super donne!
Subito ho la conferma che Monica e Annita hanno lo spirito giusto dei viaggiatori liberi. Vi faccio qualche esempio.
Salita apocalittica.
Io: «Porca vacca che fatica».
Loro: «Che bella salitona!».
Terreno accidentato.
Io: «Oh no, che mal di culo».
Loro: «Finalmente un po’ di movimento».
Perdiamo la strada.
Io: «Porca puttana, altra strada da fare e altro tempo perso».
Loro: «Una bella variante al percorso».
Potete capire, e voi lettori normali capite, la mia perplessa frustrazione verso questo atteggiamento, encomiabile ma irritante, che ho dovuto subire per una settimana.
Arrivati a Udine, fortunatamente, ci hanno raggiunto Betta e Paolo, due tipi quasi normali dotati di biciclette super tecnologiche, che hanno proseguito con noi sino a Milano.
C’è da dire che, essendo arrivati a metà percorso, sono stati subito contagiati dallo spirito esagerato delle due super donne e mi hanno trattato come il brontolone del gruppo.
Dimenticavo: il secondo giorno che eravamo rimasti in tre, dopo essere passati da Salisburgo (bellissima città piena di musica, purtroppo rovinata da migliaia di turisti), abbiamo affrontato una tappa di montagna. In località Dorfgastein (ma mettetele al posto giusto ‘ste vocali!) attraversiamo una galleria su strada normale con una piccola corsia dedicata alle bici. Appena entrati veniamo investiti da un tremendo rumore di auto e un freddo polare. Tra fuori e dentro ci sarà uno sbalzo termico di 20 gradi: 25 fuori e 5 dentro. Sono sudato, dovrei mettere la giacca a vento, ma penso che la galleria sia breve, quindi posso resistere.
Invece la galleria è lunga un chilometro e mezzo, e in salita. Ci vogliono sette minuti, li ho cronometrati, per uscirne.
Una volta fuori, ho gli occhiali brinati e il caschetto pare ricoperto di zucchero a velo. Probabilmente ho la pleurite. Annita e Monica escono ridendo e gridano: «Che bel freschino!».
Altro che se ce l’ho fatta io: dopo 600 chilometri di cui una metà passata sotto l’acqua, un terzo di sterrato, qualche sbaglio di percorso e un tot di salite, dobbiamo affrontare anche la salita delle salite in cui si sarebbe esaltato Pantani.
Per arrivare a Bad Gastein, nella valle di Gasteinertal (ma mettete a posto anche ‘ste consonanti!) e prendere un trenino che ti permette di arrivare in Carinzia senza fare il passo, devi salire di 800 metri in pochissimi chilometri. Un gruppo di ciclisti tedeschi affronta assieme a noi il duro dislivello.
Siamo leggermente davanti a loro e non sappiamo come pedalano. Dopo circa cento metri ci sorpassa un baldanzoso teutonico… non posso permetterlo! Il mio spirito competitivo e la mia italianità mi spingono a ingaggiare la lotta. Nonostante il peso del bagaglio – lui ha una borsa in meno – lo affianco, lo supero e lo aspetto a metà salita. Lui arriva e io riparto. Lo supero nuovamente e, passandogli accanto, gli dico: «It’s a very hard climb» (me l’ero preparata prima sfidando la sorte). Lui risponde bofonchiando e si vede che gli rode.
Arrivo in cima. Lui arriva cinque minuti e dieci secondi dopo (li ho contati) e mi trova rilassato, indifferente e fresco come una rosa. Mi ero rimesso in sesto e avevo asciugato il sudore per farlo soffrire ancora di più. Italia 10 (esageriamo) Germania 0. Che soddisfazione… Certo, per fare quella performance ho perso due anni di vita, ma ne è valsa la pena; questo fatto lo racconterò anche ai miei nipotini.
Dopo l’attraversamento del tunnel col treno una discesa incredibile ci porta ad affiancare un limpido fiume, forse la Slizza, alla fine del quale si trova la vecchia frontiera tra l’Italia e l’Austria.
Quando entriamo in Italia cantando l’inno nazionale sento un peso al cuore e alle spalle. Sarà stanchezza? Sarà perché sono passati già dieci giorni? Sarà perché siamo tornati in Italia? Poi capisco: è il peso dello spread. In dieci giorni è salito alle stelle. È il 30 maggio e il governo non c’è ancora. Mi scrollo di dosso questo dannato spread, tanto non so neanche come viene calcolato, e mi appresto, con le due wonder women, ad affrontare la ciclovia dell’Alpe Adria che ci porterà sino a Grado.
Siamo in Friuli. La natura è preponderante. Boschi, montagne, animali, fiumi e la ciclovia, ricavata dalla vecchia ferrovia, è la più bella che abbia visto. Attraversi tante piccole gallerie, ponti di ferro e stazioncine riconvertite che ti sembra di essere in un’altra epoca. I friulani poi, hanno qualcosa in più.
A Tarvisio, all’osteria Hladik veniamo sorpresi dall’ottimo cibo e dalla cordialità di Rinaldo, il proprietario. Conosciamo Paolo, che monitora orsi e linci nella grande foresta friulana e chiacchieriamo con l’unico sardo-bosniaco vivente. Spesso sono gli incontri che fanno il viaggio.
A Venzone, unica città interamente monumento nazionale, fedelmente ricostruita dopo il terremoto, comprendiamo appieno lo spirito friulano. Questa gente ha radici profonde ed è abituata a lottare; possiede qualcosa di importante che la maggior parte degli italiani sta perdendo: la capacità collettiva di decidere per il proprio destino.
Finita a Grado la ciclovia dell’Alpe Adria, ...