REGIONE PIEMONTE – A.S.O. ORDINE MAURIZIANO
OSPEDALE MAURIZIANO UMBERTO I – TORINO
CONSULENZA PSICHIATRICA
Accesso N° 5252525
Id. paziente 919311
Paziente accettata il 28.06.2006 alle 13.54: portata per
tentativo anticonservativo con assunzione di Minias e Xanax.
Triage: verde.
Visita di ingresso: sindrome depressiva.
Ieri sera assunto un flacone di Minias, questa mattina uno
di Xanax.
Attualmente lucida e orientata.
VISITA PRIMA PSICHIATRICA
Paziente condotta in P.S. in seguito all’assunzione di quantitativi inadeguati di BDZ. Alla valutazione appare moderatamente rallentata sul piano ideomotorio, comunque lucida, orientata e disponibile al colloquio. Riferisce di vivere sola a Torino, sostiene di essere un’artista. Lamenta una generica insoddisfazione rispetto alle relazioni umane, nega precedenti comportamenti similari. BDZ prescrittale per insonnia. Madre sofferente di sindrome depressiva, deceduta in seguito a tentativo anticonservativo in Torino, 1980.
Considerata la disponibilità dei parenti a trascorrere la notte con lei, si ritiene di poter assecondare la pressante richiesta della paziente di far rientro a domicilio, se non controindicazioni internistiche. Segnalata sia alla paziente che ai familiari l’opportunità di far riferimento, per un approfondimento della situazione clinica, al CSM di zona (via San Secondo 29 bis).
Sono le due e mezza, una luce fredda scontorna precisa le montagne. Mi vengono incontro tutte mentre entro in città. Mi lascio portare dalla tangenziale e penso Allora Torino mi vuole bene, guarda che saluto.
Certi giorni scopro una specie di dolore della felicità. Quando è troppo forte faccio fatica a sostenerla. Ma poi la sostengo eccome. Ho proprio il fisico giusto, la capacità di un vaso grande: ne posso contenere una quantità vergognosa, volendo. E voglio. Certo che voglio.
Guardo le cime coperte di neve che specchiano luce. Posso contenere tutta la catena. La bellezza è quasi feroce ma io penso Ci sta. Per l’emozione accelero e pazienza per il limite infranto. L’intero arco alpino, ci sta tutto. Mi sembra di avere il grandangolo nell’occhio: vedo il Bianco, il Rosa, il Monviso, forse anche le Dolomiti. È così pulito, il cielo.
Sono nata qui, ma ho sangue siciliano. In fondo non sono così lontane, Torino e Palermo. Nella mia testa s’incontrano in un punto preciso, con l’inevitabilità di due diagonali. Prendo la matita e disegno un punto sul muro. QUI.
È il mio punto di partenza per tutto. Molti lo definiscono il sentimento della morte. Io gli ho trovato un altro nome: è la mia gioia di sopravvivere.
Da bambina passavo tutte le vacanze in Sicilia, dai genitori di mio padre. I nonni mi portavano a messa a San Giuseppe dei Teatini. Stavo un’ora con la testa in su, ipnotizzata dalla volta. Guardavo i colori schiacciati dal marmo e dall’oro, tumefatti nella ricchezza. E le statue, pigiate l’una sull’altra, che non suggerivano un trionfo divino ma un ossario, una fossa comune a rovescio.
A Palermo i morti mi portavano pure i regali. Più belli che a Natale, più importanti. Aspettavo con ansia il due novembre.
Ricordo ancora una bici rossa. Giravo come una furia intorno al cortile dei nonni, e scampanellavo: Grazie morti, pedalando forte, grazie. Era proprio la bici che sognavo, morti. Papà l’ha spedita a Torino con il treno merci: è arrivata tutta ammaccata. Grazie lo stesso, morti.
A Torino questa confidenza è più sotterranea, è un discorso che procede per sottrazioni. È un sentimento altrettanto assillante però silenzioso, che trova voce negli spazi vuoti. Per questo ho la mania di passeggiare per le strade all’alba, quando in giro non c’è nessuno. Magari la domenica mattina. La città disabitata mi racconta qualcosa di molto intimo. Qualcosa che so, che condivido, che ho bisogno di ascoltare e riascoltare, di riconoscere.
Comunque è una bella giornata di febbraio, sono le due e mezza e io ho appena ottenuto il divorzio. Per scaricare un po’ di tensione, decido di fare un lungo giro in macchina. Così, per godermi l’arco alpino. Ho un rapporto stretto con queste montagne: le guardo da trent’anni. Sanno tutto di me. Sanno che non ho avuto un matrimonio felice, per esempio.
Del resto, nessuno mi aveva avvertita. Nicola era un ragazzo allegro, pieno di vita, capace di slanci. Sorrideva sempre con gli occhi. Un po’ bizzarro, d’accordo, ma niente che lasciasse presagire il peggio. Ci siamo conosciuti, ci siamo innamorati, ci siamo sposati. Tutto è successo in fretta, con l’entusiasmo bruciante dei vent’anni.
Altrettanto velocemente sono stata costretta a fare i conti con la sua prima crisi maniaco-depressiva. Quando è arrivata, sua madre mi ha telefonato e mi ha dettato il numero dello psichiatra. Così, freddamente, in modo quasi meccanico, zeroundici eccetera.
«Chiamalo tu.»
«Io?»
«Be’, sei sua moglie.»
Non avevo mai associato a quella parola tanta responsabilità. Mi ero sposata giovane, si pensa ad altre cose.
«Non ti ha mai parlato di questi disturbi?» Suonava come un rimprovero, come se i miei vent’anni lo avessero inibito. «Ne soffre da quando era adolescente, strano.»
«No. Mai.»
Forse è stata la mia asciuttezza a commuoverla, non so. Mi aspettavo un Ecco, lo sapevo e tutta una sottile strategia di colpevolizzazione. Invece ho avvertito una frenata simile alla pietà: «Forse aveva paura», mi ha detto.
Anch’io avevo paura, però. Questo mia suocera non lo aveva calcolato. Mia madre è morta così. Un pomeriggio si è buttata dal balcone, avevo sei anni.
«E se succede qualcosa?» Temevo che la mia voce rivelasse più angoscia. Invece mi sono accorta che il mio tono si era completamente disumanizzato. Non sapevo se spaventarmi ancora di più o sentirmi sollevata. Quindi ho aspettato la risposta.
«Non succede niente. Devi solo controllare che prenda le medicine, tutto qui. Poi passa. Ti abituerai.»
Infatti mi sono abituata.
Spesso Nicola mi veniva a cercare all’università, interrompendo la lezione. Il portiere bussava, tre colpi discreti, poi si affacciava sulla porta: «Sofia Ballarò? È qui Sofia Ballarò?».
«Sono io.» Mi alzavo in piedi.
Non volava una mosca, mi guardavano tutti. Mi sentivo addosso troppi occhi, allora mi incurvavo e cercavo di nascondere la faccia, buttando in avanti i capelli.
«Qualcuno la cerca. È urgente.»
«Grazie.»
Uscivo fuori dall’aula e trovavo Nicola impalato nel corridoio, con il cappotto abbottonato storto e una valigetta in mano.
«Sofia», mi diceva, «volevo salutarti. Vado.»
«Dove?»
«Vado ad ammazzarmi.»
«Okay, ciao.» E tornavo in classe.
A volte però ci cascavo. Quando chiudeva a chiave tutte le porte in mogano del nostro appartamento, per esempio. Quella fra l’ingresso e il corridoio, quella fra il corridoio e le due camere da letto, e quella della camera da letto. Era un labirinto di porte, casa nostra. Le tiravo giù tutte a calci. Poi mi guardavo stupita le gambe, le punte rotonde degli stivali, Che forza, caspita, e mi voltavo verso le intelaiature sventrate, le aste di legno precipitate a terra o piegate in avanti, le serrature scardinate. Due porte stavano oblique sui cardini e una era orizzontale sul parquet.
Di solito lo trovavo a letto, in lacrime. Le bottigliette di barbiturici riunite sul comodino, cinque o sei, tutte vuote.
«Le hai prese?» Lo scuotevo.
«Le ho rovesciate nel lavandino.» Una voce stanchissima, molto lontana dalla sua, come se lo avesse sfinito anche solo berle con la testa.
Allora raccoglievo i flaconi e pensavo Domani devo chiamare il falegname. E andavo a segnarmelo sul calendario della cucina: «Tel. falegname».
Quando Nicola ha chiuso dall’interno la porta blindata, ho dovuto telefonare ai pompieri. Hanno preso le scale, hanno spaccato persiane e vetri. Il lampeggiante illuminava il muso del mio gatto, che si era ...